Il lavoro di Matteo Negri parte dal reale, che viene trasportato in scultura e falsato attraverso l’utilizzo del materiale e la scelta delle dimensioni. Caratteristiche dominanti della sua opera sono la leggerezza e il desiderio di stupire lo spettatore, unite a una forte componente ludica. Proprio un gioco è uno degli emblemi che connotano la sua produzione: il celebre mattoncino Lego è, infatti, il modulo primario di una sua nota serie di sculture. Simbolo di sperimentazione creativa per eccellenza, esso viene declinato in colori, forme e materiali: in questo caso assumeva la struttura di un laccio che si annoda, la cui sinuosità contrastava con il rigore dell’elemento di partenza.

L’OPERA

Our day will come, 2012, resina laccata e ferro, 240x90x90 cm


Il lavoro di Francesca Damiano si nutriva della relazione con la collettività e la quotidianità. L’artista ha chiesto ad alcune famiglie di Edolo di accoglierla nelle proprie abitazioni e di permetterle di realizzare un frottage del profilo del loro tavolo da pranzo, simbolo di convivialità e di condivisione. L’insieme delle tracce raccolte ha dato origine a una nuova struttura, che, unendo la regolarità dell’esterno e l’irregolarità dell’interno, raccontava le storie di tutte le famiglie e, contemporaneamente, permetteva di crearne di diverse. Il nuovo tavolo, collocato in un luogo pubblico, era infatti a disposizione della comunità, ognuno poteva portarvi una sedia e trasformarlo in un nuovo punto di riferimento e di incontro nel paese.

L’OPERA

Poiché si vede come canto, 2016, legno di larice, legno di castagno, incisione laser

L’eleganza delle vetrine arcuate incornicia due sculture in legno dipinto che si librano su un piedistallo. Forme sinuose e colori accesi di flora e fauna tropicali, sintesi di eleganza innata e fertilità vitale. Alle pareti, grandi fiori di un Paradiso perduto trattengono la propria linfa senza mai travalicare: a percorrerli è una clorofilla multicolore ed elettrica sempre accesa, chiamata a disegnare contorni immaginifici. A guardarci negli occhi sono quattro coppie di ragazzi impeccabili. Tutto sembra perfetto e simmetrico senza soluzione di continuità: dagli occhi azzurrissimi al cappello con le tese, dal ramo fiorito ai capelli schierati. È una primavera tenuta nei ranghi quella di Fulvia Mendini, stesa con un ordine che t’incanta, dove ogni cosa sembra felice di essere al suo posto. 

«L’aconito napello (nome scientifico Aconitum napellus L., 1753) è una pianta erbacea della famiglia delle Ranunculaceae con la sommità del fiore somigliante vagamente ad un elmo antico. È una delle piante più tossiche della flora italiana diffusa nelle zone montagnose delle Alpi».

The bad plants: solo il titolo denuncia la pericolosità di ciò che Massimo Dalla Pola rappresenta. Il grande fiore dalle tinte pastello è, infatti, una pianta velenosa, che l’artista ha scelto di stampare su plastica per allontanare qualunque riferimento al reale, estremizzandone la bidimensionalità e l’aspetto algido. La natura di Dalla Pola contiene sempre in sé la traccia dell’uomo, che l’artista non inserisce mai esplicitamente nel suo lavoro: in questo caso è nel supporto, quel PVC tossico come l’essenza erbacea.

L’OPERA

Aconitum napellus (dalla serie The bad plants), 2007, stampa digitale su PVC, dimensioni variabili


L’ha immaginato, poi l’ha trovato. Emma Ciceri ha avuto la costanza di cercare nel reale una sua visione, fino a vederla concretizzata. Un uomo attorniato da piccioni, che diviene il loro piedistallo, in modo quasi simbiotico, senza soluzione di continuità tra umano e animale. Almerino Vola è il risultato di questa ricerca, la storia di un uomo che da anni vive con uno stormo di uccelli a cui dedica tempo e attenzioni e che ha ridisegnato il suo spazio vitale e la sua esistenza. La narrazione non è affidata all’editing del materiale documentario, bensì ai gesti di Almerino, che l’artista segue rispettosa, come a non voler vedere svanire l’illusione della trasformazione di un immaginario in realtà.

