Stanza 4
Invitato da Turi Simeti

I miei tre lavori esposti a Casa Testori si muovevano sul territorio delle visioni, sull’incapacità di percepire le forme nella loro realtà, sono quindi lavori sulla perdita, sulla sparizione.
La scultura Macula posta sul pavimento ricordava la forma di un luogo, allude a una architettura allungata, alle “navi” di Cattolica. Essa è sacrale, murata, misteriosa, irraggiungibile.
Il lavoro Casamatta, della serie fotografica esposta ad Amsterdam, è la tappa di un percorso alla ricerca di luoghi attraverso la rete, è traccia di un viaggio immateriale dove la fotografia cerca di catturare l’immagine senza l’esperienza dello sguardo diretto sulla realtà, l’architettura viene solamente evocata.
Il terzo lavoro, Ora incerta, aveva per soggetto un’architettura che si riduce a una citazione di se stessa, nell’incapacità  di emergere in superficie. Essa rimaneva sospesa e ambigua sotto un velo che ne occlude la visione.

 

Angleo Barone è nato a Modica (RG) nel 1957. Vive e lavora a Milano.

Stanza 5
Invitata da Enzo Cucchi

A story? No. No stories, never again.
Cosa succede alla Cosa quando viene detta? Vive? Muore?
È possibile immaginare una forma aperta che superi l’inadeguatezza del linguaggio nel definire il reale, pronunciando ma allo stesso tempo tenendo in vita senza distruggere?La mia ricerca esplora pittoricamente i limiti linguistici del dicibile. I segni che uso non sono rappresentativi, documentano un tempo, una realtà. Le immagini non sono la narrazione di un evento, ma l’evento stesso. Chi guarda ha il compito o la possibilità di costruire la sua personale visione.
Il progetto per Casa Testori è il tentativo di generare un Mistero attraverso l’alternanza di luce e di buio, di gravità e di grazia.

 

Caterina Silva è nata a Roma nel 1983.

 

Stanza 6
Invitata da Adrian Paci

Quando sono entrata in Casa Testori mi è sembrato di visitare tanti piccoli microcosmi intimi collegati tra loro grazie a delle porte molto strette. Nella mia stanza ho percepito questa riservatezza come se potessi proiettare la mia immagine in tutti i punti.
Cos’è la famiglia se non questo. L’insieme di tutte le proiezioni emotive dei componenti, racchiusi in intimità in un piccolo macrocosmo.
Lo stesso rapporto genitoriale crea tanti piccoli microcosmi del loro stesso essere.
Noi figli siamo genitori e individui unici allo stesso tempo; cresciamo con la convinzione che saremo diversi ed esploriamo il mondo facendo affidamento solo su noi stessi, ma cosa siamo se non un microcosmo derivato dall’unione di due macrocosmi?
Proveniamo tutti da una madre e un padre, tutti siamo il risultato di due geni diversi.
Mi sorge quindi una domanda: perché noi figli non dovremmo essere semplicemente un continuo di un fluido, il passaggio del testimone di un qualcosa di sensoriale che muta al passaggio di un corpo attraverso diversi linguaggi di espressione?
Io lavoro con la mia famiglia proprio per questo: sono un microcosmo che guarda nel loro mondo e scardino quella campana di vetro costruita per una gerarchia educativa trasformandomi in genitore e figlio allo stesso tempo. 
Agisco su mio padre e mia madre perché voglio rompere il vetro della campana in cui mi rifletto.

Daniela Peracchi è nata ad Alzano Lombardo (BG) nel 1990. Vive e studia a Milano.

Stanza 7
Invitato da Andrea Mastrovito

Quello tra Mario Schifano e il gallerista modenese Emilio Mazzoli è stato un rapporto fondamentale per entrambi dagli anni Ottanta. Le 700 foto che erano presentate sono tratte dalla collezione personale del gallerista che ne acquistò da Schifano alcune migliaia. Le celebri foto scattate alla televisione, stampate e ridipinte, esprimono a pieno la poetica e la prassi pittorica dell’artista nell’ultimo decennio della sua vita: la sua passione per i mezzi di comunicazione e la sua bulimia visiva. Come ricorda il suo storico segretario, Renzo Colombo: “Passava tantissimo tempo a lavorare sulle fotografie che scattava alla televisione e che poi ritagliava e colorava. Con le foto Mario si staccava da tutto e da tutti. Per un periodo ha consumato venti rullini al giorno, portavo al laboratorio di stampa venti rullini al giorno! Diceva: “È questo adesso il vero lavoro di qualità, non i quadri’”.
Come precisa l’amico Roberto Ortensi, storico assistente della gallerista Ileana Sonnabend: “Tutto partiva dalle immagini fotografate alla televisione, spesso sfocate o con strani bagliori azzurrini, figure che evocano un altrove, un qualcos’altro, su cui lui a volte interveniva con il colore. Quando interveniva lo faceva quasi come un omaggio alla pittura, erano come dei segni, una specie di richiamo.

