sabato 13 settembre 2014 ore 10.00
Casa Testori organizza la visita guidata alla mostra di Robert Irwine e James Turrell
con Anna Bernardini, direttrice di Villa Panza, e Giuseppe Frangi, presidente dell’Associazione Testori
costo 20 euro prenotazione obbligatoira entro martedì 9 settembre

in collaborazione con Tracce

Varese, California. Potrebbe essere davvero questo il sottotitolo della bellissima mostra che Villa Panza dedica a due degli artisti più cari a Giuseppe Panza, il grande collezionista scomparso nel 2010. È un sottotitolo che funziona per due motivi. Il primo, in quanto rende l’idea di una mostra che si defila dal provincialismo che contrassegna la produzione espositiva italiana di questi tempi. Il secondo, perché la spiazzante contaminazione tra due luoghi così distanti non solo geograficamente, è la chimica che dà una straordinaria intensità, anche emotiva, al percorso.

La California, o più precisamente Los Angeles, è più che il luogo natale dei due protagonisti, Robert Irwin (Long Beach, 1928) e James Turrell (Los Angeles, 1941). È soprattutto un mondo dove tempo, luce, passato e futuro assumono un’altra dimensione. È quella frontiera occidentale verso la quale l’arte è stata sospinta a sperimentare percorsi sempre più radicali, nell’ultimo scorcio di 900. È indubbio che il lombardo Giuseppe Panza sentisse quanto mai congeniale quella frontiera, che aveva sottoposto l’oggetto artistico ad un processo di estrema smaterializzazione. «Le opere di Irwin che avevo visto a New York mi avevano aperto un altro mondo», racconta Panza nel libro conversazione con Philippe Ungar (Giuseppe e Giovanna Panza collezionisti, Silvana 2013). «Gli incontri con questi artisti sono stati tra le esperienze più interessanti della mia vita… mi hanno permesso di trasformare la mia visione dell’infinito… A Los Angeles si ha la sensazione di essere dentro qualcosa che non ha radici, non ha passato. Il lavoro degli artisti californiani che mi interessavano era d’altro canto una forma di resistenza agli eccessi della città, ai soldi, al potere, all’ambizione e all’apparire in generale».

Era il 1973 e Panza poteva scoprire che in California stava proseguendo quel processo di liberazione dell’arte dalla schiavitù dell’oggetto, che New York aveva tradito con il trionfo un po’ ingordo della Pop Art. Liberazione dall’oggetto, sia nel senso dell’oggetto come centro della rappresentazione artistica, sia nel senso dell’opera come manufatto. Non a caso il capitolo del libro conversazione dedicato a Los Angeles si intitola “Collezionare l’incollezionabile”. Panza in realtà chiamò subito Turrell e Irwin a Varese e affidò loro alcuni ambienti dell’ala dei Rustici, non perché mettessero le loro opere, ma perché li trasformassero in loro opere. Ne nacquero sei ambienti che fanno parte del percorso abituale per chi arriva a visitare la Villa: Varese Portal Room(1973) di Irwin è un’apertura sul giardino, inquadrata da un’intelaiatura interna diagonale, prospettiva capace di sprigionare tutta l’energia “non vista” in un’immagine del tutto abituale e consueta. Lunette (1974) di Turrell è invece una lunetta aperta in fondo al lungo corridoio (che nella prima parte ospita le luci del meraviglioso Varese Corridor di Dan Flavin): grazie a un accuratissimo uso di neon nascosti nell’ambiente, guardando nella lunetta aperta solo sul cielo – ovviamente orientato verso Ovest – si assiste a visioni continuamente in mutazione che a volte arrivano addirittura ad assumere una materialità pittorica.

Sono passati 40 anni. Giuseppe Panza ha lasciato la sua straordinaria casa-collezione al Fai, che ne garantisce l’apertura al pubblico e che non si limita alla normale amministrazione ma cerca di implementare il percorso con mostre pensate in piena coerenza identitaria con il luogo. Due anni fa era stata la volta di Bill Viola. Ora invece sono stati invitati quei due artisti losangelini tanto amati da Giuseppe Panza. Due artisti che in questi decenni hanno conquistato una fama globale, come ha dimostrato il successo quasi da star di James Turrell al Guggenheim di New York.

La mostra a Villa Panza però evita saggiamente quel tono da performance che aveva assunto l’esposizione newyorkese; Michael Govan, direttore del Lacma di Los Angeles e Anna Bernardini, direttrice di Villa e Collezione Panza, hanno saputo dare un chiaro timbro curatoriale alla mostra, proponendo un percorso storico di grande chiarezza e anche intensità, a cui è stato aggiunto il “tocco” di due installazioni nuove pensate ad hoc per la Villa: Ganzfeld, (Campo totale), opera di Turrell pensata per la mostra di Varese, nel grande ambiente delle Scuderie, e che l’espressione massima e più compiuta della sua poetica. A fianco, nell’ambiente suggestivo della Limonaia, Irwin ha invece creato il suo Varese Scrim 2013. È forse il punto più alto e indimenticabile di questa mostra: una grande intelaiatura, alta sino al soffitto,accoglie degli immensi velari di nylon. La struttura compone quasi un labirinto in quell’ambiente lungo e stretto, e le figure che s’inoltrano, viste dall’ingresso, diventano via via delle ombre. Ma Irwin ha voluto intervenire anche sui muri, aprendo delle alte e bellissime feritoie nella parete che dà verso il parco. Si crea così un dialogo tra due mondi, tra Varese e la California. Il gioco dei velari dentro lo spazio della Limonaia è una declinazione della dimensione di infinito “losangelino”; ma quella dimensione vive solo grazie alla luce proveniente dal bellissimo paesaggio lombardo. Anche il “senza tempo” ha bisogno di un “qui ed ora” per essere sperimentato.

