La pittura di Aleksander Velišček è la continua sovrapposizione di strati di materia che si fanno sempre più densi sulla tela, fino a che è talmente carica da sembrare di non poter più reggere il colore, fino a essere una pittura concreta come scultura. Velišček accumula olio così come si accumula il peso della storia: rappresenta, spesso, il potere – politico, intellettuale, sportivo, mediatico – nei volti di coloro che hanno segnato le nazioni, a partire dalla sua Slovenia. Il piccolo albanese è il ritratto di un compagno di studi dell’artista, di bassa statura ma raffigurato come un gigante di quasi cinque metri. Una pietra miliare per la sua formazione, che come tale era necessario rappresentare.

L’OPERA

Il piccolo albanese, 2009, olio su tela, 480×200 cm

Era lo scorrere del tempo a determinare l’esistenza dell’opera di Michela Pomaro. Sebbene, infatti, la sua installazione fosse visibile in ogni momento del giorno, erano i cambiamenti di luce a trasformarla. L’artista ha sperimentato con i materiali, giocando con l’osservatore e illudendolo che quelle che vedeva fossero tele tradizionali. In realtà, Pomaro ha utilizzato pigmenti fosforescenti, che reagiscono con la luce e si caricano non appena fa buio creando un mondo surreale.
Prendendo spunto dalle pitture rupestri, l’artista ha tracciato un codice simbolico difficilmente decifrabile, in cui ha unito l’attitudine puerile all’approfondimento della storia e dell’iconografia della Valle dei Segni.

L’OPERA

I cinque sensi, 2016, tecnica mista su tela, opera composta da cinque tele di dimensione variabile

All’ingresso vi era il frottage di uno dei graffiti ancora visibili in una cella. Almeno una parola si leggeva chiaramente e sembrava descrivere meglio di ogni altra la situazione: Inferno. Entrando in una delle due stanze gemelle, quella di sinistra, una grande tela mostrava l’unico orizzonte visibile dalla cella di fronte. Oltre la porta sbarrata ci guardava una veduta puntuale di Edolo, da sbirciare attraverso la finestrella crociata. La città era dentro e la visione interna si proiettava fuori. In questo scambio c’era tutto il senso dell’opera di Dottori: il carcerato sogna la sua Edolo libera e luminosa e la città rivede se stessa e la sua storia dentro l’angustia di quelle quattro mura buie. Una piccola tela e il suo negativo legavano le due stanze e ci invitavano ad andare nell’altra. Varcata la soglia si scopriva l’inimmaginabile: una fuga era possibile e la parete squarciata si apriva sulle montagne circostanti. Per chi è fuggito e per chi non ce l’ha fatta, una vista di Edolo di notte occhieggiava dalla quadratura del soffitto. Una città terrestre che si fa celeste non sarebbe dispiaciuta a Zeffirino.

LE OPERE

Forse un mattino, 2016, gessetto e primal su tessuto preparato a gesso, 140×200 cm
Notte insonne, 2016, olio su tessuto, 250×210 cm

Dittico, 2016: 
Azzerucis id Aremac, olio su tessuto, 23×21,5 cm
Camera di sicurezza, gessetto e primal su tessuto, 23×21,5 cm
Il cielo sopra Edolo, 2016, olio su tessuto, 140×270 cm
Sognando ad occhi aperti, 2016, gessetto e primal su tessuto, 250×210 cm 

A prima vista non si riconosceva l’ambientazione della storia che Andrea Fiorino stava raccontando. Poteva essere la stanza dell’artista, il cui alter ego è spesso protagonista dei suoi dipinti, invece si trattava della cella di un detenuto, che dalle sbarre alle finestre può vedere solo una notte senza stelle. 
Fiorino racconta un’epifania che offre una possibilità di fuga, di evasione da una prigione o dal quotidiano, un salto nel vuoto, proprio perché non si sa cosa ci sia fuori.
Il suo tratto è apparentemente istintivo, vicino ai disegni elementari che segnano le pareti di tante carceri; la tavolozza che utilizza pone l’accento su alcuni elementi della composizione, indirizzando lo sguardo dell’osservatore sugli elementi cardine della storia: dall’attesa alla fuga.

L’OPERA

La fuga, 2016, acrilico su legno, 80×800 cm

Le finestre di una casa in Piazza Moles sono state occupate dalla fantasia creativa di Davide Baroggi. La sua energia non riusciva a restare all’interno delle mura, premeva verso l’esterno fino a incastrarsi negli unici quattro varchi da cui era possibile uscire. Essi si accendevano dei colori acidi e irreali di Baroggi, che ha delineato con uno spesso tratto nero e con un cromatismo istintivo ed espressionista le sue Quattro stagioni. Sono contesti diversi in cui l’artista ha inserito un animale, non sempre immediatamente identificabile, un simbolo che riassume senza alcuna mediazione la sua visione di un periodo dell’anno e della vita.

