Il Fabbricone era una casa di ringhiera, prototipo delle case popolari, sorto in fondo a via Aldini. Testori sul quaderno del suo manoscritto, oltre a raccontarne la storia attraverso la memoria della sua protagonista, Redenta Restelli, lo disegna anche con dovizia di particolari, indicando le abitazioni dei protagonisti della sua epopea. «Nata e vissuta da quelle parti, del Fabbricone la Redenta ricordava tutto, e lo ricordava con la precisione e la forza della sua gran memoria… Ecco i giorni in cui su quello che allora non era altro che un prato correva a giocar con le amiche. Ecco le domeniche in cui col padre, la madre e gli zii, andava a veder i progressi di quello che ormai era diventato l’avvenimento principale del rione. Titolo meritato, del resto, trattandosi della prima casa popolare vera e propria che, nel rione, s’alzava a ridosso delle cascine… Ogni appartamento era stato dotato del suo lavandino e del suo gabinetto. Ed era forse poco, a quella data, millenovecentoventitré? Senonché i padroni, anzi il consorzio, dato che non ci stavan loro, anno per anno l’avevano lasciato andare, e andar a ramengo». Nella sala irrompono di tanto in tanto i tuoni di un temporale, quello premonitore della prima pagina del Fabbricone. «Persiane che sbattevano. Panni, camicie e mutande che s’agitavano sui fili. Un gran trafficare sui ballatoi. “Vieni dentro! Su, su che arriva la fine del mondo!”».

Redenta Restelli, è la vera anima del Fabbricone: Marianna Tomaselli ha immaginato che tutte le lenzuola appese ad asciugare sventolino per lei, mentre attraversa a passo sicuro il cortile. Redenta Restelli, che ha poco più di 30 anni e un grande amore alle spalle, schiacciato dalla violenza della guerra (il suo Andrea era morto sul fronte albanese), vive con il fratello. In lontananza lei vede le fiamme che escono dalle ciminiere della Purfina. Le luci di quelle fiamme si assommano a quelle dei lampi del temporale che si sta scatenando e scuote l’aria facendo sbattere le persiane: è la colonna sonora del Fabbricone. Redenta ha un punto di osservazione privilegiato: il davanzale da cui controlla tutti i movimenti. «Come sempre, la Redenta se ne stava immobile alla finestra, gli occhi tesi giù a spiare», annota un po’ stizzito Sandrino Schieppati, il ragazzo, primo di sette figli, scappato dal Fabbricone per insofferenza e in cerca di un’ambigua fortuna. Nel video girato su un vagone storico delle Ferrovie Nord in viaggio, Sandrino viene interpretato da Giacomo Toccaceli: ascoltiamo la confessione del suo fallito tentativo di tornare a casa. Sulla stessa carrozza c’è anche la mamma, la Schieppati, interpretata da Giulia Heathfield Di Renzi: racconta la vana ricerca del figlio nella “fossa dei serpenti”, sottobosco di prostituzione ai bordi del Parco.

Marianna Tomaselli

Un pitone è l’animale domestico di Martina Andreoni. Una volta al mese, lo deve nutrire con un topo. È un processo molto lento: l’artista conserva il roditore in freezer, lo scongela, lo riscalda, quindi, con l’aiuto di due pinze lo inserisce nella teca del rettile e simula che sia vivo, muovendolo. Questo incontro ricorrente con la morte e con la finzione della vita viene esasperato dall’artista negli still life fotografici. Sono nature morte, appunto, in cui la consapevolezza della fifine dell’animale non impedisce di avere coscienza del dolore, in un meccanismo di proiezione ed empatia, rivelatorio della condizione umana.

Martina Andreoni, Sensation is Painless, 2022, stampe Fine Art, 42×29,7 cm cad., courtesy l’artista

Quante famiglie abitano nel casone a ringhiera di via Aldini? Testori, tra le pagine del romanzo, dà notizia di una ventina di famiglie, con tanto di cognomi. Possiamo pensare che ognuna avesse la sua cassetta della posta, arrangiata alla bell’e meglio. Che lettere arrivavano? Che cartoline? E quali pubblicità, dato che, per quanto grami, erano comunque anni di boom… Il duo Steiner&Wolinska ha reinventato quelle cassette con allegria e fantasia e immaginato anche quali messaggi arrivassero. Che sorpresa si nasconde nella cassetta degli Schieppati?

Steiner&Wolinska

In veranda ci aspettano Rina Oliva e Carlo Villa: l’amore proibito del Fabbricone. Proibito per ragioni politiche. Lei famiglia cattolica alquanto bacchettona, lui di famiglia comunista ideologicamente ruvida. Gli attriti segnano la quotidianità del Fabbricone, per via della battaglia dei manifesti di propaganda. «Allora, di là dalla cinta, cominciarono a venir avanti, come guardie che stessero eseguendo un ordine avuto da chissà chi, gli attacchini. Si trattava di due giovani sui vent’anni, dietro i quali camminava un trio di uomini d’età più avanzata che pareva proteggerli e guidarli. Dei due giovani, uno portava una scala, l’altro un rotolo e un secchio. “Ci siamo,” disse la Redenta, quand’ebbe capito di che si trattava. “La solita storia! Come se coi manifesti e con le bambanate che ci stampan sopra, potessimo riempirci il ventre e pagar gli affitti!”». È operazione carbonara dei militanti di parte cattolica. Il giorno dopo lo sfregio, con lo strappo dei manifesti da parte dei Villa: una lotta a suon di carta e colla che Jeugov ha reinterpretato su tabelloni elettorali veri.