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Non bastasse, per l’immagine coordinata, si è pensato di andare a stanare il nostro grafico tra i banchi di scuola: Omar Masato, classe 1994, selezionato tra oltre 40 proposte di altrettanti alunni delle classi quarte dell’ITCS Erasmo da Rotterdam di Bollate. Giovani veri, insomma, perfino più giovani degli artisti under 35 presenti in mostra, peraltro mai così tanti.
Affidarsi a una curatrice ha voluto dire mettere per la prima volta una firma non collettiva alla scelta degli artisti e scommettere su un gusto già formato e connotato. Il visitatore non farà fatica a individuare un filo rosso tra gli artisti, un amore per la purezza e la rarefazione, una chiave felicemente femminile che con delicatezza e cocciutaggine ha piegato le ritrosie di questa grande e accogliente Casa, convincendola a concedersi fin nelle profondità delle sue cantine e a invadere le belle pareti della fabbrica Testori, che questo luogo abbraccia e protegge da sempre.

Giorni Felici, rassegna culturale fra le più suggestive del panorama espositivo di Milano, sposa perfettamente l’impegno con il quale Sisal guarda alla promozione del talento e alla formazione dei giovani, temi centrali del modello di sostenibilità dell’azienda. L’opera di Elisabetta Falanga, che Sisal ha deciso di supportare nell’ambito del progetto Art for Business Mentorship e alla quale Casa Testori dedica due stanze, è il segno tangibile che giovani di merito, se valorizzati e sostenuti, possono raggiungere traguardi importanti. Con questo stesso spirito Sisal ha già sostenuto giovani di talento nei settori dello studio, dello sport e della moda, attraverso borse di studio e supporto all’avvio di startup. Un impegno che oggi con Giorni Felici 2014 abbraccia anche la cultura, patrimonio d’eccellenza del Paese.”

Ingresso

Nata come intervento di denuncia da collocarsi davanti al Museo d’Arte Contemporanea di Belgrado, chiuso dal 2007, la scritta al neon di Marija Sevic, sulla facciata di Casa Testori acquista un’accezione positiva. Si trasforma nell’indicazione di un luogo che vuole essere un punto di riferimento aperto e accessibile, giorno e notte. Il richiamo alle insegne luminose delle attività commerciali sottolinea come la cultura possa essere non elitaria, disponibile sempre e per tutti. Una metafora che riassume, e illumina, la missione di Casa Testori.

 

Marija Sevic (1987)

Stanza 2

Una traiettoria ideale collegava l’ingresso della casa con il giardino. Marco Basta ha reso evidente questo passaggio, portando l’esterno all’interno e creando un’ulteriore soglia. I suoi Giardini, disegnati su feltro, erano una mappatura sentimentale di luoghi da lui attraversati, che, situati in angoli o spazi di passaggio, delineavano una nuova geografia. Il tessuto, prodotto dalla fabbrica Testori, è stato tagliato su misura delle porte di Casa Testori, ma poi riadattato a quelle dello studio dell’artista: diventando così un varco che non consente l’accesso solo alla stanza successiva. La contiguità con l’esterno era sottolineata anche dall’uso di un elemento in pietra abbandonato nel giardino di Novate Milanese, che acquistava la funzione di base per una scultura: un vaso, un’ostrica? I fossili di ostrica erano considerati, in antichità, orecchie di esseri mitologici e, nel presente, diventano un invito all’ascolto dell’interno.

Marco Basta è nato nel 1985. Vive e lavora a Milano.

 

Stanza 3

Ho osservato le scarpe di alcuni malati. Le loro suole erano poco usurate, a volte intonse”.

Elisabetta Falanga è partita dall’esperienza della malattia, dalla convivenza quotidiana con essa. Si è resa conto che esiste una distanza dal mondo, non soltanto nell’assenza di contatto con le persone, ma anche, e soprattutto, con il suolo. L’artista ha riprodotto e riadattato la stanza di un malato, introducendo in modo prepotente ciò che definisce questo isolamento: la terra, che segna un nuovo orizzonte e, contemporaneamente, l’assenza di un orizzonte. Un ambiente claustrofobico, in cui, ancora una volta, il contatto con l’elemento naturale è impedito, mediato da una fredda lastra di vetro.