LE OPERE

Quattro stagioni, 2016, tecnica mista su tela
Primavera, 99×88 cm
Autunno, 145×86 cm
Inverno, 155×87 cm
Estate, 161×87 cm

Un dipinto che è una performance. Il ritratto del giovane critico Elia Gaetano era solo l’esito pittorico di un’azione condotta a Edolo pochi giorni prima dell’inaugurazione e testimoniata dallo scatto qui riprodotto. Gaetano si è mischiato alla vita pubblica della cittadina camuna, ha partecipato a un concerto, ha conosciuto le personalità e i luoghi del paese, fino a guadagnarsi l’onore di un ritratto pubblico in una fatiscente casa privata. Ironicamente incorniciata da una vecchia tenda, l’effige era sdrammatizzata dalla presenza di un salame: segno tangibile posto a irridere i futili riti dell’arte contemporanea e riportare le velleità filosofiche della critica alla concretezza della vita, dei rapporti e degli affetti.

Abbiamo la P di Puma e la E di Elefante. Due elementi di un sistema complesso che costituisce l’abbecedario bestiale di Riccardo Gavazzi. Sono l’estratto del suo alfabeto composto di animali, una veloce incursione in un mondo selvaggio fatto di quadri di grande formato. Un gioco da bambini che anticipa temi che costituiscono la ricerca dell’artista: la metamorfosi, l’innesto, l’ibridazione tra realtà diverse. La scelta di rappresentare il non umano è per Gavazzi l’espediente per una maggiore libertà espressiva: è l’osservatore che può attribuire al suo violento tratto pittorico simboli e significati.

LE OPERE

E, 2008, olio su tela, 200×170 cm
P, 2008, olio su tela, 140×200 cm


Dallo studio della storia della prima fotografia è nato il progetto Istantanee (con t → ∞).Monica Carrera, riproponendo le modalità di realizzazione di un ritratto alla fine dell’Ottocento, ha chiesto a sette persone di farsi immortalare, sorridendo davanti alla macchina fotografica, in solitudine, il più a lungo possibile. Da questa richiesta sono nati sette video, in cui le espressioni si succedono rapidamente sui volti dei protagonisti, che si trasformano, in alcuni casi, in maschere al di fuori del controllo dei soggetti. Le emozioni scorrono incontrollate e vengono consegnate all’infinito.

Gli enormi stendardi di Andrea Bruschi sono la reinterpretazione di un elemento tradizionale, a cui l’artista ha voluto dare valore universale e imperituro. Ha scelto, quindi, di eliminare ogni riferimento al reale, imbevendo la tela di solo colore, e di far emergere forme astratte, senza alcuna figurazione. Solo l’interazione tra le condizioni di luce e il paesaggio circostante creava riflessi sul tessuto in cui il visitatore poteva leggere, a specchio, la realtà. Il cromatismo puro di Bruschi si accendeva, così, a tratti grazie alla particolare tecnica adottata per realizzare i suoi dipinti, in cui alla stesura dell’olio sulla tela segue la definizione di accenti di colore con la resina trasparente.

LE OPERE

Stendardi, 2016, (serie di 4), acrilico e resina su cotone, 550×100 cm cad.
Stendardi, 2016, (serie di 3), acrilico e resina su cotone, 300×100 cm cad.


Le campane sono contemporaneamente uno strumento di informazione e di sovra-informazione. Agiscono come mezzo di comunicazione di massa, lanciando un messaggio alla collettività e cadenzando il tempo quotidiano, dando abitudini e determinando attitudini. Per la loro struttura sono, però, anche uno strumento paradossale, perché contrappongono l’eccesso di informazioni dato dal riverbero sonoro alla limitazione dell’estensione tonale. Paolo Brambilla ha estremizzato queste caratteristiche: sovra-informazione e perdita di dati sono stati tradotti in uno spartito scritto dall’artista a partire da un concerto già eseguito dalle campane di Edolo. Ogni volta che la composizione viene suonata, a causa delle caratteristiche specifiche dello strumento, essa inevitabilmente si modifica, allontanandosi dall’intenzione dell’informazione originale.


L’OPERA

Tutto quello che mai ti dirò, performance sonora per 8 campane
Courtesy l’artista e Galleria Massimodeluca


Torna in alto