La presenza di un artista che lavora con mezzi tecnici come scanner e fotografia è un fuori campo che ha una sua ragion d’essere nella natura profondamente pittorica delle sue immagini. Calabrese, nei suoi lavori, più che inseguire la pittura sembra mettersi in fuga per sperimentare stati futuri della pittura stessa.The Long Thing: Re-assembling Images è un’opera presentata alla Fiera di Amsterdam quest’anno. Si tratta di un lavoro nato da un processo partecipativo: a visitatori, colleghi e altre figure legate al mondo dell’arte, Calabrese ha chiesto di donare una foto contenuta nel cellulare e quindi di eliminarla.Le foto arrivate sono state quindi stampate e inserite in un apparecchio che distrugge i documenti. I frammenti di carta sono stati messi via via su uno scanner piano e l’artista, con i suoi interventi, ha disturbato le immagini in fase di scansione.L’esito è quello che abbiamo sotto gli occhi: immagini che registrano una sorta di perturbazione psichica, come fattore che accomuna le biografie di chi, attraverso la propria immagine, è confluito nell’opera. Biografie convocate a condividere una situazione che la pulizia visiva di un artista come Calabrese rende fattore comune.

Alessandro Calabrese è nato a Trento nel 1983. Vive e lavora a Milano.

È l’azione stessa di dipingere il soggetto della pittura di Linda Carrara, che fa della figurazione uno strumento per interrogare l’osservatore rispetto alla realtà e alle aspettative di trovarne traccia sulla tela. La sua pratica mira, attraverso un ripensamento del processo pittorico, a riesaminare/rinegoziare gli stereotipi consolidati nelle dinamiche di rappresentazione, che, contrariamente a quanto si potrebbe a prima vista immaginare, per Carrara non sono assiomi indiscutibili.
Le sue opere descrivono in modo non ortodosso piccole porzioni di realtà, con la quale spesso le superfici interagiscono direttamente e in forma non mediata dal gesto pittorico, quasi fossero dei calchi concettuali capaci di riportare (rappresentare?) l’elemento originale in forma bidimensionale.

È il caso di Frottage #1, realizzato disponendo la tela sul pavimento e distribuendo sulla superficie il colore affinché saturasse ogni interstizio tra i fili della trama. I segni di discontinuità delle mattonelle sono così diventati il soggetto inconsapevole dell’opera. Su questi l’artista è intervenuta dipingendo in forma iperrealistica due pezzi di nastro adesivo di carta, simile a quello impiegato nel processo di realizzazione, del quale è, in ultima istanza, una nascosta traccia allusiva.

Linda Carrara è nata a Bergamo nel 1984. Vive e lavora tra Bruxelles e Milano.

Il lavoro di Nebojša Despotovic nasce da una matrice figurativa e si è sviluppato progressivamente, incamerando sulla tela modalità gestuali e mascheramenti dell’immagine, alla ricerca del limite tra gli elementi riconoscibili e la loro dissoluzione nel puro evento pittorico. Le sue opere sono caratterizzate dalla presenza di un disegno scarno e dall’utilizzo di colori piatti e densi, con una prevalenza di tinte scure che portano a una intensa concentrazione dello sguardo e a rivelare la profonda complessità psicologica dei soggetti rappresentati.
Zum blauen Stern è un ritratto della propria famiglia (con i propri genitori, moglie e le due figlie) in cui si avvertono delle istanze primitiviste e la figura umana sembra liquefarsi nell’ambiente domestico. Il soggetto umano, frequentemente nella forma del ritratto, è una delle modalità esecutive più impiegate dall’artista. Non si tratta però di rappresentazioni mirate al riconoscimento fisiognomico della persona, quanto invece di ruvidi prelevamenti tra gli abissi insondabili della mente, tra sottili lame di luce e le asprezze degli elementi inconsci.

Nebojša Despotovic è nato a Belgrado (SRB) nel 1982. Vive e lavora tra Berlino e Treviso.

