È nella periferia che l’aria ha un “frizzo eccitante”, scrive Testori. Un frizzo che è poi il frizzo della vita. Davide Spelta ha immaginato di unire lo sguardo di Testori a quello di due altri grandi milanesi, la cui musica e poesia è innervata nella periferia reale o esistenziale: Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Il loro sguardo aperto sulla città dei margini è uno sguardo che parla all’oggi; i loro volti sono tatuati sulla schiena di un trapper dei giorni nostri. Uno di loro, Tusco, ha anche attualizzato le storie di Gilda e Riboldi Gino. La sua sarà una delle presenze degli eventi speciali nel palinsesto di Born in Mac Mahon.

Davide Spelta

Dal disegno all’acquerello, fino ai primi oli: avviene sul finire del decennio, e proprio sul tema della testa d’animale, il ritorno alla pittura ad olio e l’avvio del suo ciclo pittorico pi celebre, quello dei Pugili (o Pugilatori, come amava chiamarli). Il Pugile I segna l’avvio, con il suo infuocato fondo rosso. Testori, come farˆ anche in futuro, usa un modello preciso: si tratta di Palmiro Masala, un giovane pugile dilettante cui dedica anche alcuni ritratti, ora perduti. Si annuncia così la rivoluzione del decennio che si sta aprendo, cui dedicato tutto il piano sottostante.

Enrica e Raffaele sono i due protagonisti di una vicenda che attraversa tutti I Segreti di Milano, a partire dal racconto Il ponte della Ghisolfa che dà il titolo al primo dei volumi, pubblicato nel 1958, fino ai due racconti Appena fuori Luino e Fratello e sorella sui quali si chiude la vicenda, raccolti nel secondo volume de I Segreti, La Gilda del Mac Mahon. È Alessandro Baronciani a dar immagine sui muri di Casa Testori al loro amore, travolgente e proibito: un gioco di sguardi senza parole. Enrica e Raffaele sono due cognati: lei ha sposato Michele Esposito, un immigrato dal meridione, da Lentini (nel gergo un “napoli”). Matrimonio con l’uomo sbagliato, uno a cui «la permanenza nel Nord aveva attaccato dei settentrionali anziché i pregi, i difetti e cioè lamancanza di fiducia nella vita». Salvo poi in quel cambio essergli restati dei “napoli” soltanto i difetti e cioè la gelosia; una gelosia basata più su un principio che su una necessità, ma continua e furiosa; una gelosia senza senso». Michele aveva un fratello molto più giovane e bello, Raffaele: Enrica lo aveva visto una volta sola, ma quella era bastata per farle capire che aveva sbagliato fratello. Spavaldo e quasi sfacciato il giovane Raffaele quando raggiunge il fratello dal Sud, rompe subito gli indugi e dà il primo appuntamento a Enrica: «quando sei in cima al ponte, a destra troverai una strada: scendi da lì; al fondo mi vedrai che t’aspetto. Non sapeva dove poi il Raffaele l’avrebbe condotta: se si sarebbero fermati in uno degli archi che formavan il sottopassaggio o se da lì sarebbero passati altrove; le aveva detto soltanto d’aspettarla al fondo della strada piccola e non asfaltata che si staccava sulla destra, al culmine del cavalcavia». Descrizioni precise, per l’avvio di una storia d’amore clandestina e rischiosa che si sarebbe prolungata nel tempo, senza che il Michele nella sua ottusità un po’ ridicola s’accorga di nulla. Tra Enrica e Raffaele scatta un’attrazione irresistibile, che travolge le differenze di età. Qualcosa da cui non riescono a sottrarsi, nonostante l’atteggiamento tante volte ambiguo di lui, che continuerà ad essere uno scapestrato, capace di guadagnar soldi solo facendo contrabbando di sigarette con la Svizzera. Ma anche in quella situazione Enrica lo protegge e gli sta appresso trovandogli un rifugio presso la sorella che abitava a Cantù. Questa la sua meravigliosa morale: «mai come inquel momento sentiva d’aver ben capito in che cosa consistesse la vera povertà della vita: nel non amare e nel non essere amata».

