Anci … oggi dove andiamo ?
Dai draghi e dai dinosauri mi risponde. Come mai draghi e dinosauri le chiedo. Sarà fantastico e meraviglioso mi risponde.
Petticoat è un lavoro sull’immigrazione. La protagonista è l’artista stessa: il suo corpo è in una posa in bilico tra la Madonna della Misericordia e la Madonna dell’Umiltà. Il canto che Krahn intona nella sua lingua natia è un atto penitenziale della tradizione cristiana. Il testo descrive il turbamento di Maria incinta, che deve attraversare un bosco di spine. È un canto di dolore e speranza, un omaggio alle madri e ai rifugiati che approdano in Europa. Al termine del canto l’artista alza la gonna, le colombe, simbolo sacrificale per eccellenza, rinunciano alla protezione del suo lungo vestito e, intimorite, talvolta macchiate di sangue a ricordo della sofferenza subita dall’uomo, si librano nell’aria finalmente libere.
L’OPERA
Petticoat – Kyrie Eleison, fotografia applicata su muro, 2015
«La montagna mi guarda», diceva Cézanne osservando Sainte-Victoire e la stessa cosa ha detto Domenico Pievani guardando il paesaggio di Edolo. L’artista, tramite un ribaltamento tra soggetto e complemento oggetto, ha messo in atto uno spostamento del punto di vista abituale e invertito i ruoli di osservatore e visibile. La sua frase, che attraverso l’acciaio forato emergeva dal paesaggio stesso, sollecitava un’azione, funzionava come sprone nei confronti dello spettatore, rendeva tangibile una sensazione che talvolta si prova a contatto con la natura. Capovolgeva una visiona antropocentrica, invitando a una nuova consapevolezza dello sguardo.
L’OPERA
La montagna mi guarda, 2016, lastre di acciaio inox traforate + sguardo sul paesaggio, 20×420 cm
FalseFriend è una serie di targhe commemorative, come quelle che costellano i muri di tanti edifici delle nostre città, che racconta eventi inventati ma plausibili, legati a personalità del mondo della cultura. Francesco Fossati vuole creare luoghi immaginari attraverso la costruzione di una nuova memoria collettiva che, contemporaneamente, permetta di prendere consapevolezza di spazi già conosciuti e di riflettere sulle lacune della politica culturale nazionale e internazionale (il lavoro è esposto in modo permanente a Carrara, Montoro, Cormano e Novate Milanese). La definizione di un fatto mai accaduto diviene, quindi, un metodo di analisi del reale.
L’OPERA
FalseFriend [Umberto], 2016, incisione dipinta con vernice a solvente su marmo Botticino, 50x80x2 cm
Un incontro inaspettato. Questo il primo impatto dell’opera di Davide Rivalta per chi si muoveva guidato dall’abitudine per le strade di Edolo. Chi sapeva esattamente cosa avrebbe incontrato girato l’angolo, tanto da non rendersi nemmeno conto di quel poco che cambiava, probabilmente invece si era accorto della presenza delle figure forgiate dall’artista. I suoi animali in bronzo erano fuori contesto, ma poggiavano sullo stesso pavimento che calpestano ogni giorno gli abitanti di Edolo. Non volevano essere simbolici, ma epifanici. Si imponevano nello spazio, prima, e nella memoria, successivamente: «Qui, un giorno, c’era un ghepardo», si racconterà.
L’OPERA
Ghepardi, 2015, bronzo, misure ambientali
Ogni essere umano presenta una soglia di frequenza oltre la quale, seppur sollecitato, l’orecchio diventa insensibile e cessa di inviare stimoli al cervello.
«Sentite qualcosa?». Questa l’unica domanda possibile davanti al Meccanismo di cesura sonora #1.1 di Matteo Maino. Due riposte nette, senza indecisioni, andavano a comporre due gruppi con due percezioni differenti dell’esistente. L’opera di Maino consisteva, infatti, non solo nella trasmissione della frequenza sonora più elevata udibile dall’artista, ma soprattutto nella differente percezione e conseguente reazione che il lavoro generava nel visitatore, in bilico tra frustrazione, insofferenza e fastidio. Era solo il suono a determinare la costruzione di queste due comunità, costrette al dialogo come mezzo di condivisione e completamento di un’esperienza.
L’OPERA
Meccanismo di cesura sonora #1.1, 2014, soglia di frequenza udibile dall’artista (18410 Hz in giugno 2016)
Le Mappe stellari di Dario Goldaniga miravano a fornire all’osservatore un nuovo senso dell’orientamento. Stabilivano un punto di riferimento che l’artista ha disegnato sulla superficie di lastre d’ardesia di recupero, lavagne non più utilizzate, sostituite da nuovi strumenti tecnologici e abbandonate nei meandri delle scuole, contenitori di sapere fatto di scritture e di cancellature, di sovrapposizioni continue e ridefinizioni di significati. Goldaniga ha tracciato sul delebile per antonomasia segni che non possono essere eliminati, poiché incisi sulla pietra. Sono costellazioni incancellabili, bussola per lo sguardo di chi osserva la sua opera.
L’OPERA
Mappa Stellare, 2015, incisioni su lavagna, 90×120 cm cad.
Courtesy Fabbrica Eos e l’artista






























