MUOVERSI PER VEDERE
Daniele Capra

[…]
Benché la coreutica sia da me culturalmente molto distante dalla mia rigidezza fisica, mi capita sempre di praticare una piccola danza sincopata quando entro nello studio di Matteo Negri. Non so se lui lo faccia apposta per farmi muovere (ipotesi plausibilissima, benedetta dagli ortopedici), ma è molto più probabile che sia in lui innato l’impulso a creare opere che stimolano l’osservatore ad adottare un approccio cinetico, che incoraggia a guardare e confrontare da più punti di vista. Questo è uno degli aspetti più personali ed interessanti della sua ricerca: lottare contro la staticità e la pigrizia dello spettatore.
Il progetto elaborato per Casa Testori, di grande impatto visivo, è mirato proprio a ribaltare le modalità di ricezione del luogo, il percorso implicito con cui lo spazio espositivo è fruito. Il visitatore, infatti, è costretto ad adottare un punto vista esterno all’edificio. Le opere ospitate nelle stanze della casa son infatti visibili esclusivamente dall’esterno, spingendo il visitatore ad essere nel contempo osservatore e uomo in movimento, cioè spettatore e ballerino.
Il progetto Splendida villa con giardino, viste incantevoli, il cui titolo, che ha delle reminiscenze della gaddiana Cognizione del dolore, allude al lessico impiegato negli annunci di compravendita immobiliare, nasce dall’analisi delle funzionalità delle single stanze di Casa Testori, connotate ciascuna da finalità abitativo di ordine differente. Negri sceglie invece di cambiare visivamente la loro destinazione d’uso, trasformando ciascun spazio in un luogo fisicamente inaccessibile alle persone, ma visibile dalle finestre del giardino. Non solo, quindi, i percorsi cambiano, ma il visitatore cessa di essere banalmente attore passivo di un percorso già stabilito per diventare invece persona esortata ad andare alla scoperta dei contenuti proposti. Il visitatore diventa così flâneur che interagisce con gli stimoli ambientali che gli si pongono innanzi: non più ricettore di contenuti, ma esso stesso scopritore.

Le opere di Splendida villa con giardino, viste incantevoli testimoniano la poliedrica abilità di Matteo Negri, e spaziano da installazioni di carattere ambientale, realizzate con specchi speciali, luci teatrali e piante, a sculture in cui vengono impiegati materiali compositi (come resine epossidiche, silicone), fino alle scritte luminose nel giardino. E poi il più classico bronzo, utilizzato per la grande scultura rotate che occupa lo spazio maggiore della dimora Testori – una Vespa Piaggio smembrata e ricostituita – che non viene imprigionata nel metallo, ma trasformata in un dispositivo che consente esso stesso di dare più punti di osservazione.
Continuo ad avere dubbi se la scultura abbia delle finalità differenti rispetto la pratica artistica bidimensionale. Ma, con certezza, possiamo dire che Negri faccia di tutto per dire che vedere voglia dire muoversi, danzare, avere un ritmo cinetico. Col mio piede, sto già battendo il tempo.
[…]

Leggi per intero

LA MOSTRA

Cinque interventi scultorei site-specific per gli spazi del piano terra e per il giardino della dimora di Novate Milanese. Splendida villa con giardino, viste incantevoli, mostra personale di Matteo Negri, è il progetto, di grande impatto visivo, che ha ribaltato il punto di vista e le modalità di fruizione del luogo: le opere ospitate nelle stanze della casa erano, infatti, visibili solo dall’esterno, spingendo il visitatore a essere nel contempo osservatore e protagonista. 

La mostra, curata da Daniele Capra, è corredata da una pubblicazione bilingue con le immagini delle opere negli spazi della casa, i testi del curatore, un contributo critico di Flaminio Gualdoni e un’intervista all’artista di Giuseppe Frangi

L’evento, assieme alla personale di Andrea Bianconi, era parte della mostra di Casa Testori A doppio senso, ed è stata realizzata in collaborazione con ABC-ARTE, Genova.

La ricerca di Matteo Negri (San Donato, 1982) è caratterizzata da un interesse prevalente per la scultura, benché non manchino lavori di carattere bidimensionale. Ospitate frequentemente in contesti pubblici, come ad esempio in Piazza Gae Aulenti a Milano (Multiplicity, 2015) e in diverse piazze a Parigi (L’egosÏme 2010), le sue opere attivano gli spazi con un senso di ludica meraviglia.

