Sopra la porta di ingresso di Casa Testori si trova l’opera di Marija Sevic, Cultura non stop.
esposta durante la mostra Giorni Felici 2014

Nata come intervento di denuncia da collocarsi davanti al Museo d’Arte Contemporanea di Belgrado, chiuso dal 2007, la scritta al neon di Marija Sevic, sulla facciata di Casa Testori acquista un’accezione positiva. Si trasforma nell’indicazione di un luogo che vuole essere un punto di riferimento aperto e accessibile, giorno e notte. Il richiamo alle insegne luminose delle attività commerciali sottolinea come la cultura possa essere non elitaria, disponibile sempre e per tutti. Una metafora che riassume, e illumina, la missione di Casa Testori.

Alessandro Roma, Subito mi spoglio ed esco mezzo nudo sotto la pioggia, 2011, resina, acqua.
donazione dell’artista

Nel giardino di Casa Testori si trova la scultura di Alessandro Roma esposta durante la mostra Chang-E4. 

Nel lavoro di Alessandro Roma c’è una sorta di respiro primigenio, un dato naturale che è principio generatore dell’opera; sorgente che viene usata per definire la natura stessa della percezione umana. Nei suoi lavori convivono il frammento e la completezza del dato fisico, come accade all’aspetto figurativo e a quello astratto. Davanti ai suoi lavori lo spettatore viene messo alla prova di un’arte funambolica: far convivere il senso del sublime con il sentimento della vertigine. Inoltre le forme antropomorfe della scultura di Roma tracciano visioni surreali e immaginifiche: ma anche qui luoghi imprecisati chiedono attenzione nello sguardo, rivelando in questo modo, all’osservatore più attento, un mondo che dà traccia di alberi, rocce, fiumi, fiori, ruderi, ninfei, sentieri, animali e figure.

 

Andrea Mastrovito 

Per realizzare questa stanza ho tenuto presente una delle rare foto che ritrae Giovanni Testori nel suo studio privato. Qui lo scrittore custodiva i quadri raffiguranti nudi di uomini che attribuiva a Courbet e Géricault. In questa foto, si notano cinque quadri sullo sfondo, sopra la libreria. Di quattro si hanno notizie e dimensioni certe, del quinto – il torso di uomo sopra il ritratto di moro – non si sa nulla. Guardando la foto, ho riprodotto nella loro posizione originale i quattro quadri noti, utilizzando solamente la materia di cui era composta la parete, ovvero gli strati di pittura, gli intonaci fino al cemento ed i mattoni, come per la stanza con l’immagine della famiglia Testori al completo. In questo lavoro è l’assenza a parlare: quando togliamo un quadro che è stato appeso alla parete per lungo tempo, ci accorgiamo che sul muro rimane, lì dove era il quadro, una silhouette più scura, preservata dall’usura della luce e della polvere. Partendo dall’ìdea di quella traccia lasciata dai quadri, sono arrivato ad immaginare che l’intera figura fosse rimasta impressa sul muro che, perforato, tagliato, scavato, ha  infine restituito il ricordo che tratteneva. Esattamente di fronte ai quattro quadri scavati nel muro, un televisore al plasma propone una selezione di 13 video, tutti riguardanti l’Arte e la Storia dell’Arte, e realizzati con la regia di Zizi (Marco Marcassoli) tra il 2003 ed il 2006.  Tutti i video sono una riflessione – critica e non – sull’Arte, sui suoi meccanismi, sulla storia stessa dell’arte e sul rapporto tra artista ed opera, e trovano qui, in quello che era lo studio in cui Testori passava gran parte del suo tempo osservando e scrivendo, il loro posto naturale. Dagli Haiku, sorta di tableaux vivants o di piccoli sketch sulle pretese dell’arte contemporanea e non, fino a 150 chiodini di plastica per esprimere il tuo talento artistico in cui immagino di riportare una serie di celebri artisti moderni ai sei anni di età e di dare loro in mano dei chiodini di plastica per vederli riprodurre le loro opere più celebri nelle forme più semplici, e CH, in cui, con Stefano Arienti e Luca Francesconi tra i protagonisti, un museo viene preso d’assalto – sulla falsariga del Batman di Tim Burton – e tutte le opere distrutte e deturpate in nome di una nuova, violenta avanguardia ultrafuturista.

