Un programma a cura di Isabella Donfrancesco con Alessandra Urbani

Visibile ora su Raiplay la puntata dedicata a Testori all’interno della serie “L’altro ’900”. Le due autrici del programma hanno preso spunto da una frase di  Giovanni Testori, per procedere nella loro ricerca: «La vita è una cosa terribilmente seria, che non può essere buttata, ma che va percorsa come un grande dono e un grande sacrificio, va attraversata tutta, tutta messa sulle proprie spalle, mai evitata, perché diventi luogo di speranza e non di disperazione». A 25 anni dalla morte Testori è ancora presente tra gli affetti che con lui hanno condiviso arte, palcoscenico, pagine e momenti di vita familiare. A seguire, Rai Cultura propone in versione restaurata il film “Rocco e i suoi fratelli”, in onda dalle 22.10, ispirato all’opera di Testori “Il ponte della Ghisolfa” e introdotto da Cristina Battocletti.

 

 

Il cielo d’inverno sopra Milano si colora di giallo e turchese.
Rocco Manzi: storia e storie di un sognatore

Impulsi di vita, visioni fantastiche e magiche di cieli stellati, fiori cosmici e profondità marine. Per due settimane Milano ospita le opere di Rocco Manzi (1959-2016) nella mostra “Rocco Manzi: storia e storie di un sognatore. Opere 1987-2007”. Si tratta di un viaggio nel mondo sorprendente di un artista tutto da scoprire.

Manzi, scomparso giovane nel 2015, ha operato a Milano a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, viaggiando poi in tutto il mondo. Nelle sue tele ha trasferito una sensibilità molto personale in particolare nei suoi soggetti floreali. Fiori che diventano stelle e che a loro volta, scrive Giuseppe Frangi, tra i curatori della mostra, “sembrano stilizzazioni di angeli”.

Il cielo sopra Milano, e in particolare sopra la periferia nord di Milano, dove Manzi è nato e cresciuto, si incendia nei suoi quadri di turchese e di giallo che, scrive sempre Frangi, apre un varco nel cielo di piombo dell’inverno. Per questi motivi la mostra ha visto il coinvolgimento di una realtà culturale attiva nello stesso territorio come Casa Testori. Le opere esposte in mostra verranno presentate in relazione a fatti salienti che hanno segnato la vita della città e del suo territorio negli stessi periodi. Fatti che trovano echi nei lavori di Manzi.

La mostra è un tassello di Movemen: un mese di iniziative promosse da Lega Tumori Lilt Milano perprevenire i tumori maschili.

Vernissage venerdì 9 novembre alle ore 18.30. MiFac, via Santa Marta 18.
 “Rocco Manzi: storia e storie di un sognatore. Opere 1987-2007
A cura di Biagio D’Angelo e Giuseppe Frangi

Galleria MiFac
Via Santa Marta 18, Milano
10-24 novembre 2018
Lun-Ven: 14.00-19.00
 | Sabato: 10.00-19.00
Domenica 18 novembre aperto
www.roccomanzi.it

Ufficio stampa
K words, Piazza Sicilia 6
Biagio D’Angelo 338.62.48.285

 

 

Come scoprire e conoscere due grandi scrittori? Disegnandoli.
Si è chiuso con una mostra che racconta il progetto di Casa Testori realizzato con gli allievi delle medie di due scuole di Cormano e di Novate Milanese. Portando alla realizzazione di due fumetti e due murales con le storie di Giovanni Testori e Alessandro Manzoni.
Manzoni frequentava Cormano, perché nella villa di famiglia coltivava la sua passione botanica. Testori a Novate era nato e lì ha quasi sempre vissuto.
Per imparare a conoscerli, i ragazzi hanno scoperto a scuola, dalle parole degli esperti di Casa Testori, i due intellettuali e il legame con le due cittadine. Sono poi stati introdotti al linguaggio del fumetto, con la sua ricchezza di segno e disegno, di pensiero e narrazione. Guidati da due illustratrici di successo, Sarah Mazzetti Giulia Sagramola, si sono provati nella realizzazione di proprie tavole.
Sarah Mazzetti ha interpretato lo storyboard ideato da Giuseppe Frangi e illustrato Manzoni e la sua Brusuglio(Cormano), mentre a Giulia Sagramola è stata affidata la storia di Testori e la sua Novate.
Ma il lavoro non è finito qui! Gli studenti delle classi coinvolte hanno tradotto alcune tavole dei fumetti in murales, nel cuore di Cormano e di Novate, sotto la guida dello staff di Casa Testori.Troverete in mostra tracce di questo lavoro e i risultati sorprendenti dei ragazzi!