LE OPERE

Almerino Vola, 2015, video a colori e suono, 13’ 05”, ed. 3 + 2 ap
Courtesy Galleria Riccardo Crespi e l’artista
Nenia, 2015, video a colori e suono, 3’ 25”, ed. 3 + 2 ap
Courtesy Galleria Riccardo Crespi e l’artista

Forse c’era un fruttivendolo, qui. Adriana Albertini non poteva saperlo, ma ha deciso di rianimare questi locali chiusi da tempo, riportandoli a una loro possibile destinazione d’uso precedente. 
La catasta di cassette di ceramica invetriata raccoglieva le storie che qui si sono svolte. I listelli che si susseguivano con il vuoto hanno sicuramente fatto cadere qualche ricordo, solo i più ingombranti potevano essere riposti negli Emotion containers della ceramista, che virano nel verde, nel blu e nel nero attraverso l’ossido di rame che utilizza per invetriare. Nel dialogo tra interno ed esterno si inserivano gli Abstract trees, sintesi degli anelli concentrici che si contano per riconoscere l’età delle conifere che ricoprono le montagne intorno a Edolo, appena fuori da quello che avrebbe potuto essere un fruttivendolo.

LE OPERE

Emotion containers, in produzione dal 2011, ceramica, dimensioni variabili
Abstract trees, in produzione dal 2008, ceramica, dimensioni variabili

Mauro Maffezzoni, prendendo come spunto la storia dell’arte, ha reinterpretato il preesistente, dandone una nuova possibilità di lettura. In questo caso, l’artista si è nutrito del lavoro del Romanino, maestro bresciano a cavallo tra Quattro e Cinquecento, che in Valle Camonica ha lasciato molti segni. Maffezzoni guarda agli autori locali, intrecciando vicende ed effettuando parallelismi, per esempio tra le immagini del Romanino di Pisogne e quelle del Duomo di Cremona, dove l’artista risiede. Con una pennellata fresca, veloce e leggera, Maffezzoni ha attuato un ritorno alla tradizione, studiando la storia dell’arte e, un poco, anche la sua, recuperando le origini camune della sua famiglia.

LE OPERE

Senza Titolo, 2016, olio su tela, 80×100 cm
Senza Titolo, 2016, acrilico su tela, 150×100 cm
Senza Titolo, 2016, acrilico su tela, 80×100 cm
Senza Titolo, 2016, acrilico su tela, 80×100 cm
Senza Titolo, 2016, acrilico su tela, 100×100 cm
Senza Titolo, 2016, acrilico su tela, 70×100 cm
Senza Titolo,2016, acrilico su tela, 70×70 cm

La città è negli occhi di chi la guarda almeno quanto di chi la abita. Mandare un fotografo a cercare la “sua” Edolo, significa aspettarsi un ritratto inatteso di quegli stessi borghi, volti e vie. Marina Lorusso non ha disatteso le aspettative e in questa galleria di scatti ha saputo partecipare di ogni luogo con l’immedesimazione prepotente che caratterizza da sempre il suo lavoro d’indagine. Sono foto di grande carattere, in cui l’autrice si è buttata in un corpo a corpo senza risparmio, alla ricerca della verità senza tempo di queste pietre. L’esito è stato una galleria apparentemente agli antipodi della cartolina, eppure, non per questo meno elegiaca. Sono immagini che affondando nella verità ancestrale di queste case e che, per questo, non temono il tempo.

Decine di omini dalla testa di nuvola si stagliavano contro il cielo di Edolo. Fanno parte di Mangiamone tutti, installazione di Andrea Bianconi già presentata nel 2015 ad Arezzo in occasione di Icastica. Queste sagome colorate, appese tra un palazzo e l’altro come bandiere durante una sagra di paese, invitavano i passanti a sollevare lo sguardo: non esiste solo il terreno, sostiene l’artista, gli uomini hanno la necessità di nutrire anche la mente, lo spirito. La cultura diventa così l’alimento fondamentale, da cui deriva la parafrasi del monito evangelico che dà il titolo all’intervento e che si trasforma in un imperativo intellettuale.

L’OPERA

Mangiamone tutti, 2015, 156 sagome, alluminio, dimensioni variabili


I tre cavalli a dondolo sovradimensionati realizzati in ferro – suo materiale d’elezione – da Anna Turina ne riassumono la poetica in cui il mondo dell’infanzia viene analizzato con sarcasmo e disincanto.

Spesso nel suo lavoro, infatti, l’artista ripropone in scultura giochi che rievocano passatempi di bambini, inserendo, però, un elemento difforme. Nei Dondoli la struttura allampanata ne impedisc l’utilizzo e il color antracite elimina ogni riferimento puerile. La loro oscillazione, quindi, non è esaltazione di un rassicurante cullare, bensì prefigurazione dell’incertezza e dell’instabilità dell’età adulta.

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