Al primo piano nella stanza ,che oggi ospita l’archivio dell’associazione Giovani Testori, è presente l’opera realizzata da Andrea Mastrovito in occasione della mostra: Easy Come, Easy Go

Dal testori del catalogo:
Otto sotto un tetto 
è il titolo italiano per la sitcom americana Family Matters. Di otto membri era composta la famiglia Testori: mamma, papà, due figli maschi e quattro femmine. Ci si dava da fare all’epoca, quando la sera non c’era la televisione. L’immagine rappresentata è tratta da una foto, l’unica che ho trovato con tutta la famiglia al completo ed in posa davanti ad uno dei grandi alberi del giardino della villa. L’opera è realizzata intagliando direttamente il muro e portando alla luce, di volta in volta, gli strati di pittura, gli intonaci, il cemento ed i mattoni: è una tecnica che, in precedenza, avevo utilizzato solo una volta, in occasione di Pindemonte a Ginevra. Ricordo bene, era Natale. A Natale mi vengono sempre nuove idee, non so perchè. Ero in bagno – come Freddie Mercury quando compose Crazy little thing called love, solo che lui era nella vasca da bagno, io sulla tazza del cesso – e stavo sfogliando un catalogo del CesaC di Cuneo. Ad un certo punto mi si para dinanzi una foto col lavoro di William Anastasi. Una striscia di muro scavata a picconate, e le macerie abbandonate lì, proprio sotto la striscia, come se fosse passato un dio a incidere la roccia col suo mignolo. Illuminante, pensai. Da lì scrissi un’email a Barbara, che mi chiedeva un’idea nuova per la mostra in programma da Analix a maggio. E pensai a queste figure, questi “guardiani” incisi nel muro della galleria, e alle loro ceneri, racchiuse in urne sottostanti. Ricordavo benissimo che su quelle pareti, erano intervenuti pittoricamente decine di artisti, da Julian Opie a Martin Creed, da Matt Collishaw ad Alex Cecchetti a Luca Francesconi, da Jessica Diamond fino a me stesso un paio di volte, e pensai che, piano piano, con un taglierino e molta pazienza, si potevano ritrovare tutti gli strati di pittura, ricostruendo la storia archeologica della galleria semplicemente portando alla luce tutti quei colori. Pian piano l’idea prese forma e si trasformò in Pindemonte, ovvero una sorta di allegra danse macabre in cui diciotto personaggi, saltando, giocando, scopando, corrono dritti tra le braccia della morte. E tutte le ceneri raccolte in 18 urne, come un piccolo cimitero della pittura. Ricordo che, per la prima volta in vita mia, piansi di commozione una volta finita l’opera, dopo notti insonni passate a grattare decine di metri quadri col taglierino. Così anche qui a Casa Testori ho lasciato che fossero i muri a parlare: come se fossero stati impregnati di sostanze fotosensibili, ci restituiscono le sembianze delle persone che hanno vissuto qui negli anni passati, presenze che ancora impregnano (credeteci, da uno che ha passato le notti lì dentro), benevole, tutte le venti stanze…

Andrea Mastrovito, Family Matter, intonaco intagliato, dimensioni ambientali, 2011.

 

 

Alberto Montorfano, La «dame à la flûte», 2023.

Una visione, tratta dall’ultimo romanzo di Testori Gli Angeli dello Sterminio (1992), della distruzione del Duomo di Milano e raccontata da «dame à la flûte» al cronista/autore grazie alle sue capacità divinatorie, è il soggetto del grande intervento murale a carboncino e foglia d’oro realizzato da Montorfano in occasione della mostra Born in Mac Mahon (2023).

Più che una rappresentazione del crollo sembra che sul muro si sia impressa un’impronta delle stesse rovine. La presenza della «dame à la flûte» è evocata dall’anacronistico brillio dell’oro dei calici. Nel sottofondo immaginate il rombo dell’orda, i 50 motociclisti, metamorfosi dei Cavalieri dell’Apocalisse, pronti a portare a compimento «l’ordine ricevuto».