TRE STANZE PER UNA GIUNGLA

Giunti al primo piano, la mostra proseguiva nelle cinque stanze della parte destra della casa. Attraversando il corridoio, le tre camere che si aprono a sinistra erano unite da un tema comune: Welcome to the Jungle, declinato dall’artista in altrettante opere, realizzate tra il 2016 e il 2018.

NELLA PRIMA STANZA

Una serie di 15 box, diorami o teatrini magici, creavano una linea continua lungo le pareti. Il visitatore era chiamato a immergersi in questi microcosmi realizzati unicamente con la carta. Ormai non servivano più altri oggetti per mettere in scena questa selva artistica: ce n’era abbastanza tra protagonisti, musei e splendidi cortocircuiti emotivo-celebrali, nati da accostamenti impensabili. Non si trattava solo di un omaggio ai propri maestri, ma di una serie di ex-voto, con i quali Urso chiedeva un aiuto agli artisti che, tra le belve del mondo dell’arte – e della vita – sono riusciti a esprimere la propria poetica, sopravvivendovi. Il filo dei diorami era interrotto su una parete da uno dei quadri più importanti di Giovanni Testori (Crocifissione, 1949), inaspettatamente a suo agio, tra le opere di Urso, non solo perché ne condivide l’affollamento formale e l’antropomorfizzazione della natura, ma soprattutto perché anch’essa esito della metabolizzazione dei propri maestri, da Cézanne a Picasso.

Un dittico rappresentava un dialogo tra Urso e alcuni tra gli artisti più rilevanti della tradizione
polacca. Si trattava di un omaggio personale da parte dell’autore ad alcune figure chiave della cultura locale, conosciute e studiate da Urso durante gli anni del suo soggiorno a Varsavia.

Untitledfa parte della serie del 2017 Welcome to the Jungle, comprendente 3 collage di dimensioni 40 x 60 cm ciascuno. I lavori mirano a rappresentare il sistema dell’arte come “giungla”, nel quale l’artista è chiamato a districarsi, con particolare attenzione al luogo istituzionale per eccellenza, il museo, quale tempio artistico che simboleggia tutta la fame e il desiderio di successo di un giovane autore, rappresentandone la massima ambizione. Nei tre collage sono rappresentati rispettivamente Guggenheim (New York), National Gallery (Londra) e Maxxi (Roma), immersi in uno scenario naturale. Tutt’intorno sono presenti ritagli di persone estratte da foto raffiguranti il pubblico di un museo. L’idea era quella di riflettere, non senza ironia, sul ruolo dell’istituzione museale, sul suo fascino e sulla sua potenza seduttiva.

Attraversato il corridoio, si entra nella stanza di Testori da ragazzo. Una camera destinata a contenere le opere che la madre non avrebbe accettato in giro per la casa, tappezzata di dipinti frutto degli studi, del mercato e del collezionismo di Testori. I nudi accademici da Testori attribuiti a Géricault e Courbet, documentati da una serie di scatti di Giacomo Pozzi Bellini come quello esposto a parete, hanno ispirato l’opera di Andrea Mastrovito (1978) realizzata esclusivamente scolpendo il muro e facendo emergere gli strati di intonaco e pittura accumulati negli anni.

Non poteva esserci collocazione più pertinente per questo lavoro di Alex Urso, Musée de l’Oubli – Eight collages by Monsieur G. (2014), nato dal ritrovamento in un mercatino di Varsavia di un nucleo di collage, datati 1979 e firmati da un misterioso artista francese, restaurati e incorniciati da Urso. Una sorta di ready-made archeologico, conseguente all’incredibile scoperta di un antenato del collage e del rapporto necessario con l’arte del passato.

