È stato un incontro felice e sorprendente quello tra l’opera di Salvato e la palazzina liberty che l’ha ospitata. Un piccolo e prezioso edificio salvato dal degrado, ricco della sua decorazione aggraziata, si è fatto casa per gli animali plasmati con il ferro dall’arista milanese. Pittore di formazione, Salvato attinge allo studio dell’anatomia per imprimere nelle sue sculture la veridicità del peso corporeo, del movimento e dell’intenzione. È così che le finestre al primo piano si lasciavano attraversare da corvi in lotta tra loro o impegnati in maestose volute. Al pian terreno, la stanza ospitava il girovagare circospetto di tre lupi incuriositi e soppesati a loro insaputa da una bilancia. Si trattava di una palazzina che la sera s’illuminava come una splendida lanterna floreale, generosa nella sua grazia come nello svelare la natura dei suoi ospiti.
La cultura artistica è un dono alla città che vorrebbe esprimersi a ogni ora del giorno e della notte, senza confini. Una necessità cui Contexto ha dato voce per il terzo anno (2017) e che l’opera dell’artista serba ha interpretato perfettamente. Realizzata ed esposta la prima volta davanti al Museo d’Arte Contemporanea di Belgrado, è stata pensata per denunciare, grazie all’ironia, la chiusura del Museo che da troppi anni negava le proprie bellezze. Questa insegna luminosa è stata poi presentata in un ribaltamento della sua accezione iniziale, non per denunciare, ma per festeggiare la possibilità di riammirare da vicino la splendida palazzina Liberty a fianco della stazione cittadina e per segnare l’avvio della nuova edizione di Contexto, che da questa bellezza ritrovata prendeva avvio per snodarsi nella città.

L’opera di Urso era installata in stretto dialogo con la Biblioteca d’Arte di Giovanni Testori, giunta al termine del suo riordino. La grande libreria, posta alla base della scala, raccoglie le monografie degli artisti medioevali e moderni fino al Settecento. L’intervento di Urso fioriva tra i volumi e s’inerpicava lungo la salita al primo piano, rendendo il grande scalone un omaggio al pittore tedesco Hans Memling (1430-1494) e al suo celebre Giudizio Universale, il cosiddetto Trittico di Danzica(1470 circa). Disposti tra i libri, nove diorami restituivano la composizione: dal Cristo giudice – potente tanto da non trattenere la propria forza entro il vetro – alle anime salvate, purganti e dannate. In questi teatrini magici (Stations of the Cross, 2016) le immagini del Trittico acquisivano la terza dimensione grazie ad elementi apparentemente estranei, che li riportavano a una temperie domestica. Nella serie lungo le scale (A study on The Last Judgment of Hans Memling, 2015/2016) la natura si faceva matrigna e, sostituendosi alle fiamme in una funzione tutt’altro che decorativa, non rallentava i tormenti dei dannati ma partecipava alle pene soggettive.
Matilde fa la terza media e l’anno prossimo farà il liceo artistico. Siamo chiusi in casa ormai da un mese. Non possiamo né andare nel mio studio a prendere del materiale nemmeno andare in un colorificio perché sono tutti chiusi. Così abbiamo deciso di usare un album che mia moglie ha regalato a Matilde poco prima della quarantena e usare tutti i pastelli e le matite trovate in casa. Ci mettiamo in piedi al tavolo con sopra il foglio e, l’uno davanti all’altra, disegniamo alternandoci come in un botta e risposta. Ora facciamo così quotidianamente. Il titolo della serie è “I dialoghi della quarantena”
Mauro e Matilde Maffezzoni
Mauro Mafezzoni (Rovereto 1960). Vive e lavora a Milano e Cremona