Andrea Bianconi, Sit Down to Have an Idea, 2024. 
donazione dell’artista

La sedia situata al primo piano fa parte del progetto di Andrea Bianconi: Sit Down to Have an Idea

L’ispirazione nasce nello studio dell’artista, dove custodisce la sua “poltrona delle idee”. Come racconta Bianconi: “Ogni volta che qualcuno mi viene a trovare, vuole sedersi sulla mia poltrona pensando di essere ispirato. Allora mi sono detto: perché non dare la possibilità a tutti di sedersi, riflettere e avere un’idea?”…
“Sono convinto della funzione terapeutica dell’arte. Portare l’arte in spazi sconfinati per contaminarli con i luoghi e i visitatori significa per me regalare emozioni forti e idee che sono l’ossigeno della nostra esistenza”.

Se avete bisogno di trovare delle idee passate da Casa Testori!

T-yong Chung, Giovanni, 2019, gesso.
donazione dell’artista

Il lavoro, realizzato in occasione della mostra Appocundria (2019), è un omaggio dell’artista a Giovanni Testori. L’accademismo del ritratto classico viene annullato dall’utilizzo di una levigatrice, che permette di creare un rapporto tra pieni e vuoti e impone il completamento dell’immagine soltanto attraverso il ricordo o la fantasia dell’osservatore.
L’assenza di una parte impone una ricostruzione, attiva lo sguardo. 


di Massimo Kaufmann

Una stanza preziosa della Casa Testori, non troppo grande, raccolta e riscaldata da un soffitto “a cassettoni”, decorato con foglie d’alloro, oggi parzialmente svanite; è lo studio di questa grande casa che si affaccia sul giardino, il bel pavimento tipicamente lombardo a mattonelle esagonali, nere, rosse e grigie. In questi giorni di primavera anticipata le camelie esplodono in una fioritura che è il più bel dono per me che da due settimane mi sono messo all’opera per trasformare questa camera in un quadro. Alessandro mi aiuta nel disegno delle linee verticali, è un lavoro preliminare che comincia lunedì 3 marzo. Accompagnato dalla musica di Brahms comincio a prendere possesso di queste pareti, piuttosto alte, tracciando delle fasce verticali di diverse ampiezze. 

L’esperimento consiste nel portare all’interno del mio lavoro l’opera di altri artisti. Ne invito otto che sono stati tutti già ospiti delle mostre Giorni Felici, da quando nel 2009 è cominciata l’attività della CasaTestori. Sono otto artisti legati da una rete di relazioni e di amicizia talvolta di lunga data, da legami affettivi, da gradi di parentela perfino. Cerco di stabilire una concordanza tra le persone che prescinda completamente dal lavoro di ciascuna.

In ordine alfabetico sono Stefano Arienti, Marco Cingolani, Giovanni Frangi, Andrea Mastrovito, Fulvia Mendini, Katja Noppes, Michela Pomaro, Massimo Uberti.

Ad ognuno di essi chiedo di partecipare in ragione di un principio semplice: immaginate, dico loro, che io sia un musicista, un jazzista per esempio, e che vi inviti ad una jam session. Ciascuno di voi suona, per così dire, un diverso strumento; io dirigo la band, i temi, i ritmi, ma ciascuno di voi, in piena libertà, suona la propria musica, il proprio “a solo”. 

Sarebbe un po’ troppo presuntuoso a questo punto cercare di fare paragoni, e tuttavia nel passato la bellezza di una casa, di un palazzo, di una chiesa era spesso il risultato di una molteplicità di competenze e di arti capaci di modellarsi e fondersi insieme. Nel medioevo le cattedrali erano sempre il risultato delle innumerevoli e diverse abilità, dall’architetto al marmista, allo scultore del legno o della pietra, ai pittori del vetro e agli orafi. Nel Rinascimento e poi nel Barocco questa attitudine dell’arte raggiunge livelli di bellezza stupefacente e incomparabile. Se usciamo dai nostri orizzonti culturali e visitiamo una moschea in Marocco o un tempio indiano ci accorgiamo di quanti artisti, spesso anonimi, abbiano contribuito ad una visione dell’arte che non è, semplicemente e banalmente, un’opera collettiva ma una autentica visione dell’opera umana come cosmologia, intelligenza della propria cultura e desiderio di bellezza. Credo fermamente, ormai che non sono più un ragazzino, che nell’arte siano conservate le cose più degne del genere umano e fatta salva qualche (rara) buona idea politica o scientifica, negli ultimi millenni ciò che davvero merita di sopravvivere sia quasi sempre opera di artisti o poeti o musicisti. Quasi tutto il resto è solo conflitto o violenza. A tutti coloro che in genere nemmeno se ne accorgono faccio sempre, comunque, i miei più sinceri auguri. 

