Anci … oggi dove andiamo ?
Dai draghi e dai dinosauri mi risponde. Come mai draghi e dinosauri le chiedo. Sarà fantastico e meraviglioso mi risponde.

RIAPRIRE CASA TESTORI
Anna Bernardini e Giuseppe Frangi

È stupefacente scoprire come ci siano luoghi carichi di energia, per ragioni di storia e di destino. Casa Testori sembrava sino a qualche anno fa essere semplicemente una grande casa, carica di ricordi e con un bellissimo passato alle spalle. Non è stato per un calcolo preciso né per progetto studiato a tavolino che ad un certo punto, tre anni fa [2009], abbiamo provato a riaprire le sue porte. È stato un po’ per un istinto indotto dal luogo stesso: se tanta vita era passata tra quei muri, tanta nuova vita avrebbe potuto tornare in circolo. Il germe buono che si era insediato tra questi muri doveva tornare a generare. Vita nuova, anche se vita diversa da quella di un tempo. Giorni Felici nasce così: dalla convinzione che questa sia un po’ una casa culla, in cui anche in tempi tendenzialmente poco felici come quelli che viviamo ci sia un’energia che ostinatamente continua a spingere in una direzione positiva. La vita nova che è entrata in queste stanze è quella di tanti artisti giovani che qui hanno trovato il luogo giusto per mostrare e mostrarsi, per dire quello che premeva loro, come urgenza di vita e di poesia. Sono stanze libere, non legate a nessuno schema, nemmeno a quelli che nel passato l’hanno gloriosamente e gioiosamente popolata. Una Kunsthaus, l’abbiamo definita con un pizzico di ambizione. Un luogo dove l’arte circola, proprio come un tempo circolava la vita di tutti i giorni. E dove ciascuno – i visitatori – può entrare, guardare, capire, lasciare la scia delle proprie sensazioni. Casa Testori vuole essere questo, un luogo di esperienze visive nuove che si spalancano a tanti sguardi curiosi, privi di preconcetti e pieni di desiderio.
Così dopo le due edizioni del 2009 e del 2010, dopo la mostra-performance di Andrea Mastrovito, l’artista più votato lo scorso anno (un genius loci…), siamo approdati al nuovo Giorni Felici [2011]. Un grazie agli artisti che ieri e oggi hanno aderito con grande libertà e creatività al nostro invito. Un grazie a chi ci ha sostenuto, nelle forme più variate. E un grazie sincero a chi questa casa ha abitato in quel passato, perché ci ha lasciati liberi di “abitarla” in modo diverso.

LA MOSTRA

Giorni Felici è stata una serie di mostre sperimentali in cui artisti tra loro diversi hanno interagito in un luogo che certamente suscita un fascino enorme, grazie alla potenza creativa di chi lo ha abitato per molti anni della sua vita. Dopo il grande successo riscosso nella sua prima edizione nel 2009, la formula di Giorni Felici è stata riproposta nel 2010, nel 2011, nel 2012 e nel 2014, sempre ospitando una ventina di artisti in altrettante stanze della casa.

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Casa Testori ha raccolto con entusiasmo la proposta dell’Amministrazione Comunale di Calcio di progettare due mostre in occasione di due edizioni consecutive della Settimana della Cultura a Calcio (2018 e 2019). 
Credere che la cultura possa essere occasione di arricchimento sociale significa essere non solo intelligentemente responsabili rispetto alla comunità, ma anche allineati con tante esperienze innovative che stanno animando molti contesti europei. Calcio ha già maturato una significativa esperienza di arte pubblica, con l’iniziativa “Narrano i muri”, lanciata nel 1995. Con queste mostre Casa Testori ha voluto proseguire quel percorso, mettendosi in relazione con un contesto magnifico e vivo come il Castello Oldofredi.

Petticoat è un lavoro sull’immigrazione. La protagonista è l’artista stessa: il suo corpo è in una posa in bilico tra la Madonna della Misericordia e la Madonna dell’Umiltà. Il canto che Krahn intona nella sua lingua natia è un atto penitenziale della tradizione cristiana. Il testo descrive il turbamento di Maria incinta, che deve attraversare un bosco di spine. È un canto di dolore e speranza, un omaggio alle madri e ai rifugiati che approdano in Europa. Al termine del canto l’artista alza la gonna, le colombe, simbolo sacrificale per eccellenza, rinunciano alla protezione del suo lungo vestito e, intimorite, talvolta macchiate di sangue a ricordo della sofferenza subita dall’uomo, si librano nell’aria finalmente libere.