Alessandro Baronciani

Nella stanza di fronte entriamo come in un ring immaginato da Francesco Poroli. Il protagonista di sinistra è Cornelio Binda, operaio che abita a Vialba ed è appassionato di boxe. Si iscrive alla Box e Atletica Aurora, dove conosce Duilio Morini, lui pure campione e finanziatore della palestra. Si era presentato così: «allora, prima lentamente, poi con vergognosa impazienza s’era tolto di dosso la camicia, le scarpe, la canottiera, i calzoni ed era restato lì quasi nudo con gli occhi di tutti che lo sguardavano e quelli del Morini che addirittura lo spiavano». Ma Morini è un personaggio dai doppi fini che manipola gli incontri per le scommesse. È il “ras” che dà il titolo ai due racconti del Ponte della Ghisolfa in cui si racconta la vicenda. Duilio pretende che Cornelio perda nel match che li vede di fronte: «allora, siamo intesi. Questa volta l’incontro è mio. Hai capito? Mio. Cosa credi che t’abbia creato il piedistallo per fare? Per collocar più in alto la mia gloria: è così naturale… E per ogni evenienza ricordati che il coltello per il manico ce l’ho io». Cornelio non ci sta, vince il match. Il “ras” si vendica seducendo sua sorella Angelica, la mette incinta e causa disonore per tutta la famiglia. Alla fine, Cornelio deve convincerla ad abortire. Sulla destra invece vediamo Rocco Parondi, il protagonista del film di Luchino Visconti, in buona parte ispirato proprio al personaggio di Cornelio. Sul ring immaginato dai due si confrontano con i loro caratteri simili ma non uguali. Sul ring così si confrontano metaforicamente anche Testori e Visconti che hanno immaginato profili diversi per i loro eroi pur coinvolti in storie parallele: per Testori Rocco-Alain Delon era figura troppo angelicata, affascinante ma lontana dalla realtà. Cornelio invece mastica rabbia e quel che è accaduto «lo fa sentire come una belva».

Francesco Poroli

 

 

Nella coloratissima stanza del Giardino d’inverno di Massimo Kaufmann, siamo chiamati a confrontarci con il sofisticato gioco di immagini congeniato da Elisa Seitzinger. Arialda e il fratello Eros, Maria Brasca e la sorella Enrica. Sentimenti forti di fratellanza e di sorellanza, in cui l’affetto alla fine vince sui conflitti o su non banali risentimenti. Arialda Repossi paga l’omosessualità del fratello, una “vergogna” che Amilcare Candidezza prende a pretesto per rompere la relazione con lei. «L’Eros! Sempre l’Eros! Me lo trovo tra i piedi dappertutto! Pur di farmi dispiacere me lo metterebbero anche nella minestra!». Arialda non fa passi indietro, dalla sua bocca esce un fiume di invettive. Eros si presenta con la sua natura buona e malinconica ma non si tira indietro quando c’è da aiutare la sorella a mettere in pratica la sua vendetta, che fa finire tutto in tragedia. È un patto non semplicemente tattico. Gli orientamenti sessuali del fratello alla fine non gli fanno più problema. Ben altre sono le vergogne di cui è stata testimone. «Del resto, posso dargli torto? Ma che se le prenda, le sue libertà! E che l’ascolti fin che può, il cancro dell’amore, come ai tuoi tempi, tu, hai ascoltato il tuo! Sono io, io sola che non posso!». Maria ed Enrica, rivoluzione e conservazione sotto lo stesso tetto. La prima spavalda, con la tigre sulla spalla, sincera fino ad apparire impudica; la seconda normalizzata dentro una relazione matrimoniale segnata più da umiliazione, comprese le corna, che dall’amore. È un braccio di ferro, in cui non può che esserci una vincitrice totale: Maria. Porta a casa il suo amore giovane e proibito e alla fine persuade la sorella ad arrivare ad un sano regolamento di conti con il marito. Gli occhi e la mano di Elisa Seitzinger hanno scavato in queste relazioni: “L’Arialda e l’Eros Repossi e la Maria e l’Enrica Brasca. Personaggi agli antipodi, ma con caratteristiche decisamente spiccate e ciascuno a suo modo tragico. Dopo aver disegnato i loro ritratti simbolici, ho deciso di realizzarli con la tecnica dell’arazzo industriale, in modo che avessero la concretezza e la matericità di un manufatto di fabbrica proprio come l’hanno i personaggi immaginati da Testori, così reali e allo stesso tempo meravigliosi” spiega l’illustratrice.