Vai al bookshop

È monografica e dedicata al ciclo “donotclickthru”, di Debora Hirsch, artista brasiliana che vive e lavora a Milano. Il lavoro si presenta come una sequenza di immagini disegnate su piccoli fogli di acetato, con un riquadro che suggerisce lo schermo di un computer o l’interfaccia di un social media come può essere Instagram, e una breve didascalia che fa parlare l’immagine, nel senso che ne svela il paradosso. L’operazione di Debora Hirsch, con ironia e intelligenza, ci parla del depistaggio che il sistema mediatico opera rispetto al reale andamento delle cose. Un sistema di depistaggio che sempre più spesso viene acriticamente accettato. È una forma di corruzione della capacità critica delle persone, quella che l’artista ci racconta con la sequenza delle sue schermate. E mettendocela davanti agli occhi attiva la curiosità e stimola a opporre una nuova conoscenza capace di andare oltre la frenesia dei click.

Torna alla pagina iniziale di Arte Contro la Corruzione

Un’altra escursione globale è in questa stanza del primo piano. Si confrontano due artisti, uno italiano e uno americano, che hanno messo a tema il Sudafrica di ieri e quello di oggi. Al passato del paese si rivolge il lavoro di Pietro Ruffo, esposto sulle tre pareti a sinistra. La ricerca dell’artista restituisce due diversi momenti pre-rivoluzionari della storia del Sudafrica ed è il risultato di un progetto di residenza a Johannesburg. Il primo periodo è il Seicento, quando gli insediamenti degli olandesi sono unicamente a scopo agricolo, funzionali all’approvvigionamento delle proprie navi dirette in Oriente. Il secondo periodo è relativo alla fine degli anni ‘80 del Novecento, caratterizzati dalle rivolte che precedono le fine dell’apartheid. Per il primo periodo Ruffo ridisegna stampe originali olandesi; per sovrapporci il secondo momento utilizza manifesti di protesta utilizzati come vere e proprie armi contro il regime. Due momenti “pre” perché «Prima di una rivoluzione, prima del tempo in cui cambia qualcosa, le persone hanno un’idea unica di libertà e questa idea di libertà è molto forte nella loro mente», spiega l’artista. Nella grande parete frontale si presenta Yazmany Arboleda, di origini colombiane, oggi vive a New York dove mette a punto progetti di “living sculptures” in grado di trasformare il mondo. In Sudafrica ha messo nell’obiettivo la questione degli edifici che il potere politico ed economico lasciano vuoti: l’azione narrata dai disegni e dalle fotografie esposte racconta l’intervento al Central Business District di Johannesburg, dove, in una notte, nove edifici del centro sono stati segnalati grazie a macchie di vernice rosa sulla facciata, fatte per resistere qualche settimana.

Il percorso della mostra prende avvio da una sala in cui al visitatore viene presentato un video con la sintesi del percorso fatto per arrivare a questa mostra: tre incontri per lanciare un dialogo tra chi è in prima linea nella sfida alla corruzione e artisti che hanno avvertito l’importanza di fare loro questa sfida. Michelangelo Pistoletto si è confrontato con Raffaele Cantone, alla testa dell’Autorità Nazionale Anticorruzione; Emilio Isgrò con Francesco Greco, procuratore capo a  Milano; infine, Stefano Arienti ha dialogato con Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia e con Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Di fronte al video è posta una coppia di opere emblematiche: è l’Italia sottosopra di Andrea Bianconi, artista vicentino che vive e lavora tra il nostro Paese e gli Stati Uniti e che con questo dittico ha voluto essere felicemente schietto: con il segno sottile ed esatto della sua penna acrilica – segno che sembra quello di un sismografo – traccia una cartina secondo la prospettiva resa celebre dall’opera di Luciano Fabro del 1968. L’Italia come Paese ribaltato e sulla soglia di implodere. Con il suo tratto delicato Bianconi lancia un morbido avvertimento. 

Il video di Regina José Galindo è uno dei punti certamente più intensi e drammatici del percorso. È un’opera celebre, presentata nel 2013, una denuncia impressionante delle degenerazioni del potere dell’ex presidente del Guatemala Efrain Rios Montt. L’artista seduta su un banco di scuola legge le dichiarazioni delle donne vittime di violenze e di soprusi durante la guerra civile in Guatemala. L’operazione viene interrotta più volte da un dentista che, a cadenza regolare, inietta dell’anestetico nella bocca dell’artista, limitandone sempre di più la capacità di formulare delle parole. La lettura si trasforma in un mantra pronunciato con immensa fatica. Ma nonostante il sistematico tentativo di censurare la sua voce, tentativo rappresentato dalla figura del dentista, l’artista continua a parlare imperterrita, con la voce che si spacca, le labbra gonfie e le parole sempre più rallentate. Il corpo dell’artista diventa in questo modo unità di misura della pressione dispotica del potere: assume su di sé le atrocità subite dal corpo collettivo.