Quella delle foto ritoccate era un’occupazione veloce, ma anche misteriosa. Riusciva a far saltar fuori dalle immagini un’intensità e una profondità mai viste, impercettibili. Era come il lavoro di un rabdomante. Rivisitava con la pittura le immagini della realtà che gli arrivavano in casa dal televisore. Queste foto per un po’ rimanevano sul tavolo di lavoro, impilate e divise per generi”.Conclude Mazzoli: “Come sai Mario non era interessato al sacro ma per me il suo lavoro era un po’ come una religione e mi faceva venire in mente le suore di clausura che pregano sempre per arrivare all’atarassia. Lui faceva lo stesso, lavorava di continuo, o disegnava o dipingeva, la sua era come una forma di purificazione. Certo, poi aveva questo laicismo del volere tutto e subito. Ma queste foto erano il suo rosario: ne teneva un mazzetto sempre sottomano e mentre parlava con te o al telefono ci dipingeva sopra, sgranandole una dopo l’altra”.

 

Mario Schifano è nato a Homs (Libia) nel 1934. Muore a Roma nel 1998.

Stanza 8
Invitato da Gianni Caravaggio

In queste visioni in cui l’uomo è soggetto ideale in un abbraccio con il sistema regalato da Natura, chi può definire in maniera incontrovertibile quale di questi rapporti è gentile e quale è invece violento?
Durante l’atto dell’osservare e del sentire, nasce sempre l’interrogativo a proposito della nostra preferenza, questa lega il nostro sguardo a un’immagine o a un’altra e passa da una relazione tra le cose ad un’altra.
La risposta rimane un mistero, che aleggia nella nostra percezione in una costante somma di esperienze, in un solenne movimento di muta fascinazione.

Graziano Folata è nato nel 1982. Vive e lavora a Milano.

 

Stanza 9
Invitato da Giancarlo Norese

Ci sono le luci delle stelle e il buio che le circonda. Il bosco non si vede, non c’è.
L’attenzione è posta sulla capacità di proiettarsi al di fuori da sé per prendersi un nuovo punto di vista. L’ambiente che ospitava i lavori è particolare, per la sua conformazione e per i rimandi al suo recente passato. La visione era di costruire un racconto considerando questo spazio non neutro, come un’immagine nomade, in cui il gioco della rappresentazione della realtà è spostato sul piano mentale, in una dialettica che mi piaceva pensare come sfioramento, con un avvicinarsi al senso, lento e sommesso. Univo differenti linguaggi e raccontavo di gravità, di caduta, di attrazione, di respiro, ma anche di uno sguardo da parte della natura sull’uomo e viceversa. Sono forme simboliche quelle che ho scelto di usare, dall’archetipo del cerchio, al dipinto in bianco e nero che rappresenta uno schermo, pronto a ricevere le immagini da un possibile avamposto nello spazio, che le fa rimbalzare qui, per costruire un racconto fatto di contraddizioni e codici da decifrare. Un riquadrare che non ha una direzione precisa; la scelta di come presentarlo può variare e non lo condiziona, può essere messo anche sottosopra senza scalfire la sua sostanza. Il suo centro è vuoto ma è pieno di spazio, è un’assenza in attesa degli eventi dell’immaginazione. È anche uno spazio di riflessione e di raccoglimento, un’area in cui lo sguardo può anche riposare. C’è da prendere la mira per catturare e costruire le cose, c’è bisogno dell’attesa e del silenzio per essere precisi. Solo lì sul bordo esterno della costruzione, occorre stare lì, statuari, concentrati, anche se instabili. Forse il solo pensiero è già un’opera.

 

Luca Scarabelli è nato a Tradate (VA) nel 1965. Vive e lavora tra Como e Varese.

Giardino
Invitato da Massimo Uberti

Il lavoro e i materiali che uso hanno da sempre caratteri industriali: mezzi di trasporto, strumenti di storaggio, tele di pvc, legni, metallo, oppure oggetti ready made come scaffalature, un mulino a vento, un muletto.
Ciò nonostante, le opere sembrano fragili, vulnerabili. Pur trattando questi materiali con grande cura e amorevoli attenzioni, le sculture possono suscitare nello spettatore sensazioni anche fastidiose. Un camion enorme sembra sul punto di collassare su se stesso, un portapacchi completamente imballato funge da insolito espositore per invendibili “prodotti maniacali”, una scala mobile si è adagiata mollemente su una spiaggia, invece di scavalcarne le dune…
Ponendo l’arte in spazi pubblici, l’artista ha la possibilità di raggiungere un numero potenzialmente infinito di spettatori; molte persone osserveranno la sua opera, senza che l’artista abbia alcuna relazione con questo suo pubblico. Ciò significa che l’interazione e la profondità di approccio tra l’opera e ciascuna delle persone che la vedono sarà diversa. Nella mia ricerca, queste contrapposizioni sono il punto di partenza; gli spazi pubblici e i materiali con cui lavoro i miei attrezzi.