L’OPERA

Petticoat – Kyrie Eleison, fotografia applicata su muro, 2015

«La montagna mi guarda», diceva Cézanne osservando Sainte-Victoire e la stessa cosa ha detto Domenico Pievani guardando il paesaggio di Edolo. L’artista, tramite un ribaltamento tra soggetto e complemento oggetto, ha messo in atto uno spostamento del punto di vista abituale e invertito i ruoli di osservatore e visibile. La sua frase, che attraverso l’acciaio forato emergeva dal paesaggio stesso, sollecitava un’azione, funzionava come sprone nei confronti dello spettatore, rendeva tangibile una sensazione che talvolta si prova a contatto con la natura. Capovolgeva una visiona antropocentrica, invitando a una nuova consapevolezza dello sguardo.

L’OPERA

La montagna mi guarda, 2016, lastre di acciaio inox traforate + sguardo sul paesaggio, 20×420 cm

FalseFriend è una serie di targhe commemorative, come quelle che costellano i muri di tanti edifici delle nostre città, che racconta eventi inventati ma plausibili, legati a personalità del mondo della cultura. Francesco Fossati vuole creare luoghi immaginari attraverso la costruzione di una nuova memoria collettiva che, contemporaneamente, permetta di prendere consapevolezza di spazi già conosciuti e di riflettere sulle lacune della politica culturale nazionale e internazionale (il lavoro è esposto in modo permanente a Carrara, Montoro, Cormano e Novate Milanese). La definizione di un fatto mai accaduto diviene, quindi, un metodo di analisi del reale.

L’OPERA

FalseFriend [Umberto], 2016, incisione dipinta con vernice a solvente su marmo Botticino, 50x80x2 cm

Un incontro inaspettato. Questo il primo impatto dell’opera di Davide Rivalta per chi si muoveva guidato dall’abitudine per le strade di Edolo. Chi sapeva esattamente cosa avrebbe incontrato girato l’angolo, tanto da non rendersi nemmeno conto di quel poco che cambiava, probabilmente invece si era accorto della presenza delle figure forgiate dall’artista. I suoi animali in bronzo erano fuori contesto, ma poggiavano sullo stesso pavimento che calpestano ogni giorno gli abitanti di Edolo. Non volevano essere simbolici, ma epifanici. Si imponevano nello spazio, prima, e nella memoria, successivamente: «Qui, un giorno, c’era un ghepardo», si racconterà.

L’OPERA

Ghepardi, 2015, bronzo, misure ambientali

Ogni essere umano presenta una soglia di frequenza oltre la quale, seppur sollecitato, l’orecchio diventa insensibile e cessa di inviare stimoli al cervello. 
«Sentite qualcosa?». Questa l’unica domanda possibile davanti al Meccanismo di cesura sonora #1.1 di Matteo Maino. Due riposte nette, senza indecisioni, andavano a comporre due gruppi con due percezioni differenti dell’esistente. L’opera di Maino consisteva, infatti, non solo nella trasmissione della frequenza sonora più elevata udibile dall’artista, ma soprattutto nella differente percezione e conseguente reazione che il lavoro generava nel visitatore, in bilico tra frustrazione, insofferenza e fastidio. Era solo il suono a determinare la costruzione di queste due comunità, costrette al dialogo come mezzo di condivisione e completamento di un’esperienza.

L’OPERA

Meccanismo di cesura sonora #1.1, 2014, soglia di frequenza udibile dall’artista (18410 Hz in giugno 2016)

Le Mappe stellari di Dario Goldaniga miravano a fornire all’osservatore un nuovo senso dell’orientamento. Stabilivano un punto di riferimento che l’artista ha disegnato sulla superficie di lastre d’ardesia di recupero, lavagne non più utilizzate, sostituite da nuovi strumenti tecnologici e abbandonate nei meandri delle scuole, contenitori di sapere fatto di scritture e di cancellature, di sovrapposizioni continue e ridefinizioni di significati. Goldaniga ha tracciato sul delebile per antonomasia segni che non possono essere eliminati, poiché incisi sulla pietra. Sono costellazioni incancellabili, bussola per lo sguardo di chi osserva la sua opera.

L’OPERA

Mappa Stellare, 2015, incisioni su lavagna, 90×120 cm cad. 
Courtesy Fabbrica Eos e l’artista

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