“La «fortuna topografica» dell’Ingegnere pare invero scadente. Un cosiddetto «Largo» a Milano su via Paolo Sarpi, altra Chinatown. E a Roma, nel più profondo Ardeatino, partendosi da una «piazza E. Montale» (da non confondere con una via Montale all’estremo NordEst, accanto a via R. Pampanini, via G. Pasquali, via M. Del Monaco), un desolato cul-de-sac fra i tanti: Pratolini, Fenoglio, Da Verona, ma anche Lorca, Kafka, Joyce, Proust. Ecco perché su radio-taxi si sentono specificazioni per un incrocio Pavese-Vittorini. Gli altri non fanno «civico». (Ma quanti vecchi amici sono diventati strade a cul-de-sac, secondo le Pagine Gialle, mannaggia)”.
È un passaggio memorabile del ricordo dedicato a Carlo Emilio Gadda, l’Ingegnere in blu, firmato, con la consueta pungente e malinconica ironia, da Alberto Arbasino, lo straordinario scrittore scomparso questa settimana a 90 anni.
Se lo ricordiamo qui è perché Alberto Arbasino fu molto legato a Giovanni Testori e lo era stato innanzitutto proprio nel nome di Gadda. Nel 1960, a sei anni da Il dio di Roserio e a ciclo de “I Segreti di Milano” pressoché concluso, un Arbasino in cerca d’ideali compagni di strada, sulle pagine del «Verri» coniava per sé, Testori e Pier Paolo Pasolini, la celebre definizione di “nipotini dell’Ingegnere”, per sottolineare il loro comune debito verso il plurilinguismo di Gadda. Del resto, anche Pasolini aveva dato alle stampe le storie della sua periferia, quella romana, ed erano usciti in quegli anni Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959).
Un mondo, quello del neorealismo, che in pochi anni stette molto stretto a tutti e tre e che, a Testori, era andato in frantumi con l’esperienza de L’Arialda, uno scandalo, ma soprattutto una liberazione per lo scrittore di Novate. Del resto, dopo Le piccole vacanze (1957) e il primo L’anonimo lombardo (1959), per Arbasino, nel 1963, arrivò il tempo di Fratelli d’Italia. Proprio in quell’anno, forse non a caso, spetta a lui registrare quel momento fondamentale di passaggio per Testori: “Mutamenti d’interessi, ripensamenti profondi, ragioni biografiche e i soprassalti d’una fioritura produttiva ricchissima ne fratturano da un paio d’anni la carriera letteraria così significativa e operosa”, scrive Arbasino nell’attacco della sua bellissima intervista a Testori che potete leggere in versione integrale sul sito dell’Associazione.
Del resto, l’amicizia tra i due fu una di quelle che durarono una vita, magari a distanza, sulla direttrice Milano-Roma, fino agli ultimi anni. E non solo in quelli topici in cui Testori lo accompagnava a colazione da Luchino Visconti e sedevano insieme (ufficialmente dal 1962), al tavolo della redazione di «Paragone Letteratura», diretta da Roberto Longhi e governata da Anna Banti. A testimoniarlo – è un ritrovamento proprio di pochi giorni prima di questa chiusura forzata – è una lettera di Alberto Arbasino, conservata nell’Archivio dell’Associazione al primo piano di Casa Testori. È l’ottobre del 1991, Testori è in piena lotta con il male dell’ultima battaglia contro la malattia, ma in cantiere ci sono ancora drammi teatrali e, sulle pagine del «Corriere della Sera», i suoi articoli escono a spron battuto. Tra un intervento dedicato ad Alberto Burri e uno a Keith Haring, s’incastona questa paginetta semplice, poche righe su un fondo carta da zucchero, parole limpide e asciutte, come si addice all’amicizia che l’età ha reso tersa ed essenziale.
A Giovanni Testori la città di Milano ha dedicato un grande giardino pubblico in una delle sue periferie della città, in fondo a Via Mac Mahon, a pochi passi dal Ponte della Ghisolfa, incastonato tra i quartieri di Villa Pizzone e della Bovisa. Niente cul-de-sac, insomma. Quando potremo uscire di casa, e tornare a passeggiare per le vie di Roma, ci auguriamo di poter attraversare, riconoscenti, piazza Alberto Arbasino e, se ci sarà una panchina, ne approfitteremo per riaprire uno dei due “Meridiani” con dedica che acquistammo qualche anno fa, alla presentazione con autore, nel foyer del Teatro Franco Parenti.
Davide Dall’Ombra

Lo scultore greco Pigmalione si era innamorato della propria statua, Galatea, al punto da considerarla superiore a qualunque donna e di dormirle accanto. Afrodite decise allora di accontentarlo dandole la vita. Similmente Matteo Negri ha cercato di dare vita a una Vespa Piaggio degli anni Settanta, realizzandola in bronzo e dotandola di una carenatura in grado di farla piroettare. La Vespa è così un simbolo di libertà, di leggerezza, e sembra quasi danzare come una ballerina che vola sulle proprie gambe.
Vestiti come una Vespa, 2016, fusione in bronzo a cera persa, motore elettrico, ferro, legno cm 135x120x240
Una carta da gioco floreale, un frammento di giardino racchiuso nella stanza dove tanti anni fa l’artista aveva esposto per la prima volta a Casa Testori le proprie ceramiche. Non ci sono più mine sottomarine ad accogliere lo spettatore nella stanza, ci sono fiori immersi tra una vegetazione rigogliosa. La ceramica cerca così di fare concorrenza alla flora tropicale, in un continuo rigenerarsi di colori che sfida la natura (qui controllata e tenuta in vita da sensori e sistemi elettronici), cercando di confondersi e di rubarne l’intima bellezza.
Cinque di fiori, 2016, flora varia tropicale, irrigazione a sensori digitali, acqua, feltro, pvc, engobbio su terracotta, luce led cm 200x260x40
Aleppoè una trottola cromata, cava al suo interno, con un motore che le fa compiere trenta giri al minuto. Un’opera che racconta la vitalità e il desiderio di normalità dei bambini di un paese martoriato come la Siria, che tenta di rinascere. Aleppo racconta cromaticamente il paesaggio dell’infanzia, ne costituisce un bagaglio in continuo movimento in cui sono contenuti i colori ed il gioco, in un orizzonte in cui il presente continua incessantemente, talvolta in maniera dolorosa, a bussare alla porta.
Aleppo, 2016, installazione ambientale, motore elettrico, acciaio, resina poliestere, cromo liquido, colore per vetro
Manciate di lettere seminate e perse da una grossa palla capricciosa che rotola. Parole in grande libertà e di curiosa incomprensibile qualità. Parole come cielo stellato da unire con un trattino. Parole costellazioni, parole per guardare e vedere più in là del naso. Parole da leggere senza capire, a bocca aperta.
Delle più belle, le parole, manco a dirle pensano di essere, 2016, installazione ambientale, silicone, legno, luce wood, WowPowder
Kamigami è una scatola magica che amplifica la percezione dello spazio e di ciò che sta al di là del nostro limite fisico. È scultura che si vede dal buco della serratura dalla quale si intuiscono la griglia costruttiva e la struttura ricorsiva di un mattoncino moltiplicarsi all’infinito. Kamigami è un miraggio che pare reale, è rifrazione, creazione di uno spazio intimo e magico che trasforma ludicamente l’osservatore in voyeur.
Kamigami, 2016, installazione ambientale, ferro cromato, laccato, zincato, specchio, legno, luce neon





















































