Il suo stile era quello di una continua apertura di credito verso i ragazzi che stimolava in ogni campo, nel teatro, nella scrittura e nella pittura. In forma di Fotoromanzo vengono raccontate tre situazioni emblematiche: Interrogatorio a Mariaaffidato alla giovane compagnia del Teatro dell’Arca; i tanti incontri pubblici nelle scuole o nei teatri; il rapporto chiave con Emanuele Banterle, conosciuto quando aveva poco più di 20 anni e diventato persona chiave per tutta l’ultima stagione di Testori. Il video documenta il dialogo con Alberto Moravia su I Promessi Sposi, davanti a centinaia di ragazzi. 

Nel buio, in mare, luci verdi e rosse si accendono intermittenti. Galleggiano sulle acque salmastre della laguna dove abita Giuseppe Di Liberto. Segnano la via nella notte – e nella mostra. Sono una mappatura di torce monumentali, quelle che illuminano i luoghi che costituiscono parte essenziale della ricerca dell’artista: i cimiteri. Di Liberto esplora le forme del lutto e del rito, segue le tendenze raccontate da TiKTok e il rapporto con la cultura neomelodica siculopartenopea, le sovrappone alle rappresentazioni della storia dell’arte. Così, sopra una Ars Moriendi bavarese del 1200 e su un dettaglio del Ritrovamento del corpo di San Marco di Tintoretto sono modellate in cera due scene luttuose neomelodiche contemporanee, tratte dai social network. 

Giuseppe Di Liberto, Chiurenne l’oucchie pare e te verè, 2023, argilla e cera su cotone, 179×96 cm, courtesy l’artista 

Giuseppe Di Liberto, R, 2024, grafite e cera su carta, 42×30 cm, courtesy l’artista.

Giuseppe Di Liberto, Quando una stella muore, 2023, lattice, luci notturne led, 15x20x8 cm circa cad., courtesy l’artista

Giuseppe Di Liberto

È dedicata all’altro grande Franco che ha segnato la storia del teatro testoriano, Franco Branciaroli. Insieme sono stati protagonisti di uno spettacolo che ha lasciato un segno profondo: In Exitu, prodotto dal Teatro degli Incamminati. Quando Testori, per ragioni di salute, non potè più andare in scena venne girato questo video in cui lo si vede in gran parte silenzioso con lo sguardo rivolto a Branciaroli in scena. 

Aveva vocazione nomade e quindi qui ci stava poco. Era la sua stanza con affaccio sul balcone: qui lo aveva fotografato Giacomo Pozzi Bellini con i quadri dell’800 francese alle spalle. Ora i quadri non ci sono più, ma sono ancora presenti grazie alla loro impronta scavata nel muro realizzata da Andrea Mastrovito. Nelle immagini lo vediamo con la penna in mano nelle più disparate situazioni.

Le fotografie di Giorgio Lotti e quelle con Rainer Fetting davanti al ritratto che l’artista tedesco gli aveva fatto anticipano il finale. Il volto di Testori è ormai segnato dalla malattia.

L’Associazione Testori conserva il più importante nucleo di opere realizzate da Testori nella sua prima stagione pittorica. Un vero palinsesto visivo del suo pensiero critico, un susseguirsi sorprendente di pittura, con la quale partecipa alla ricerca formale di una generazione. Sono anni in cui il Realismo italiano al centro del dibattito culturale e i pittori che ad esso sentono di appartenere s’interrogano sulla sofferenza della Guerra, sulla sete di Libertà e sulla forza del quotidiano. Per Testori spesso il riferimento la linea di Matisse, ma lo spettro con cui fare i conti Picasso, padre padrone da attraversare cercando di non soccombere.

L’opera con cui si apre la mostra un Presepe inedito dall’iconografia inconsueta. é il 1942, Testori ha 19 anni ma da oltre un anno affida i suoi disegni alle riviste del GUF e di “Pattuglia” già da tempo il responsabile per l’arte. Da pittore si fa le ossa sul paesaggio e, nella Milano bombardata e poi liberata, si interroga sul ritorno della pittura d’avanguardia nelle chiese, con DeposizioniCrocifissioni e in alcune prove per un Serafino o un Cristo Pantocrator.