Elisa Seitzinger

Rita Boniardi, in arte “Gilda”, bellissima «e sì che gli anni, ormai, erano trentatré suonati!». Il soprannome le viene dalla somiglianza con Rita Hayworth protagonista del film che aveva spopolato tra il 1946 e il 1947: «Gilda anche lei», dunque come la diva americana, tanto più che il nome di battesimo era lo stesso, Rita. Agli occhi dei maschi (anche a quelli dei giovani modelli dei quadri Testori in questa stanza) tutto richiama la Hayworth, «tutto come capelli, occhi, denti, bocca, circonferenza davanti e circonferenza di dietro, gambe». 

In particolare nel modo di camminare: dettaglio che ha dato spunto a Gio Pastori di immaginare in dimensioni monumentali la scarpa di Gilda, e con la scarpa il suo passo irresistibile. “Una donna che ha donato magia a un mondo in bianco e nero”, dice Pastori.Di mestiere era prostituta: un mestiere «che però non aveva offuscato le trionfanti bellezze del suo corpo e le trionfanti gioie del suo modo di amare…». Mestiere il suo? «Se era perché le aveva dato da vivere, anzi, nei momenti più difficili, da sopravvivere, certo; ma se era per il resto, no: assolutamente; “uccelli miei, venite qui tutti insieme, a gridarlo voi”; e lo gridava lei stessa, difendendo la sua dignità, come una tigre difende i propri figli». Da parte sua avvertiva un’attrazione irresistibile per gli uomini: «ogni volta che un uomo l’avvicinava, si sentiva prender da un’ansia e da un tremore che confinavano con la vertigine, come si trattasse del primo». Deve subire l’umiliazione da parte dell’uomo che più ha amato, Gino Bonfanti, il quale la sfrutta per risolvere i suoi problemi di debiti. Gino è sposato. Dopo aver subito l’ultima umiliazione, Gilda rompe gli indugi, si fa tigre e si vendica con una sceneggiata davanti alla moglie di Gino, in casa loro. La sconfitta non scalfisce affatto il suo fascino. Le bastano quattro o cinque giorni per innescare un’altra grande passione. Lui è un ragazzo moro, vent’anni, «con delle labbra che neanche il Padretreno sa cos’ho provato a vederle». Nella carambola dei nomi, c’è un nuovo raddoppio: anche lui di nome fa Gino. Gino Restelli. Vendetta compiuta.

Gio Pastori

Lo scoccare del decennio coincide con un’immersione totale nella pittura: il colore si fa materia in rilievo, il rosso sangue si concrea in rubino e la scena si frange in tre fotogrammi d’azione. Nella mente ritornano le palestre di Rocco e i suoi fratelli, il film diretto dieci anni prima da Luchino Visconti e tratto da tre racconti del testoriano Ponte della Ghisolfa (1958).

Questi grandi teleri hanno per soggetto i ragazzi della sua provincia milanese, di Bar, conosciamo anche il nome: Daniele. Nulla sapremo del destino occorso agli interpreti messi in posa per il Grande nudo sdraiato che gronda sul camino o il Ragazzo di schiena con il teschio. I fondi di queste figure sono stesi a blocchi di olio bianco, posti a coprire una stesura colorata che, in origine, doveva farli apparire simili al primo pugile e al trittico della stanza precedente. Sono quasi dei bassorilievi e la figura deve emergere a forza per non affondare. La materia per il Testori pittore come per il critico, e perfino per il poeta, il cuore stesso della sua ricerca espressiva. Queste opere, come le Nature morte della veranda, vennero esposte alla sua prima grande mostra, alla Galleria Galatea di Torino. Per l’occasione venne realizzato un servizio fotografico nello studio di Via Brera, tra le primissime immagini a colori che conosciamo di Testori.