Per capire il tema di questo avvertimento basta che ci spostiamo nel salone di Casa Testori. Qui ci aspettano tre maestri dell’arte italiana di oggi: Mimmo Paladino, Emilio Isgrò e Gianni Dessì. Quella di Paladino è una scultura realizzata dal maestro di Paduli nel 2013 e mai mostrata in pubblico. Come spire di un serpente che non ha né capo né coda, un serpente da cui sembra impossibile potersi liberare, il cavo di ferro tiene prigioniera una testa lavorata in alluminio. Paladino si pensa in primo luogo come pittore, per questo dice «nella scultura io ho sempre pensato a quelli che anche nel passato avevano questa architettura grafica». Quello sul camino è un nodo inestricabile, che non solo imbriglia quell’icona umana ma la fa regredire quasi a maschera di un automa grazie all’uso di un materiale freddo come l’alluminio.

Nella parete di fronte sono esposte quattro tavole di uno dei cicli più celebri di Emilio Isgrò: “La costituzione cancellata”, del 2010. «Mi ha spinto in quest’impresa il disappunto malinconico di un italiano che vede il proprio Paese crollare», aveva detto l’artista spiegando le ragioni di questa sua impresa.  La cancellazione è un atto di profondo rispetto. «La Costituzione – ha detto Isgrò – è un’opera d’arte, al pari del “Cantico” di San Francesco e della “Commedia” di Dante. È scritta in un italiano perfetto, semplice, burocratico, non in “burocratese”. I Padri costituenti erano delle persone molto colte». Ma con la Costituzione cancellata Isgrò mette anche in risalto come in troppi si prendano gioco di quel testo costituente. Queste, infatti, sono le parole sopravvissute che danno quindi i titoli alle quattro opere in mostra: “Una indivisibile minorata”, “Non sono proibite le associazioni segrete”, “È senatore di diritto chi è nato a febbraio”, “Addì 27 dicembre 1947”. Rispetto e insieme denuncia; venerazione e insieme amarezza: questo ci comunica l’opera di Isgrò.

Il dittico di Gianni Dessì è un’opera recentissima: le tele sono dipinte a olio in una sorta di nero-nero su nero. Una delle due opere, “A&E”, richiama quello che simbolicamente rappresenta l’avvento della corruzione alle origini stesse della storia umana nella Bibbia. Il serpente come il grande corruttore. L’altra opera, “Insieme” vede ancora una figura umana: l’elemento geometrico, freddo, neutro sulla sua sinistra sembra scattare come una trappola.

Nella stanza, campeggia la sorpresa di Katja Noppes: è un’installazione semplice che mette in moto un processo da cui non ci si può sottrarre. Immagini di corruzione, di guerra e ingiustizia, raccolte a tutte le latitudini da oltre 25 anni, si riflettono nello specchio. Ne vediamo solo il riflesso, e tra loro si mescola anche la nostra immagine, come pure quella dell’ambiente incantato in cui ci troviamo. La corruzione ci riguarda. Non ci può chiamare fuori e non ci si può illudere di non c’entrare con quello che vediamo. La neutralità non ha spazio. Spazio extrapersonale, peripersonale e personale vengono a sovrapporsi.

Tre artisti diversi, per stile e generazioni, si confrontano in questo che è uno degli spazi più magici di Casa Testori. E qui il discorso sulla corruzione diventa interno all’arte, come un’energia che intacca il manufatto da dentro: è quanto sembrano comunicarci le due sculture di ceramica in forma di vaso di Alessandro Roma poste al centro. Uno sta perdendo la sua stessa forma regolare; l’altro accoglie fiori a cui però non riesce a dare vita. Il contrasto tra l’anelito alla bellezza costitutivo di due manufatti come questi, e una dinamica invece drasticamente avversa si propone come un trapasso liricamente emblematico. Francesco Fossati, con la sua lapide posta tra le colonne, usa un linguaggio sempre ai confini del verosimile, ponendo l’attenzione su un dato di realtà non eludibile: spesso accade agli artisti di essere loro stessi un anello nel meccanismo perverso della corruzione. La targa di Fossati non vuole raccontare una verità, ma smascherare quel rischio sempre presente di fariseismo. Si possono veicolare messaggi corretti, e intanto attivare meccanismi perversi con le proprie scelte rispetto al mercato: una bella statua può essere strumento per trafficanti di droga. Che resti comunque bella, è un problema che spiazza e fa pensare. Infine, alle pareti, Alessandro Verdi propone due lavori recentissimi, uno dei quali pensato all’interno del progetto “arte CONTRO la corruzione”. Infatti la piccola figura umana che naviga nel vuoto è il prototipo di quelle dipinte sulle colonne della Sala Testori al Teatro Franco Parenti, che aveva ospitato il primo incontro del progetto. Nella seconda carta la piccola figura si rapporta con un grande cosmo, realizzato con un intensissimo pigmento blu.  Un qualcosa di più grande di lui da reggere.

