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Stanza 10
La Ricotta
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Sono molte le testimonianze di una lunga consuetudine con il disegno di Pier Paolo Pasolini che, fin da quando era bambino, s’intreccia ai primi esperimenti poetici. Negli anni della sua infanzia e giovinezza Pasolini vivrà con la sua famiglia in diverse città di provincia, seguendo i trasferimenti del padre ufficiale dell’esercito: “Hanno fatto di me un nomade”. Punto fermo di questo peregrinare sono le estati al paese natale della madre Susanna, Casarsa della Delizia, in Friuli.
Nel 1939 conclude a Bologna il liceo classico e, a soli diciassette anni, s’iscrive alla facoltà di lettere, dove approfondisce le passioni nate sui banchi di scuola: la poesia, la filologia romanza, le arti figurative, ma anche il calcio e la bicicletta. Nell’anno accademico 1941-1942 riceve la celebre “fulgurazione figurativa” durante il corso sui Fatti di Masolino e Masaccio tenuto da Roberto Longhi. Tra Bologna e il Friuli scrive i versi poi raccolti nel suo primo libro: Poesie a Casarsa (1942), componimenti in friulano notati anche da Gianfranco Contini. Allo stesso tempo disegna e dipinge, prendendo a modello i disegni di ragazzi di Filippo De Pisis. Con la guerra, Pasolini si stabilisce definitivamente a Casarsa: affrontare lo studio della sua produzione grafica e pittorica significa entrare in punta di piedi nello straordinario laboratorio di questi anni.
La serie di disegni del 1942 qui esposta è realizzata su sottili e fragili pellicole, film di cellulosa, che l’autore stesso chiama “cellophane”. Il colore, spremuto direttamente dal tubetto, è lavorato con le dita o con il rovescio del pennello direttamente sul supporto trasparente, sicché è pittura e disegno insieme. I cellophane raffigurano personaggi familiari, come il fratello Guido, con il viso che spunta spaventato dal lenzuolo del letto d’ospedale, dove era stato ricoverato per aver difeso il fratello Pier Paolo in una rissa.
Stanza 2
In seguito a una denuncia per corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico, nel 1950 Pasolini fugge a Roma con la madre Susanna, dopo essere stato espulso dal PCI di Udine e aver perso il lavoro a Valvasone, dove insegnava dal 1948. Nella capitale si mantiene facendo lavori saltuari a Cinecittà, mentre scrive alacremente le sue prime pagine ambientate a Roma, studiando in presa diretta il dialetto romano, anche grazie a un giovane imbianchino incontrato sulle rive dell’Aniene: Sergio Citti. Parallelamente comincia a frequentare un nutrito gruppo di amici e intellettuali, tra i quali Sandro Penna, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci. Nel 1951 viene assunto in una scuola media di Ciampino e comincia la sua collaborazione con Paragone, la rivista fondata l’anno precedente da Roberto Longhi. Al centro di questi anni nelle giornate e nelle riflessioni pasoliniane ci sono le borgate: spianate squallide, abbandonate, colme di immondizia, più vicine alle favelas brasiliane che alle grigie periferie industriali del nord Italia. Si muovono tra queste rovine di fabbriche abbandonate, case non finite e già vecchie, una serie di personaggi dai nomi pittoreschi, la cui interiorità elementare si rivela nell’azione, più che nell’affondo psicologico. Nascono così i romanzi Ragazzi di Vita (1955), Una vita violenta (1959), e Il Rio della Grana, poi confluito in Alì dagli occhi azzurri (1965), che “ho pensato contemporaneamente […] negli stessi mesi, negli stessi anni e insieme li ho maturati e elaborati”.
L’occhio già cinematografico dello scrittore Pasolini segue le parabole del Riccetto, di Tommasino, del Piattoletta con un realismo empatico profondo, che si traduce nella ricerca di una lingua il più possibile fedele a quella dei suoi protagonisti: un dialetto rozzo, imbrattato, appreso da “parlanti” molto distanti da lui.
È questa necessità di “mantenere il contatto con la realtà, un contatto fisico, carnale, direi quasi di ordine sensuale” a portare Pasolini al mezzo espressivo della cinepresa: “avvicinarsi al cinema è stato quindi avvicinarsi ad una tecnica nuova che già da tempo avevo elaborato nella mia letteratura”.
Lo studio e la dedizione all’immagine cinematografica sembra sostituire, in questi anni, l’espressione puramente grafica ed artistica: i brani dei romanzi romani trovano la loro ideale iconografia nei frame di Accattone (1961), qui riportati dalle pagine della prima edizione della sceneggiatura.