Jacopo Baco Giannitrapani ha invece reinventato una segnaletica che fa da ponte tra la Milano di ieri e quella di oggi. Via Espinasse dove scende il tram che da Vialba porta verso Corso Sempione: ci sale Sandrino Schieppati dopo il vano tentativo di tornare a vivere con la famiglia al Fabbricone. «Il tram calò lentamente giù dal ponte, verso via Espinasse»: ogni fermata per lui un sussulto doloroso. Villapizzone è invece la casa del Ras, Duilio Morini, «quel maiale di Villapizzone che non lascia star nessuno…». Da lì passano le ferrovie e sui binari la Gilda aveva pensato, per un momento di farla finita. Via Aldini, la strada che innerva l’epopea de I Segreti di Milano: qui c’è la sede della Vigor, la squadra del “dio di Roserio” e qui c’è il Fabbricone. Immaginiamola così: «erano le cinque. Via Aldini era piena di gente che passeggiava. Qualche moto e qualche Lambretta l’attraversava rombando o si divertiva a scorrazzare e a farvi strani ghirigori». La Bovisa: terra di confine. «Appena di là dalle fabbriche, dai camini e dai gasometri della Bovisa, i treni della Nord passavano e ripassavano indifferenti e veloci». Luogo di passaggio, luogo di avventure: su un prato della Bovisa Enrica fa per la prima volta l’amore con il cognato, Raffaele. Giambellino: periferia sud, dove la città finisce nel nulla della nebbia. Periferia assediata dalla paura, scenario di un delitto, quello di Gina Restelli per mano di Rinaldo Cattaneo. Con la piccola Pina unica testimone. Vialba, con quel suono dolce è il cuore pulsante de I Segreti di Milano. Così con gli occhi di Rina Oliva: «adesso, da dove se ne stava, poteva veder tutta Vialba. I grandi profili delle case, le innumerevoli file di luci delle finestre e delle scale». Ghisolfa: crocevia di tutte le storie. Luogo potente e tenero. Sempre con gli occhi di Rina: «quando si trovò davanti la rampa del ponte che i lampioni illuminavano nella sua curva ampia e solenne ebbe un momento di tremore: benché lo conoscesse, quella sera la ragione per cui vi si recava glielo fece parer smisurato».

Roserio: limitrofo a Vialba, in direzione Nord. Lì stava di casa Dante Pessina, il “dio” su due ruote, ovvero «il mandorlo di Roserio». Cadorna: capolinea delle Nord, ma terra di un altro mondo. È lì che la “padrona” del bar, la Wally, era andata a comperare la pelliccia regalata dal suo Riccardo. Sempione: è il parco, luogo non di distrazione ma di perdizione. Un sottobosco, pur nella sua solennità.

Jacopo Baco Giannitrapani

 

Gilda condivide lo spazio della stanza con una star di fatto e non solo di nome: Lauretta Masiero, regina del varietà. Lei troneggia nel manifesto disegnato da Riccardo Guasco, ma il vero protagonista è il piccolo uomo che si muove ai suoi piedi. Lui è Dino Rescaldi. Ragazzotto semplice nel mirino di tutta la compagnia per la sua passione sviscerata per Lauretta. «Infatti per lui, come per tutti gli altri, la rivista era una specie di rito, un rito cui assistere il più spesso possibile perché in esso vedevan realizzata una vita di libertà e di splendore cui altrimenti si sarebbero sentiti negati per sempre». A chi gli proponeva dei paragoni con altre protagoniste della scena, la sua risposta era sempre la stessa: «Sì, ma la Masiero…». Avrebbe voluto dar prova pubblica della sua venerazione, ma la timidezza o le circostanze lo avevano sempre fermato. Niente baci alla Masiero, ironizzavano gli amici. Fino a quella penultima replica quando a sorpresa «tirò fuori da sotto il paletò le rose e sollevandole glie le mostrò… l’attrice guardandole sembrò perder per un attimo il ritmo della danza e quasi sorridere…. “A te, a te…” fece il Dino, e quelle parole non le pensò, le disse». È un crescendo davanti agli occhi «biliosi degli amici». L’onda cresce quando lui dice il suo nome a lei. «“Dino?” fece lei con un’intonazione appena interrogativa». Così il suo nome, correndo di bocca in bocca, «era diventato l’ovazione con cui il pubblico ne accompagnava la passerella». Un trionfo. Un sogno. Pensava; gioiva; d’improvviso s’immalinconiva; per poi altrettanto d’improvviso riprender a esser felice e così tornar a gioire».

Riccardo Guasco

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