Ciascun artista sta lavorando senza sapere esattamente cosa succederà accanto alla sua opera, mi riservo di usare la mia pittura come un legante tra cose diverse, cerco di creare liasons, corrispondenze e contrasti, e man mano che lavoriamo ci accorgiamo che appaiono e si rivelano le nostre “recondite armonie”, e che scaturiscono come da un fenomeno osmotico.

 I “colleghi” per prendermi un po’ in giro già l’hanno ribattezzata Cappella Kaufmann (con tutti i doppi sensi del caso); riuscire perlomeno ad abbozzare se non un “metodo” quantomeno una modalità, mi sembrerebbe oggi, lunedì 17 marzo alle ore 12, circa a metà dell’opera, già un buon risultato. Alessandro fotografa tutti gli artisti mentre si susseguono le loro giornate di lavoro. Non sapere che cosa avrai accanto e ciò nonostante disegnare e dipingere ugualmente sulla traccia di un suggerimento condizionato corrisponde vagamente a quel gioco praticato dai poeti surrealisti che consisteva nel disegnare su un foglio di carta nello spazio di una striscia, quindi ripiegarla per nasconderla e passare questo messaggio “segreto” al proprio amico e sodale affinché ne proseguisse, ignaro, la realizzazione. Una tecnica seriale e al tempo stesso “cieca”, capace di produrre non solo esiti inaspettati e curiosi, ma di mostrare il senso più profondo, subconscio, delle relazioni umane. 

Questo gioco surrealista , chiamato “Cadavre Exquis” (cadavere squisito) e l’idea del Giardino d’inverno si sono fusi insieme nei Giardini Squisiti che è il titolo che con Maria Morganti abbiamo scelto di dare alla mostra. L’idea precedente era quella di intitolarla L’elogio della Pigrizia, ma siamo entrambi troppo pigri per spiegare tutto quello che realmente per noi significhi la pigrizia. Sarà per un’altra volta. Suggerisco comunque agli interessati a questo argomento l’operetta di un bravo collega, Kazimir Severinovic Malevic, intitolata La pigrizia come verità effettiva dell’uomo ( Vitebsk,1921).

Le tovaglie sono state presentate sabato 5 ottobre 2024 nel giardino di Casa Testori, dove si è tenuta una festa aperta a tutti i soci di Casa Nostra e de La Benefica, agli abitanti di Novate Milanese e al pubblico di Casa Testori.

Le storie, le generazioni e le persone che si sono incontrate grazie a “La tovaglia tutta attorno” si sono trovate in un racconto comune, oltre che in un’opera, che sopravvivrà nel futuro. Le due tovaglie sono state donate dall’artista e da Casa Testori alle cooperative Casa Nostra e La Benefica che, attorno e con queste due opere, potranno organizzare nuovi incontri e nuove feste come questa.

Nella primavera del 2024 Ilaria Turba ha incontrato per la prima volta gli abitanti di Casa Nostra e La Benefica, due storiche realtà di social housing sul territorio di Novate Milanese. Grazie alle conversazioni, ai racconti e agli scambi reciproci, l’artista – con il fondamentale aiuto degli inquilini delle cooperative edilizie – ha immaginato e realizzato le opere attualmente esposte nella sala al primo piano di Casa Testori fino al 21 dicembre 2024 e che danno il titolo al progetto: “La tovaglia tutta attorno”.

Durante la realizzazione del progetto, Turba è letteralmente entrata nei cortili e nelle case della gente di Novate per conoscerla e farsi conoscere, negli spazi comuni dei loro quartieri e condomini. Qui ha raccolto materiali d’archivio, consegnati a mano dai novatesi, e li ha digitalizzati realizzando delle scansioni degli stessi, subito restituendoli ai legittimi proprietari che stavano condividendo tracce private e fondamentali delle loro vite e da cui, quindi, non volevano separarsi.