Stanza 3
Con lo “sketch” pubblicato su il Verri, I nipotini dell’Ingegnere e il gatto di casa De Feo (1960), Alberto Arbasino conia un’espressione che restituisce sinteticamente la complessità di una serie di rapporti umani e letterari che hanno legato i “ventenni degli anni ‘50” allo scrittore Carlo Emilio Gadda. I tre nipotini “venuti fuori pressappoco insieme intorno al ‘55, covati tutti da Paragone” sono Pasolini, Giovanni Testori e lo stesso Arbasino. L’ingegner Gadda a quella data “aveva già più di sessant’anni, scriveva da più di trenta e non aveva ancora pubblicato in volume il Pasticciaccio” e veniva da loro considerato il “massimo autore italiano del mezzo secolo, con immenso dispetto di tutti gli altri”. In direzione verticale Arbasino indica il debito verso Gadda della propria generazione che ha trovato in lui l’autorizzazione a seguire una propria sperimentazione linguistica in una letteratura liberata da “ogni soggezione e complesso verso alti ‘ordini’ o ‘sfere’ per restituirle la sua dignità di operazione linguistica assoluta”. Si tratta, tuttavia, di una discendenza indiretta, anche perché Gadda, un “elefante deciso a morire solitario”, mai si curò dei suoi nipotini – non figli – “ingombranti, ostinatissimi a farlo segno di una devozione” a tratti addirittura “persecutoria”. Una condivisa “vitalità frenetica e imprudente, sempre allo sbaraglio” unisce invece, in senso orizzontale, Pasolini a Testori e Arbasino: una “divorante ossessione” che è ricerca di una lingua capace di restituire sulla pagina le “passioni umane più scatenate e vissute”. Questa opzione di rapporto con la realtà che esclude imprudentemente la censura, “rimettendo in giuoco tutto, come se davvero dovessero morire tutti domani”, li porta alla scelta di un espressionismo linguistico che tiene conto di registri diversi di scrittura, di stesura e di lessico. Riconsiderando i tre autori in questa più ampia prospettiva di espressionismo linguistico, è apparso chiaro quanto sia vero ciò che Pasolini scrisse riguardo Gadda: “i problemi che la sua lingua propone sulla pagina non vi si esauriscono: tendono a divenire generali. Non si può pensare a Gadda senza pensare a tutto il ‘900 letterario, né a questo senza il particolare ‘800 che locontiene in potenza”. Ed è così che, muovendosi ancor più liberamente nel tempo, si costruisce, per mano di Mario Mondo, un grande puzzle di scrittori che, fino a oggi, hanno scelto, per dirla con Contini, una “ricchissima esperienza plurilinguistica”. In quest’ottica allargata trovano il loro spazio la prima edizione del Pasticciaccio (1957) di Gadda e i Glossari tratti da Ragazzi di vita e Una vita violenta: un elenco di espressioni dialettali, talvolta poi diventate di uso comune.
Stanza 4
Negli anni ‘50, durante la stagione d’oro del cabaret italiano, Laura Betti (nata Trombetti) si distingue come artista singolare e fuori da ogni schema, acquistando una certa fama per l’inconfondibile timbro roco della voce, per i modi spudorati e anticonformisti, per il pessimo carattere e la falcata felina, che le varrà il soprannome di “Giaguara”. Laura aveva aperto la sua casa di via del Babuino a scrittori, poeti e giornalisti: vi arriva anche Pasolini, intorno al 1958, “trascinato”, per come ricorda la stessa Betti, da Goffredo Parise. Dalla frequentazione sempre più assidua tra i due nasce un duraturo sodalizio, umano e professionale. Come già avevano fatto Arbasino e Alberto Moravia, Pasolini scrive per lei diverse canzoni, difendendo il suo modo di fare teatro, a metà tra il cantato e il recitato, definendola l’artista teatrale “più consapevole e compromessa”. Il regista la chiamerà ben cinque volte a recitare nei suoi film, in ruoli molto diversi tra loro: dalla giovane diva altera e snob della Ricotta (1963), sino all’appesantita e lussuriosa donna di Bath ne I Racconti di Canterbury(1972).
L’altro polo ideale degli affetti di Pasolini, negli stessi anni, è Ninetto Davoli. Tipico quindicenne di borgata, riccio incosciente e spensierato, Ninetto era andato con alcuni amici a curiosare sul set de La Ricotta. Lì Pasolini lo nota e lo elegge da subito a sua musa insostituibile, soggetto di una serie di ritratti, amico inseparabile, destinatario delle più belle poesie e attore scelto per ben dieci film (dal Vangelo secondo Matteodel 1964 sino a Il fiore delle mille e una notte del 1974). Uno sguardo d’insieme ai disegni qui presentati e realizzati a pennarello, inchiostro o pastelli colorati, restituisce la complessità del rapporto che ha legato i due e le diverse proiezioni dell’immaginario di Pasolini sulla figura del suo Ninetto: un po’ bambino innocente, un po’ rude borgataro, un po’ tenero amante.
