Quattro grandi tele attorniavano il visitatore, sul fondo s’intravvedeva chiaramente la sagoma del mondo. In primo piano la composizione era resa da centinaia di tessere con un piccolo segno al centro. Avvicinandosi, l’indistinto diveniva distinto. Si trattava di centinaia d’impronte digitali che inserivano Edolo in un progetto in corso dalla fine del 2013, con cui l’artista vuole sottoporre agli occhi di tutti il tema della privacy, del trattamento dei nostri dati sensibili. Impronte lasciate spontaneamente dai passanti, in decine di occasioni pubbliche, in una sorta di mappatura dell’umanità attraverso il suo segno unico e distintivo. Cosa sveliamo di noi, magari senza accorgercene? Cosa potremmo definire come tratto unico della nostra personalità? Che immagine associamo al termine umanità e collettività? Cos’è il mondo? Sono alcune delle domande cui si apriva un’opera così e, con lei, Contexto 2017.

L’OPERA

Social Control, 2017


«Questo è il titolo. Si legge: Edolo uno a tre, nel senso della proporzione, che è relazione. Ogni immagine è costituita dalla relazione tra le tre immagini. Il trittico porta, in sé, questa relazione (di segni, luci, ombre, soggetti, forze, pesi), sempre raccontata con i tempi lunghi e sospesi della fotografia di paesaggio». 
Sono la sintesi formale e la chiarezza didascalica tipiche dei fotografi che discendono da Luigi Ghirri o Giovanni Chiaramonte. Si trattava di quindici gioielli, con cui raccontare la propria Edolo, una città invasa dal sole, fatta di silenzio, di un oggetto da usare come perno per tre scorci, di alcune linee spericolate che tendono allo spasimo gli incroci, di due coppie di condotti che sembrano innervare e smottare la città. Al centro, un concerto di cubi vuoti e pieni e, a chiudere, un elogio del legno, che pone il fine, tra il rigore e il caos.

«Il mio lavoro si struttura intorno a un personaggio centrale, il Prono. Siamo di fronte all’invenzione di un archetipo contemporaneo che in qualche misura dialoga con l’uomo di Vitruvio disegnato da LeonardoIl Prono è un character, ossia un personaggio che viene rappresentato in diversi contesti, linguaggi e formati, senza mai perdere la propria identità. È massiccio, geometrico, arcaico e pop al tempo stesso. Riecheggia i ciclopi dell’Isola di Pasqua, l’iconografia maya e azteca ma anche i manga e gli ufo-robot giapponesi, i graffiti e i fumetti. È a carponi in segno di sacrificio e sopportazione, nella posa tipica degli oppressi. Ma, al tempo stesso, è un accumulatore di energia. Nel suo corpo massiccio si avverte la tensione di un velocista ai blocchi di partenza. È una creatura in ascolto, in attesa del momento giusto. Prono è il simbolo del potenziale di riscatto che c’è dentro di noi».

L’OPERA

Prono, 2016, 250×210 cm

L’iconica scarpa della Timberland si è espansa fino ad invadere la passerella del Municipio di Edolo. Quattro scarpe che segnano quattro punti di appoggio per una scultura giocosa ed elegante insieme. Fatta per essere vissuta, fatta per sedersi sopra le morbide sedute bianche. È un’opera disegnata dal giovane Matteo Cibic, designer italiano conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo che, con le sue volute ha interpretato il concetto di flessibilità della scarpa e del passo umano. Si tratta di un’opera di design, di un’opera chiaramente promozionale, ma che racconta quanto siano ormai labili i confini tra arte contemporanea, design, arte partecipata e gioco. In questo senso è un’opera emblematica e come tale affidata al divertimento, ma anche all’uso rispettoso degli edolesi.

L’OPERA

The Flexible Living, 2016

Una rivista, sei collage, una squadra. Il Cardo è una cooperativa sociale, molto importante per Edolo, che ha guadagnato di diritto una bella vetrina della città per questa edizione di Contexto. Una vetrina che è diventata per l’occasione una scatola trasparente, da guardare da molti punti di vista, invasa dal lavoro nato intorno alla rivista Zeus!, che la cooperativa edita da molti anni. Una pubblicazione resa artistica dalla cura e originalità con cui è redatta. Sono comparsi così, a sinistra, un grande trittico di collage che rende omaggio al mondo incantato e mostruoso del pittore fiammingo Hieronymus Bosh, qui reinterpretato in chiave monocromatica. A destra, a librarsi al centro erano, invece, tre grandi collage realizzati non dai ragazzi, ma dagli stessi operatori, guidati dall’illustratore veneziano Oscar Sabini e destinati alla copertina del numero 70 della rivista. Il collage ha confermato il suo significato metaforico: un mezzo in cui l’accostamento guidato di elementi diversi dà vita auna bellezza comune. 