Jacopo Riva

 

Ma l’amore è più forte delle contrapposizioni e porta Carlo e Rina nelle braccia l’uno dell’altra. È una storia appassionata ma costellata da timori: che ne diranno le due famiglie? Che se ne dirà al Fabbricone? Rina, la più decisa nel prendere l’iniziativa e nel donarsi anima e corpo, cerca invano un’assoluzione da un prete. Alla fine si auto assolve nella convinzione che «il vero male non era rifiutare l’amore e, con l’amore, la vita? Come poteva la parola di Dio esser dalla parte della morte?». È l’istante stupendo sigillato nella delicatissima video animazione di Anna Parini. Tra le sterpaglie della scarpata Carlo e Rina decidono di procedere. Sullo sfondo si sente lo sferragliare dei treni. «La fiamma del Pero brillava davanti a loro, e la Rina appena la vedeva spuntare tra le foglie, diceva che era la loro stella… Dio non solo non li malediva, ma pareva sorridere».

Anna Parini

La Crocifissione del 1949 l’ultima opera pervenutaci di questo primo periodo, forse il capolavoro di quegli anni, punto di arrivo di una ricerca inesausta su questo tema, testimoniata da un importante nucleo di disegni, tra il 1948 e il 1949, in cui, caso unico nell’iconografia cristiana, l’Agnello Mistico ad essere crocifisso. Cade in mezzo a questo cantiere di sperimentazioni, tra l’estate e l’autunno del 1948, l’episodio cardine per questo momento della vita di Testori: gli affreschi con i Quattro evangelisti realizzati per i pennacchi della cupola absidale di San Carlo al Corso, a pochi passi dal Duomo di Milano, ma coperti poco dopo perché giudicati inappropriati.

 

Via Mac Mahon: due chilometri rettilinei che dalla zona Sempione portano dentro la periferia di Giovanni Testori, nello specifico a Villapizzone. Un asse di penetrazione da un mondo a un altro, a doppia carreggiata, con la corsia del tram numero 12 al centro, protetta dal lungo filare degli olmi. Una strada dominata dal verde, come l’ha immaginata Jacopo Rosati, ridisegnandola lungo il grande giro scala di Casa Testori. È una strada-mondo sulla quale si affacciano un teatro, l’Out Off, tre scuole, il liceo Bottoni e una primaria, la Rinnovata Pizzigoni, l’Istituto San Gaetano, due parrocchie, San Gaetano e Gesù, Maria e Giuseppe con i relativi oratori e il Parco Gianluigi Bonelli. La via fiancheggia il quartiere della Ghisolfa, sovrastato dall’omonimo cavalcavia e ritagliato tra due linee ferroviarie che ne fanno una piccola enclave. Enclave anche libertaria visto che la Ghisolfa è la culla dell’anarchismo milanese. «La Ghisolfa è passata dalle nostre mani di registi e di scrivani, in quelle splendide, rabbiose e lucenti dei giovani dell’anarchia», scrive Testori nella sua biografia di Visconti. Curioso che un luogo come questo debba misurarsi con la celebrazione di Patrice Mac Mahon, il generale francese a cui si deve la liberazione di Milano dal potere asburgico e la sua unificazione al Piemonte, ma che nel 1871 era stato il feroce protagonista della repressione dei comunardi parigini, con una strage che provocò 38mila morti. Su Mac Mahon abitava la Gilda, in una casa che Testori descrive con precisione, «una di quelle case che poco prima della guerra eran venute su tra il fondo del Mac Mahon e la Bovisa; niente più d’un piano, tre locali e qualche metro d’orto-giardino sul davanti». Il riferimento porta al quartiere sorto in quella zona però a inizi ’900, con case a schiera basse e villini, che si sviluppano in direzione di Piazza Prealpi. Sulla scarpata che dalla via porta verso il ponte e che costeggia le linee dei binari si consumano tante epopee de I Segreti di Milano.

Jacopo Rosati

La stanza dedicata ai tramonti sul lago e alle Teste del Battista segna il ritorno testoriano alla raffigurazione. I suoi quaderni manoscritti, e le testimonianze epistolari, mostrano come il disegno avesse continuato a giocare un ruolo fondamentale nella concezione creativa di Testori. Ma a Sirmione, tra il 1966 e il 1967, Testori torna a realizzare opere a se stanti e, l’anno seguente, scrivendo il dramma Erodiade, non poté fare a meno di affiancare ai quaderni di “parola”, due quaderni di “figura”, in cui procedere anche visivamente, al tormento della Testa del Battista.

 

Il 1968 l’anno dell’acquerello, dell’esplosione del colore: si accendono così le stesse Teste del Battista, prima realizzate a penna stilografica, e da queste alle teste di animali il passaggio immediato. Si tratta di una partecipazione della natura animale alla Passione sacra, certamente, ma soprattutto della risposta alla necessita di Testori di avere modelli reali per dipingere: carne e sangue veri che gli animali macellati mettevano a sua disposizione. Al centro della serie posto un unicum: quel bosco di Bondo, nei Grigioni Svizzeri, il paese dell’amico pittore Willy Varlin, così importante per la critica e la pittura testoriana in quegli anni.

 

 

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