Fotografie, lettere, cartoline e oggetti, una volta trasformati in immagini omogenee, sono stati stampati e utilizzati in una serie di laboratori condotti dall’artista, ospitati nel padiglione di Casa Testori. I partecipanti hanno ritagliato, associato e ricomposto la grande mole di materiali per creare la decorazione delle due tovaglie. Bambini, genitori e nonni, amici e vicini di casa, sconosciuti che hanno imparato a conoscersi si sono uniti a Ilaria Turba nella creazione dell’opera.

In occasione del Centenario Testoriano gli studenti del liceo artistico Boccioni, dello scientifico Bottoni e del classico Carducci di Milano, hanno reinterpretato in chiave contemporanea, attraverso immagini e parole, i luoghi e i personaggi della periferia milanese degli anni ’50 e ’60 ispirandosi a I segreti di Milano di Giovanni Testori.  

Un percorso durato 5 mesi, in cui i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato sono entrati in contatto con attori, artisti, illustratori e docenti esperti, che li hanno accompagnati nella scoperta della figura poliedrica di Giovanni Testori. 

Non a caso due su tre dei licei selezionati per il progetto si trovano in quelle zone di Milano, attraversate da via Mac Mahon e il Ponte della Ghisolfa, che corrispondono ai quartieri raccontati nei romanzi più popolari di Giovanni Testori. Grazie al loro sguardo nuovo, gli studenti delle scuole hanno raccontato proprio quelle vie dal loro punto di vista: abitanti di un mondo senz’altro diverso, cambiato, ma di cui non sono cambiate le emozioni, le gioie e i dolori di chi lo vive anche oggi. 

Nelle stanze del primo piano di Casa Testori, l’esito di questo percorso: illustrazioni, bozzetti, tavole di progettazione e parole degli studenti e delle studentesse che si sono messi alla prova guardando all’opera di Testori e al tempo stesso cercando, e trovando con gli esiti più originali, la propria voce. 

ATTIVITÀ SVOLTE NELLE SCUOLE  

Alle scuole aderenti è stato proposto un lavoro organico e completo volto a far conoscere Giovanni Testori e le sue opere, sollecitando i ragazzi su cosa questo scrittore ha da dire ancora a loro e sull’osservazione e il confronto con la Milano di oggi. 

È stata dedicata loro una giornata di studio al Teatro Franco Parenti, che gentilmente ci ha ospitati, in cui sono intervenuti il direttore di Casa Testori, Davide Dall’Ombra, Francesco Poroli, art director e illustratore, Giovanni Crippa, attore e “maestro” nei Promessi Sposi alla Prova di Giovanni Testori e Leda Kreider e Antonio Perretta, giovani attori che hanno interpretato un racconto da Il Fabbricone. 

In seguito il progetto ha previsto percorsi laboratoriali su misura per alcune classi selezionate dei diversi istituti coinvolti, differenziati a seconda dell’indirizzo di studi: 

Workshop di scrittura creativa: a partire dai testi di descrizione dei luoghi abitati dai personaggi di Testori, grazie alla guida di Benedetta Centovalli, editor e docente presso l’Università Statale di Milano, sono state individuate le parole chiave per una nuova descrizione contemporanea ed è stata svolta un’indagine storica per reinterpretare i luoghi del proprio quartiere. Dagli elaborati dei ragazzi, sono state create delle registrazioni collegate a dei QR code distribuiti, tramite locandine, nei luoghi fisici del quartiere, lasciando la possibilità a chiunque passi di ascoltare il testo scritto e letto dai ragazzi.  

Workshop creativo con gli illustratori della mostra a Casa Testori da poco conclusa “Born in Mac Mahon”: per la diffusione e promozione del progetto Born in Mac Mahon nei quartieri di riferimento, i ragazzi, guidati dall’illustratore Francesco Poroli e lo studio di grafici Paper Paper, hanno lavorato sulla creazione dei personaggi testoriani ambientati nella Milano dei giorni d’oggi, per tratteggiare immagini rappresentative che vadano a supporto dei testi redatti dagli studenti delle altre classi coinvolte, creando vere e proprie locandine.  

Le locandine contenenti le immagini realizzate dai ragazzi e i QR code di rimando alle registrazioni vocali degli elaborati scritti, verranno distribuite a Milano nelle zone convolte nel progetto a partire dal 9 aprile. 

Il progetto Born in Mac Mahon – Testori a scuola è realizzato grazie al sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo. 

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