Il percorso di Born in Mac Mahon prende il via da Dante Pessina, 20 anni. Lavora in un garage con pompa di benzina annessa. Ma al centro della sua vita c’è la bicicletta. Ha una ruota nella testa, come lo ha immaginato Martoz con un totem in legno, monumento per un campione fatto in casa, nato tra le strade di Roserio. È il capitano della Vigor, leader indiscusso della squadra. Per il presidente Todeschi è un “dio”, il “dio di Roserio”; il pubblico è tutto per lui. «Pedalava armonioso, irresistibile, di qua e di là, a destra e a sinistra, su e giù, su e giù, anche nelle salite». Gli bastavano poche vittorie per garantirsi il passaggio al professionismo, ma quella volta nella Coppa del Lago c’era qualcuno che andava più forte di lui. Era il suo gregario, Sergio Consonni. Lungo la discesa a capofitto verso il lago da Valbrona a Onno, sul ramo manzoniano del lago di Como, il “dio”, su una curva, con una manata fa cadere il compagno di squadra, che resta menomato a vita. «Solo una lezione: che il culo sulla sella non lo mettesse più o lo mettesse in un’altra maniera: sapendo con chi aveva a che fare: perché era un gregario: ed era inutile che si montasse la testa: anche quella volta lì tante scene per cosa?». Il “dio” vincerà un’altra volta, nessuno saprà del gesto che ha commesso. Ma nessuno sa quanto le sue notti, come ascoltiamo dalla voce di Maurizio Donadoni, fossero agitate dal fantasma del Consonni e dal pensiero del gesto commesso. La ruota da sogno che era, diventa pesante come una colpa. Le macchie rosso sangue non se ne vanno via dalla sua maglietta da campione…

Martoz

Dal “dio di Roserio” si passa alla “tigre di via Zoagli”: in cucina ci aspetta Maria Brasca, 27 anni, operaia presso il calzificio G.R. di Niguarda. Di lei sappiamo tutto, perché la trasparenza e la franchezza sono la sua forza: così Matteo Riva ha potuto disegnare la cartina della Milano di Maria Brasca, indirizzo per indirizzo. Maria è innamorata di Romeo Camisasca, di tre anni più giovane di lei, bellissimo e nullafacente. Il suo obiettivo è sposare Romeo. Ma la cucina della sua casa di via Zoagli 17 a Vialba, dove Maria vive con la sorella maggiore Enrica e suo marito, si trasforma ogni volta in un ring. Maria difende come una tigre le ragioni del suo amore fuori luogo, davanti a sorella e cognato. Alla fine vince lei: il suo è un oltranzismo vincente, perché alla fine Romeo cede e accetta la prospettiva di legarsi a lei in matrimonio.

Matteo Riva

Al centro della cucina c’è il tavolo sul quale Cristina Amodeo ha imbandito il trionfo povero di ogni tavolo de I Segreti di Milano. È un collage realizzato con la stessa cura con la quale si mettevano sulla tovaglia i soliti cibi di ogni giorno. Le ristrettezze imponevano menù a base di minestre, pane e soppressa, con poche varianti. Sullo stesso tavolo andava avanti e indietro anche il ferro da stiro. Ma per Maria Brasca questo tavolo è stato soprattutto il ring per mille discussioni a spada sguainata con la sorella e con quell’ipocrita di cognato.

Cristina Amodeo

 

Massimiliano Aurelio ha immaginato il trionfo di Maria dedicandole un grande stendardo. Lei, con un tocco di felice insolenza, bacia il suo Romeo davanti alla platea degli inquilini affacciati alle finestre. Sono forse quelle del Fabbricone in via Aldini dove abitava Renata Cornini, la sua rivale, che aveva tentato di portarle via Romeo? Chi guarda deve inghiottire con un po’ di invidia questo happy end, raggiunto a forza di unghiate. Lei però è positività allo stato puro: «E poi, adesso non vorrei sembrare scema del tutto, ma a me, in momenti come questi, la felicità sembra d’attaccarla anche agli altri».

Massimiliano Aurelio

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