Per l’artista abruzzese la pittura è una pratica intrinsecamente implicata dai richiami lanciati dall’attualità, di cui ha però una concezione carsica dell’attualità, in cui spezzoni di passato possono venire a galla per rivelare profondi nessi con il presente. Matteo Fato lavora sui livelli profondi dell’attualità, come in quest’opera realizzata appositamente per Graffiare il presente. Il protagonista è un personaggio misterioso e insieme iconico della storia del Novecento, il fisico Ettore Majorana, misteriosamente scomparso nel 1938.
Il titolo prende spunto da una delle più importanti (e quasi unica) pubblicazioni di Majorana, Teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone, del 1937. L’approccio di Fato al geniale scienziato è mediato dalla lettura di un recente libro di Giorgio Agamben. Secondo il filosofo veneziano Majorana aveva intuito come nella fisica quantica la realtà si dissolvesse nella probabilità. Quindi, scomparendo, lui stesso sarebbe entrato in questo orizzonte probabilistico ipotizzato dalla fisica contemporanea.
Fato, lavorando sulla figura di Majorana e in particolare sul suo volto, è come se avesse posto alla pittura stessa la domanda di fondo su cosa sia la realtà. Una domanda che resta ancora senza risposta. La pittura perciò riprende con umiltà, passione ed onestà intellettuale il filo del discorso, ripartendo proprio dal volto di chi aveva posto la questione in termini tanto spiazzanti.

Matteo Fato è nato a Pescara nel 1979. Vive e lavora nella città natale.

Proposto con ironia, è chiamato a fare inaspettatamente i conti con l’elemento della pelle nera. Un tocco leggero che apre una breccia sul presente.
Agostino Iacurci è noto per essere autore di grandi e affascinanti wall painting pubblici nelle città di ogni angolo del mondo. Ha un repertorio visivo inconfondibile, che si impone per la sintesi delle forme e per la brillantezza dei colori.
Iacurci, in parallelo all’attività di street artist, ha sempre tenuto vivo il lavoro da studio, con opere contrassegnate da una stessa pulizia stilistica e “popolate” dall’identico immaginario dei suoi lavori pubblici. Lo stile di Iacurci è regolato da una sincerità espressiva che porta tutto in superficie. Talvolta il contenuto sembra passare in secondo piano per la natura decorativa del suo segno e delle sue composizioni, mentre invece il processo di semplificazione, che egli ogni volta opera, accoglie un fattore straniante in grado di innescare suggestioni e di suggerire visioni del mondo.
Come accade in questi due Busti, dove il profilo classico e celebrativo proposto con ironia è chiamato a confrontarsi con nuovi elementi iconici e simbolici, aprendo uno spazio di riflessione tra passato e contemporaneità.

Agostino Iacurci è nato a Foggia nel 1986. Vive e lavora a Berlino.

Il lavoro di Andrea Kvas è mirato a liberare la pittura dalle costrizioni bidimensionali e dalle sue istanze emotive, trasformando la sua pratica in una continua e spiazzante sfida ad estendere il suo campo di applicazione verso ogni possibile superficie e supporto. Per l’artista la pittura è un’azione processuale che altera la natura di ciò che è visibile, a partire dal suo colore, dalla lucentezza o dalla sua consistenza, e manifesta, in ultima istanza, il desiderio di cambiare l’epidermide degli elementi e degli oggetti che costituiscono la realtà. Abbia essa la forma di una tenda, del legno, di un pezzo di muratura o della tela, per Kvas la pittura è spazio del possibile, gioco intellettuale ad essere diverso da ciò che sembra e, sopra ogni cosa, possibile metamorfosi.
I lavori Senza titolo in mostra sono stati realizzati combinando materiali differenti e danno la sensazione di superfici intaccate da fenomeni organici e agenti chimici che sfuggono alla normale classificazione. Sono una sfida ad abbandonare la posizione statica dello spettatore per guardare l’opera da più punti di vista, nella sua semplice e più pura essenza visibile.

Andrea Kvas è nato a Trieste nel 1986. Vive e lavora a Milano.

La pratica artistica di Francesca Longhini si sviluppa a partire da una grande sensibilità per i materiali e le loro proprietà fisiche e simboliche, maturata nella pratica della scultura. I suoi lavori bidimensionali nascono da un approccio minimalista e geometrizzante in cui non sono estranei riferimenti alle avanguardie del Novecento, in particolare di matrice astratta e suprematista, e, nella lirica leggerezza del disegno, al lavoro di autori come Fausto Melotti e Alexander Calder. L’artista impiega frequentemente la tela grezza, su cui dipinge delle forme bidimensionali a tinte piatte, quali rettangoli e quadrati, o pone delle lamine di materiale prezioso (come oro e argento). Tali poligoni vengono poi messi in relazione grazie ad un sistema ordinato e razionale di linee, come fossero dei diagrammi di flusso che costituiscono un sistema aperto di relazioni.
Gli ultimi lavori, come The sleeper who wants to be awakened is dreaming lions, sono invece caratterizzati da una grande libertà compositiva e da forme complesse, che alternano curve sinuose ad aree realizzate con linee spezzate. Ai semplici colori viene affiancato l’impiego della foglia d’oro, d’argento e di rame, e il colore marmorizzato, come se la superficie del dipinto si fosse trasformata, sotto le sue mani, in un intarsio continuamente cangiante.