Un autore in solitaria monopolizza questo ambiente: è Antonio Marras. Noto come stilista, ha sempre affiancato alla sua attività professionale anche una intensissima produzione artistica recentemente presentata con una grande mostra alla Triennale di Milano. L’opera di Marras è un’installazione che per il suo contenuto intreccia una relazione stringente con le altre opere presenti in questa sala. “Le malelingue” è un’installazione costituita da una cascata di lingue saettanti che sgorgano da una montagna di libri. È un’opera che si ispira ad una delle artiste più amate da Marras, Carol Rama. La reiterazione delle lingue che si prolungano nello spazio suona come deplorazione ironica “del vizio privato” del pettegolezzo che copre comportamenti pubblici tutt’altro che virtuosi. 

I migranti hanno conosciuto il ricatto della corruzione sulla loro pelle. Lo hanno conosciuto sull’altra sponda del Mediterraneo quando hanno dovuto mettere i loro pochi risparmi nelle mani degli scafisti o di chi per loro; e spesso l’hanno sperimentata anche in Italia, quando l’accoglienza è finita nelle mani di organizzazioni gestite da affaristi. I migranti sono testimoniati in mostra da due opere di grande impatto e valore. Tindar, “nickname” di un artista milanese che oggi vive a Roma (e ha aperto le porte della sua casa all’accoglienza di un migrante), è presente con un trittico nato da un’esperienza di frontiera, a Calais, nei mesi della “Jungle”, il grande campo profughi dei migranti che speravano di passare la Manica. Tindar ha realizzato un ribaltamento di prassi e paradigma: ha chiesto ai migranti stesso di raccogliere (dietro un piccolo compenso) le impronte di persone che a diverso titolo incrociavano nel campo. Le impronte, montate su pannelli coperti di terra, vengono a comporre un flusso di presenze che transitano da un mondo all’altro. Tindar con un’opera come questa mette in gioco il suo essere artista. La stessa cosa accade per un nome carismatico di una diversa generazione: Corrado Levi ha portato a Casa Testori una propria foto (scattata da Beppe Finessi), in cui indossa gli abiti ritrovati sugli scogli di Otranto. Abiti abbandonati da migranti che erano sbarcati lì. Levi li aveva raccolti tutti e indossati.  «Io immaginavo di essere il corpo degli altri – ha raccontato – lo so di aver finto, ma per quanto potevo l’ho sentita dentro di me questa cosa». “Vestiti di arrivati” è il titolo dell’opera. «Quando me li tolgo e li lascio su una spiaggia, lì sugli scogli a futura memoria, quello è il momento in cui spero di poter cambiare la mia vita. È la libertà. Come un battesimo… per chi ci crede».

Due fotografi che propongono un identico dispositivo espositivo: coppie di foto in evidente dialettica tra di loro, ma in non così evidente relazione. Una celebre foto di Letizia Battaglia di un delitto di mafia, “I due Cristi” del 1982, va in rotta di collisione con un’altra immagine che documenta la beata indifferenza dell’alta società della città che festeggia il Capodanno 1985 a Villa Airoldi, a Palermo. Sangue e cristalli, buio e scintilli, tetro silenzio e fragori di allegria: e se fossero immagini di una stessa pellicola? Giovanni Hänninen propone una identica dialettica a Milano. Il baracchino dei panini che sbuca dalla nebbia è quello di via Celoria, di proprietà di Loreno Tetti. È stato denominato il paninaro anti-’ndrangheta. Tetti, infatti, è stato l’unico a non tirarsi indietro nel processo contro il racket dei venditori ambulanti controllato dalla famiglia Flachi. Ma poco tempo dopo la sua testimonianza il furgoncino, il 19 luglio 2012, è stato dato alle fiamme. Dalla piccola economia alla grande: davanti al Palazzo della Borsa c’è la scultura di Maurizio Cattelan. Provocatoria, ma interrogante: è davvero fuori luogo? È stata messa nel pieno della grande crisi che ha messo in ginocchio l’Italia. Una crisi fatta esplodere da meccanismi corrotti della finanza. «Il boss contemporaneo – scrivono Hänninen e Alberto Amoretti, che ha realizzato l’inchiesta alla base del reportage fotografico – è lontano dal cliché del mafioso rozzo, è un colletto bianco che ha studiato e s’intende di economia, di finanza e di tecnologia».

Torna in alto