L’OPERA

Collagisti anonimi, 2016, gessetto e primal su tessuto, cm 250×210

La grande parete del convento presentava alla città un autoritratto molto diverso da quello dell’anno precedente.  L’autore è un giovane artista e illustratore molto apprezzato in Italia e all’estero, segnalato da Forbes come uno dei giovani under 30 più promettenti. Le sue immagini, apparentemente semplici e giocose, talvolta nascondono, per timidezza, il loro significato. È il caso di questo autoritratto in cui l’artista si è rappresentato come un ragazzo dalla corporatura molto forte, ma impegnato in un atto molto dolce e innocente, quello di prendersi cura di un gattino. Proprio quest’unione tra forza e dolcezza è il senso del lavoro, che vuole sottolineare come la dolcezza sia in realtà una grande forza. E come l’accoglienza del debole sia il vero gesto eroico del nostro tempo. Il volto non è rappresentato, perché l’immagine è sì autobiografica, ma quella che racconta è una storia di forza e dolcezza che chiunque può far propria, magari in un momento preciso della sua vita.

L’OPERA

Autoritratto con il gatto, 2017, wallpaper



Si può disegnare con la luce? Massimo Uberti lo fa da anni, grazie alla duttilità dei neon, plasmati con i propri artigiani per creare sistemi perfetti, in cui nulla distragga il nostro occhio dallo scorrere della linea nello spazio. Ma disegnare cosa? L’autore sembra interessato a restituirci, innanzitutto, quello che pensiamo di possedere già: oggetti quotidiani, banali quasi, come una scala o due cavalletti. Eppure, nel ridarcene la forma essenziale, capiamo che anche negli oggetti più consueti c’è qualcosa di straordinario, ed è la poesia della forma. La poesia delle cose che, alleggerite fino all’essenziale, diventano capaci di restituirci qualcosa che travalica la materia stessa. È così che Uberti crea dei microcosmi, delle stanze che sfondano le stanze, in cui una finestra, evocata con poche linee sulla parete, apre la nostra mente a un paesaggio da cercare nel nostro immaginario.


L’Atelier dell’Errore è un laboratorio di Arti Visive progettato da Luca Santiago Mora per la Neuropsichiatria Infantile. Una terapia? Sì, ma soprattutto una fucina di giovani talenti che crea opere d’arte, grandi disegni di animali, ma non solo. Chiamati a lavorare su uno spazio così denso e teso come le Carceri di Edolo, la voce di Santiago Mora non ha avuto dubbi: «Qui entriamo in silenzio, tutto parla già tanto, e tutto quel che è detto è scritto. Porte, maniglie, polvere, muri, tutto quello che è normale è diverso, qui. Vien da parlare sottovoce, come in chiesa». Un luogo in cui poter apporre solo un video, un insetto che cerca di liberarsi, e, nella stanza opposta, un altro piccolo animale, poco più di un punto nero. Metafore, certamente. Come quella scala trovata in loco, già perfetta sotto quella lunetta per evocare una fuga desiderata e possibile.

LE OPERE

Nella cella femminile: Luca Santiago Mora per Atelier dell’Errore, Yogin, video HD, 3’, 2016
Nella cella maschile: Nuru Atelier dell’Errore, Accidia, grafite, cartoncino nero, velluto, 2016

Due giovani fotografe hanno ripreso il filo dell’autoritratto femminile, in una terza variante, dopo il racconto di Giulia Riva e il rapporto materno espresso dalla performance di Daniela Peracchi. Non a caso si era scelto di proporre il loro lavoro in vetrina, esaltando una caratteristica interna alle foto stesse. Sono espressione, infatti, di un vero e proprio filone, che ha molto influenzato la fotografia di moda, e se ne è lasciato influenzare. Le due ragazze si sono fotografate a vicenda e, ad accentuare questo sistema di doppi, è intervenuta la loro somiglianza d’aspetto, che le rende quasi indistinguibili. Colpisce la bellezza formale delle ambientazioni, belle nella loro affascinante decadenza. Sono giardini botanici, vecchie case patrizie e architetture industriali abbandonate, che diventano non tanto uno spazio in cui agire, ma una superficie cui aderire, in un tentativo mimetico, quasi di compenetrazione diremmo, che sembra l’unico rapporto possibile da intrattenere con ciò che amiamo.

L’OPERA

Interluido, 2017, fotografia su vetrofania

«Egoismo, routine, comodità, credo religioso, status symbol, usanze tramandate, sono solo alcune delle parole chiave che utilizzo per creare cicli di opere». Marco Pariani è un pittore informale, certamente, ma non astratto. E non solo per la possibilità di rintracciare nei suoi dipinti forme note di oggetti o ambienti, ma perché a emergere prepotente sulla tela è la trama di una vita vissuta, riconoscibile come sua e nostra. Il lavoro che ha presentato è un’installazione complessiva fatta di grandi tele ma anche di tessuti che si arrampicano sulla parete per affrontare il tema della routine al centro oggi della sua ricerca. L’abitudine è un gesto inconsapevole ma non passivo, in cui anneghiamo vizzi e virtù, squallori che forse non dovremmo accettare e bagliori che dovremmo ricominciare a guardare. 

LE OPERE

Poop on the stairs, 2017, acrilico e vernice spray su tela, 250×200 cm
Senza titolo, 2017, zerbini e materiali vari su tessuto, 306×486 cm 
Urine on the stairs, 2017, acrilico e vernice spray su tela, 250×200 cm


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