Francesca Longhini è nata a Brescia nel 1985. Vive e lavora a Brescia.

Il lavoro di Tiziano Martini è basato su una pratica pittorica processuale in cui è fondamentale la fase esecutiva dell’opera. L’artista, infatti, agisce sulla superficie dell’opera distaccando il colore parzialmente asciutto, che prima ha distribuito sulla tela grazie all’impiego di un supporto monotipico, con un’azione di strappo (in parte casuale, in parte controllata) che frantuma e lacera lo strato cromatico più esterno. Il gesto viene reiterato più volte fino al raggiungimento della composizione desiderata, ossia quando il quadro non abbia bisogno più di niente ed è concluso, poiché ogni altra azione porterebbe ad una perdita di energia visiva, ad un peggioramento del suo status. Tale processo porta alla creazione di trame e grumi di colore dotati di piccoli rilievi di carattere fortemente scultoreo/materico che spingono l’osservatore a moltiplicare i punti di vista nel tentativo di ricomporre lo sguardo in forma unitaria.
Il Brian Eno del black metal è realizzato intervenendo con i colori su una limitata porzione di tela, mentre la maggior parte del lino è lasciata grezza e permette di immaginare, grazie a piccole macchie e allo sporco presenti, alcuni dei passaggi esecutivi dell’opera nello studio dell’artista.

Tiziano Martini è nato nel 1983 a Soltau (D). Vive e lavora tra Val di Zoldo e Düsseldorf.

Sul fondo scabroso e screpolato della tela dipinta ad acrilico si scatena un inseguimento di elementi fluidi (il titolo dell’opera è Gli elementi si rincorrono), che sembrano appartenere ad un altro regno. Durezza contro liquidità. Ma anche vecchio contro nuovo. Nella tela di Isabella Nazzarri, pur segnata da quella temperatura lirica che contraddistingue i suoi lavori, pittura o installazioni che siano, si consuma un silenzioso conflitto. È appunto il nuovo, che cerca uno spazio libero nel quale emergere e nel quale stabilire un altro possibile ordine, pieno di respiro e di movimento. Isabella è un’artista che dietro la leggerezza di tante sue immagini nasconde invece una grande solidità di pensiero, che si traduce anche in determinazione e coerenza nelle scelte tecniche messe in campo. La sua arte è un’esperienza giocata continuamente tra le due polarità di rigore e libertà; di disciplina compilatoria e di visioni che determinano ogni volta un’improvvisa accelerazione. Da qui la tensione poetica che contraddistingue le sue immagini, capaci di conciliare le dimensioni per lei imprescindibili dell’equilibrio e del movimento.

Isabella Nazzarri è nata a Livorno nel 1986. Vive e lavora a Milano.

L’onda lunga dell’espressionismo astratto americano non ha ancora esaurito la sua spinta. Marco Pariani è esponente di questa nuova generazione di artisti che, soprattutto oltreoceano, hanno riscoperto la pittura per la sua energia aggressiva, capace di scalfire e di dinamitare ogni status quo visivo. Non è un caso che dalla nativa Busto Arsizio da qualche anno si sia spostato a Brooklyn, dove oggi ha lo studio. La sua pittura emerge per strati, attraverso processi rigorosi e sofisticati, dove trova spazio anche la casualità del colore versato sulla tela. La spinta di una pittura gestuale deve infatti fare sempre i conti con uno spazio definito e compresso che lascia un’area libera ai margini della tela. Per quanto senza soggetto, le opere di Pariani nei titoli evidenziano un antagonismo polemico, ironico e a volte anche rabbioso rispetto alle tante mode imposte alla vita di oggi, come testimonia il titolo della tela Perfect body. Non c’è evidentemente nessuna corrispondenza letterale tra titolo e opera, ma la carica destabilizzante della pittura evoca un vasto orizzonte di più grande e possibile libertà.

Marco Pariani è nato nel 1986 a Busto Arsizio (VA). Vive e lavora a New York.

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