Wouter Klein Velderman è nato a Deventer (Olanda) nel 1979. Vive e lavora ad Amsterdam.

Stanza 11
Invitato da Andrea Bianconi

Mi piace pensare alle scale che congiungono i due piani di Casa Testori (dove erano collocati i miei dipinti) come metafora dei due piani alla base del mio processo pittorico: l’ostinazione e l’indagine.
La pittura è continua stratificazione materica (l’ostinazione) che si addensa giorno dopo giorno sulla tela, rivelando (come un’indagine) espressioni, concetti e sensazioni di forme e colori. Parafrasando Francis Bacon: “bisogna cercare di impacchettare un sacco di cose in ogni singola pennellata”.
Tra le opere esposte a Giorni Felici si trovava un lavoro paradossale: il ritratto del mio amico Kresnik, un piccoletto a cui voglio gran bene, raffigurato come fosse un gigante di cinque metri. Omaggio necessario a una persona cara con cui ho condiviso gli anni di studio a Venezia.
Il piacere, assieme all’eccitazione e la smaniosa ricerca di successo e popolarità sono invece il fulcro degli ultimi lavori.
L’intenzione era di portare a galla gli stridori vacui della realtà quotidiana. I desideri più irragionevoli del contemporaneo hanno sostituito quelli naturali. Viviamo il nostro tempo come un “teatro dell’assurdo”: ci sentiamo protagonisti e allo stesso tempo estranei al dramma collettivo della società moderna. Parlo di politica e di potere – quello economico certo, ma anche quello mediatico delle immagini, raffigurazioni ormai devote esclusivamente alla mercificazione di massa. Cerco di muovermi come un equilibrista su quella linea sottile sospesa nel vuoto che divide finzione e realtà. Voglio caricare di materia e veleno le tele ed i volti dei miei personaggi, nel tentativo di rendere solidi e pericolosi i miei ideali.

Aleksander Velišček è nato nel 1982 a Šempeter Pri Gorici, (Slovenia). Vive e lavora tra Nova Gorica e Venezia.

Stanza 12
Invitata da Marco Signorini

Humani nihil a me alienum puto.
Una dozzina di immagini discrete possono parlare più che una lunga convivenza. C’è Amanda Knox, Bill Zeller, Aaron Lee Ralston, ma non denuncia sociale o volontà di intrigare morbosamente l’osservatore.
Sembrerebbe che il triste sguardo di Madre e sposa si posi – patendo con/per – sulle vicende tragiche e contraddittorie di alcuni volti della cronaca, che solo sotto questa pressione svelano una vicinanza a sé inaudita. Uno sguardo che sembrerebbe quasi comprendere la sofferenza del ragazzo sorridente che ha scritto al mondo di essere troppo solo per continuare a vivere, che si strugge davanti al dolore del nostro tempo, ma che allo stesso tempo ha il coraggio di sostenerlo. Ma sarebbe una fine inguardabile, senza avere negli occhi qualcos’altro.
Cadute e ricadute (come quella del base jumper che dopo essere rimasto sotto un masso per 127 ore e aver perso un braccio non desiste dalla sua pratica); ma la libertà  stessa del guardare alla lapidaria negazione di sé da parte di un altro, espressa in All’autore, fa intuire che la causalità  non esiste, perché se si può “morire” per uno sguardo storto, si può anche essere così fortunati da vedere qualcuno che, pur non essendoci più, oggi genera nella vita di quelli che gli stanno attaccati.

Annachiara Lodi è nata nel 1986 a Milano, dove vive e lavora.

Stanza 13
Invitato da Matteo Negri

Prima di essere una “disposizione” o un “sentimento” che si prova verso gli altri, affectus è un uomo che è intimamente colpito da quel che gli è esterno, è interpellato, chiamato in causa, perché intaccato da quell’oggetto esterno, che lo costringe a prendere posizione e a non essere più quello di prima.
Da qualche anno, mi son messo a lavorare su piccoli taccuini, che mi fabbrico io, tutti del medesimo formato, su cui traccio i miei schizzi con la Bic nera.
I soggetti? Le persone, specie giovani, con cui lavoro, le persone che incontro in luoghi pubblici dove mi capita di trovarmi, note, sconosciute o a me care. In particolare, mi accade sovente di entrare in tante chiese, da quella sotto casa al Santo Sepolcro di Gerusalemme, e lì disegno il punto centrale del tempio: mi siedo su una delle panche di mezzo e sto a guardare l’oggetto che mi sta davanti, sia esso la pala o il crocifisso, o anche, why not?, uno dei miei supereroi.

Marco Cirnigliaro è nato nel 1959 a Milano, dove vive e lavora.

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