Il progetto è stato realizzato nell’ambito di Mentorship, promosso da Sisal e dall’associazione Art for Business, per guidare giovani artisti nello sviluppo delle loro idee creative con il sostegno di due maestri: Marco Ghezzi e Paolo Rosa, fondatore di Studio Azzurro, scomparso improvvisamente nell’agosto 2013.

 

Stanza 4

La produzione incisoria di Piero Pizzi Cannella, esponente della Scuola di San Lorenzo, può essere considerata come una sintesi del suo fare artistico, innanzitutto per la ripresa dei soggetti tipici del suo linguaggio espressivo, che nell’essenzialità del segno e dell’assenza di colore ne estremizzano le caratteristiche archetipiche. Sono oggetti domestici, sottratti dal contesto e dalla loro funzione e assurti a icona, accompagnati, talvolta, da una frase o da una parola sibillina. Attraverso la tecnica dell’acquaforte e del carborundum, sotto la guida sapiente della Stamperia d’Arte Albicocco di Udine, il segno acquista maggiore o minore precisione e consistenza, diventando affilato come la punta di una freccia oppure facendosi di velluto nel lampadario o nel collier.

 

Piero Pizzi Cannella nasce nel 1955 a Rocca di Papa (RM).

 

Scale

Atelier dell’Errore è un laboratorio ideato da Luca Santiago Mora nel 2001 per i bambini della Neuropsichiatria Infantile, prima per la A.U.S.L. di Reggio Emilia, poi anche per l’A.O. Papa Giovanni XXIII di Bergamo.
Chiamato così, perché, raccontava Luca Santiago: «all’inizio mi sentivo un errore stando lì, con loro. Poi ho scoperto che loro si sentono quasi sempre errori, grazie a noi “normali”: a scuola, sull’autobus, alle feste di compleanno a cui non vengono invitati mai. Ma anche sull’errore si può costruire un meraviglioso metodo di lavoro per riscattare la potenzialità poetica di questi ragazzini, sconosciuta a molti, a me per primo».
Atelier dell’Errore disegna esclusivamente animali e, per la scalinata di Casa Testori, ha deciso di scegliere dall’Atlante di Oltre Zoologia solo creature in grado di volare, proprio quelle che non hanno bisogno della scala per ascendere. Quegli animali che “pur essendo materia d’inciampo, errori per dirla tutta, ci lasciano attoniti, faccia all’insù, con un facile colpo d’ala”.

Atelier dell’Errore

Stanza 6

Chiara Briganti realizza le sue scatole magiche dagli anni Settanta e, a oltre novant’anni, ancora assembla microcosmi che riassumono in pochi centimetri racconti, sogni, ossessioni. Ogni teatrino è accompagnato da una citazione, che vuole costituire un varco per la comprensione di quanto rappresentato e che, invece, talvolta ne accresce il mistero. I differenti piani prospettici equivalgono, infatti, ad altrettanti livelli di lettura e di interpretazione delle opere, spesso bifacciali, in cui l’artista inserisce materiali provenienti da fonti lontane tra loro: sassi, vetro, incisioni sette e ottocentesche ritagliate con minuzia.

 

Chiara Briganti (Montpellier, 1921)

Stanza 7

Il rapporto che Disler stabilisce col visitatore è una chiamata e, nello stesso tempo, una lotta; un abbraccio e, nello stesso tempo, una tortura. Questo è talmente vero quando cerchiamo di voltar via gli occhi per difenderci da una così affascinante spira: in quel suo chiamarci e trascinarci dentro il risucchio. Allora, piano, piano, sedotti da una bellezza pittorica che ha, oggi, pochi uguali, cominciamo a capire che, al fondo di quel delirio e di quella lotta, Disler sta rintracciando anche per noi i termini di un ordine arcano e misterioso; quell’ordine che sopravvive alle frantumazioni e al caos; quell’ordine che, proprio tramite i segni e i colori, compie su di sé la prova estrema e sacrificale della sua inevitabilità”.
Era il 1987 e Giovanni Testori, recensendo sul Corriere della Sera la personale dell’artista svizzero (1949-1996) allo Studio d’Arte Cannaviello di Milano, riconosceva in lui una delle voci più significative della pittura europea degli anni Ottanta.

 

Martin Disler (1949-1996).

Stanza 8

Dick è un soldato. Seduto su uno sgabello davanti a una tenda, sta pulendo il suo stivale.
Intorno, il nulla. Interlude parte proprio dal nulla e dal silenzio, che, nell’allestimento ideato per la mostra, superano i confini dello schermo, per proseguire nella veranda di Casa Testori. Uno spazio semicircolare e rigoroso, che si colloca idealmente al centro dei punti cardinali elencati da Diego Marcon, nel video interamente sonorizzato dalla voce dell’artista. Il punto di partenza del racconto, suddiviso in tre atti di pochi secondi, è la prefazione di Specie di spazi, di Georges Perec, in cui la descrizione pedissequa dei dettagli di un ambiente diviene condizione per afferrarne la complessità: un paradosso rispetto al vuoto in cui Dick e il visitatore si trovano.

 

Diego Marcon, 1985.

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