Nell’ultima stanza, concludeva la mostra un’opera inedita (Don’t believe the hype, 2018), articolata in quattro diorami, posti sulle basi e alle pareti. Questa volta i piani prospettici erano affidati ad altrettante lastre di vetro, sovrapposte e scorrevoli a mutare gli assetti possibili. Ciascun teatrino era dedicato a un’opera di celebri artisti contemporanei (Wim Delvoy, Damien Hirst, Maurizio Cattelan e Katarzyna Kozera), esemplificativi non solo della loro poetica personale, ma anche del variegato mondo che inevitabilmente è chiamato a tesserne il contesto sociale, oltre che culturale. Urso ci mette in guardia, non dalle contaminazioni, così strutturali per il suo stesso lavoro, ma dall’accontentarsi di un mondo bidimensionale e di un approccio timido all’arte. Occorre sporcarsi le mani. Astenersi perditempo.

À REBOURS (Alla rovescia) è il titolo della mostra che Casa Testori ha dedicato ad Alex Urso (1987), artista italiano residente a Varsavia. Il progetto espositivo, appositamente pensato per gli spazi di Casa Testori, è stato curato da Davide Dall’Ombra.
Tra vetro, legno e collage, Urso dà vita a un grande omaggio agli artisti del Novecento e non solo: con ironia e poesia entra nella raffigurazione delle dinamiche dell’arte in senso ampio, dal riconoscimento personale alla consacrazione museale, o alla riduzione a feticcio ad usum del pubblico, tipiche del mercato.
Urso si riappropria dell’arte del passato in un processo che ha qualcosa di delicato e carnivoro insieme. Usa i ritagli d’immagini dell’arte e della natura, avvicinandoli o sovrapponendoli su diversi piani, in una compenetrazione che punta alla valorizzazione reciproca della rispettiva temperie emotiva, più che alla giustapposizione di significati.
Questa mostra è stata l’occasione per fare il punto sulla sua ricerca e presentare in Italia opere inedite e un percorso articolato in una sede pubblica.

Per accompagnarvi alle prossime visite guidate di Casa Testori a Picasso con Giuseppe Frangi (domenica 28 ottobre, 0re 17:50 e domenica 18 novembre, ore 16:10 a Palazzo Reale)  vi proponiamo un estratto dell’articolo di Giovanni Testori, uscito in occasione dei cent’anni dalla nascita di Picasso.

Picasso, un genio senza domande
Tutto quanto gli fa piacere

Forse non s’è mai chiarito e detto a sufficienza che la popolarità di Picasso nasce, in primissima istanza, dall’insolente e infantile amore con cui ha saputo mettere nei suoi quadri «tutto quanto gli faceva piacere». Compiere di continuo tale gesto, credere di continuo alla ragione di «ciò che piace», significa distruggere secoli e secoli di regole condizionanti e limitative, certo d’estrazione e natura elitarie; e significa lasciare che sui quadri irrompa la forza di ciò che riguarda ben più le ragioni della vita, soprattutto della vita istintuale che non quelle della forma meditata e trasformante.

E, tuttavia, per far questo, riaprire tale falla o cielo o botola o fogna, dopo che da secoli era stata chiusa, e guadagnare di bel nuovo proprio loro, le ragioni della forma (si tratta però di nuove, ovvero antichissime e perente ragioni), che grande, fascinosa e insieme urtante impresa si rivelò e, in effetti, fu! L’entità di grandezza, anche di spazi, anche d’immagini, con cui Picasso vince tutti i confronti che si tentino con i suoi contemporanei, nasce proprio da lì; non certo dalla bellezza della pittura che, in sé e per sé, sarebbe spesso destinata alla sconfitta. Già, ma provatevi a crear immagini, e quali, in barba alla pittura, tanto da non saper più, alcune volte, se di pittura si tratti o d’altro (e, invece, si tratta proprio di lei, ma come dire, ricondotta o rivendicata ai suoi alborali, piantigradici e infantili primordi)! Provatevi a dover dire davanti a un quadro (come con Picasso capita quasi sempre): «sembra dipinto così male, eppure…»! Perché è lì, esattamente in quell’eppure che abita il mistero, chiaro e insieme oscurissimo, di quel re, satrapo e genio che fu Picasso. Né a sciogliere tale mistero basterebbe riconoscere che egli fu assoluto padrone del disegno; diminuzione falsante che, oltre a tutto, non terrebbe in alcun conto ciò che, sulla tela, si forma e nasce proprio da quel «sembrar dipinta così male»; anzi, proprio perché talmente si fa ed è.

(da Corriere della Sera, Picasso, un genio senza domande, 24.10.1981)

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