Nel 1968 Franco Rossellini, il produttore di Teorema, propone a Pasolini la realizzazione di un film su Medea, con Maria Callas come protagonista. Il regista ne è immediatamente entusiasta: da tempo aveva pensato di coinvolgere il celebre soprano per un ruolo tragico. La Callas, da parte sua, conosceva Pasolini come regista, e ne aveva un’opinione confusa, i suoi film le avevano suscitato sentimenti contrastanti. I due si conoscono il 19 ottobre 1968 e per Pasolini è una folgorazione: Maria è “una straordinaria apparizione fisica” e scatta l’identificazione con l’eroina della tragedia greca. La Callas è Medea, Medea è la Callas e Pasolini scriverà la sceneggiatura del film calibrandola accuratamente sulla personalità della Divina. Conquistata dalla personalità di Pasolini, la Callas accetta il ruolo di Medea in un momento estremamente delicato della sua carriera e della sua vita: deve contrastare i tanti che la credono professionalmente finita, esce dalla tempestosa relazione con Aristotele Onassis. Il ruolo che Pasolini le offre è la sua possibilità di riscatto, ma è una prova tra le più difficili: si sente inadeguata, spaesata, frammentata dalla tecnica cinematografica, così diversa da quella teatrale in cui lei è maestra. Ma è proprio la presenza fisica e cara di Pasolini sul set nell’estate del 1969 che la sostiene e guida. Lo documentano in modo eccezionale le fotografie di Mimmo Cattarinich e la lettera inedita in cui Pasolini la rassicura sul piano professionale e umano. Questo sarà solo l’inizio di un rapporto destinato a durare nel tempo e Pasolini le manifesterà il suo amore nei modi concessi dai suoi mezzi espressivi: la poesia e il disegno. Nascono così un ampio numero di ritratti di Pasolini alla Callas, realizzati in due serie nel 1969 e nel 1970. Li accomuna una forte sperimentazione tecnica che approfondisce le esperienze del 1967. Il grande disegno qui esposto (1970) appartiene ad una serie di otto ritratti multipli di Maria Callas realizzati con matita, vino, colla e petali di rosa sulla spiaggia dell’isola di Skorpions, durante una vacanza in Grecia. Il volto della Callas diventa un profilo arcaico in cui ritorna la serialità indagatrice già provata su di sé nel 1965 e destinata a riemergere in altri ritratti del 1974-1975. Questo disegno, in particolare, è realizzato con colla vinilica e anticipa una dichiarazione del 1974: “Non ho potuto far niente né con la matita, né coi pastelli, né con la china. Ho preso un barattolo di colla, ho disegnato e dipinto, insieme, rovesciando direttamente il liquido sul foglio. Ci sarà una ragione per cui non mi è venuta mai l’idea di frequentare qualche liceo artistico e qualche accademia. Solo l’idea di fare qualcosa di tradizionale mi dà nausea, mi fa stare letteralmente male. Anche trent’anni fa mi creavo delle difficoltà materiali”.
Stanza 6
“Il mondo cambia. Superfluo documentare un fatto così grave e così esteso: cultura, costumi, ordinamenti, economia, tecnica, efficienza, bisogni, politica, mentalità, civiltà… Tutto è in movimento, tutto in fase di mutamento. Perciò la Chiesa è in difficoltà”.
È l’inizio di un discorso drammatico che Paolo VI pronunciò l’11 settembre 1974 nel corso di un’udienza del mercoledì a Castelgandolfo. “Che cosa rimane della nostra religione? Che cosa rimane della Chiesa?”, si chiedeva il Papa constatando l’avanzare di una modernità che scavava un abisso dietro di sé. Solo Pasolini colse la novità di quel discorso: “un fulmineo sguardo dato alla Chiesa dal di fuori”, lo definì. Il 22 settembre lo scrittore pubblicò sul Corriere un intervento intitolato I dilemmi di un Papa oggi e nel pannello presentiamo la copia dell’originale, arrivato via telescrivente da Roma alla redazione milanese di via Solferino. È l’intervento ripubblicato in Scritti Corsari con il titolo Lo storico discorsetto di Castelgandolfo.
Pasolini non aveva mai nascosto la sua simpatia per Paolo VI: “Egli soffre quello che soffro io”, aveva confidato al giornalista inglese Peter Dragadze. “Ciò che rende simpatico Paolo VI è la sua tormentata intelligenza: e il fatto che egli non abbia qualità esteriori di gradevolezza e, appunto, di simpatia, fa quasi tenerezza”.
Quanto a Paolo VI è molto significativa la reazione che ebbe alla notizia della morte di Pasolini. Questa la testimonianza resa da monsignor John Magee, uno dei segretari del Papa, al giornalista Andrea Tornielli: “Ricordo il giorno in cui alla tv annunciarono la morte di Pasolini. Monsignor Macchi esclamò: ‘Ah! Vedi il Signore ha il modo…’; Paolo VI rimase immobile. Macchi spiegò che cosa aveva fatto quest’uomo, secondo lui a danno di tanti giovani. Il Papa si alzò, c’era ancora sullo schermo un’immagine di Pasolini: ‘Requiem aeternam dona ei Domine’ – disse, tracciando un segno di croce: ‘Adesso preghiamo insieme per questa anima infelice’. Questa fu la sua reazione”.
