Puntata 9, lunedì 18 gennaio ore 21.15

Ore 21.15: tappa a Varese, a Villa Panza per una doppia occasione: Il nuovo allestimento della Collezione Panza a 10 anni dalla morte del collezionista, e la presentazione del doppio volumededicato alla stessa Collezione. Ne parleranno Anna Bernardini, direttore Fai, Villa e Collezione Panza e Marco Magnifico, vicepresidente esecutivo del Fai, che dal 2000 ha avuto in donazione questo straordinario “tempio” dell’arte contemporanea.

Ore 21.35: si parlerà di un grande protagonista del sistema artistico del secolo scorso, il gallerista Alexander Iolas. A Iolas e ai suoi artisti è stata dedicata una mostra a Milano, alla Galleria di Tommaso Calabro, con un omaggio realizzato da Francesco Vezzoli. Ne parleremo con lo stesso Tommaso Calabro e con Davide Dall’Ombra, direttore di Casa Testori: infatti nel 1975 Giovanni Testori aveva esposto un ciclo di grandi acrilici nella sede milanese della galleria di Iolas.

Ore 22.05: Gli “Incipit di Testori”Federica Fracassi legge l’inizio del romanzo Gli Angeli dello sterminio


A CASA TESTORI. SCADENZA PROROGATA AL 15 FEBBRAIO

Il 2021 sul quale ci siamo appena affacciati ci attende con tanti progetti e iniziative, non vogliamo fermarci, pur nelle difficoltà e restrizioni. Casa Testori dunque cresce, e desidera crescere sempre di più.

È per questa ragione che abbiamo aderito al Servizio Civile.

Se sei un under 28 puoi candidarti per l’attivazione del Servizio Civile presso Casa Testori, con  un programma dedicato alla valorizzazione culturale, dalla didattica alla comunicazione, della durata di 12 mesi, da aprile 2021 a marzo 2022.

A questo link il bando, in scadenza il 15 febbraio 2021: https://www.serviziocivile.gov.it/menusx/bandi/selezione-volontari/bandoord_2020.aspx

Qui, la domanda di iscrizione (è necessario lo SPID): https://domandaonline.serviziocivile.it

Questo invece il programma specifico di Casa Testori: https://www.serviziocivile.gov.it/menusx/bandi/scegli-progetto-italia/dettaglio-progetto.aspx?IdBando=18919&Settore=Educazione+e+promozione+culturale,+paesaggistica,+ambientale,+del+turismo+sostenibile+e+sociale+e+dello+sport&TitoloProgetto=SEMI+DI+CULTURA.+NUOVE+RADICI+PER+GLI+ADULTI+CHE+VERRANNO+&Comune=NOVATE+MILANESE&IdGazzetta=59&CodiceSede=189171

Per qualsiasi domanda potete contattare la referente Francesca Ponzini (francescaponzini@casatestori.t)

Giovedì 28 gennaio dalla 15 alle 17 ci sarà un incontro di approfondimento sul canale Youtube e Facebook di Area Parchi.

Non mancare!

Puntata 7, lunedì 4 gennaio ore 21.15

-ore 21.15: Omaggio a Giovanni Romano, con Giovanni Agosti e Davide Dall’Ombra..

-ore 21.40: “Ti Bergamo”, mostra alla Gamec di Bergamo, con Valentina Gervasoni, curatrice, e gli artisti Nicolò Massazza dei Masbedo, Tea Andreoletti e Meris Angioletti.

-ore 22.10: Gli “incipit di Testori”. Federica Fracassi legge l’inizio del “Martino Spanzotti”

Puntata 6, lunedì 28 dicembre ore 21.15

-ore 21.15: “Lotto. L’inquietudine della realtà”, Lecco Palazzo delle Paure. Con Giovanni Valagussa, curatore, don Davide Milani promotore dell’iniziativa, Giovanni Frangi, artista.

-ore 21.35: “Assalto al Castello”: la mostra dei 14 artisti valdostani al Castello Gamba, con Davide Dall’Ombra, curatore, Viviana Maria Vallet, responsabile scientifico di Castello Gamba e gli artisti Marco Bettio, Riccardo Mantelli e Chicco Margaroli

-ore 22.00: Gli “Incipit di Testori”Federica Fracassi legge l’inizio del romanzo La Cattedrale

Puntata 5, lunedì 21 dicembre ore 21.15

-ore 21.15: “We Rise by Lifting Others, Palazzo Strozzi. Con l’artista Marinella Senatore e il curatore Arturo Galansino. 

-ore 21.35: incontro con Andrea De Marchi, storico dell’arte, docente all’università di Firenze. De Marchi è titolare di un account Instagram di grande bellezza e utilità, che ora è diventato un’agenda per l’anno che verrà.

-ore 22.00: Incipit Testori: Federica Fracassi legge l’inizio dell’ Interrogatorio a Maria.

La parola è dura: ma è ben necessario usarla. L’Ultima Cena su cui si è scritto, in trascritto, sovrascritto, sognato, delirato e inventato non è che la parodia non voluta, epperò viva via realizzata dagli uomini e dal tempo, di ciò che Leonardo, in verità aveva dipinto e creato. E noi, ora; ora che l’intelligenza e il fermo coraggio di Carlo Bertelli, dopo ani di studi, han deciso di finalmente togliere di mezzo parodie e menzogne; ora che l’occhio acutissimo, trepido e intrepido, lucido e innamorato, di Pinin Brambilla Barcilon ha preso l’impegno di restituire al mondo la verità circa il dipinto più simile a una sindone che si conosca; ora, dicevo, anche noi possiamo dare una spiegazione, meno irritata e irritante, soprattutto meno maldestramente psicologica del perché usassimo frequentare così poco quel capolavoro. 

Non era la polemica del lombardo che ci teneva lontani dalla grande parete; grande, consunta, appestata, ma soprattutto impiastricciata, ridipinta e rifatta. Era quella parodia, era quella menzogna, che, stendendovisi sopra, si mettevan di mezzo tra ciò che speravamo sempre di scoprire e ciò su cui i nostri occhi eran costretti, ogni volta, a scendere e sostare. Fascinazioni, incanti, rapine psicologiche, allarmati segnali, premonizione di martirio, divina certezza e pace, presentimento d’uno vino che si fa sangue e d’un pane che si fa carne, composizione, tremar di materie, silenti viraggi di luce, sforamento di una prospettiva che ci si diceva esser nuova, anzi nuovissima; tutto questo, e ben altro,  ci sembrava contraddetto o, peggio ancora, negato dall’enorme pappa verdastra che ormai non era neppur più “abbagliata”; e che adesso sappiamo con esattezza essere la somma del seicento che si sovrappose al cinque, del sette che si sovrappose al sei, dell’otto che si sovrappose al sette, e così via […]

Innanzitutto, ciò che il restauro va rivelando è che tutto, qui, nasce, cresce e lentamente riaffonda in lei, la luce; che è di meriggio, ma anche di primissima alba. Quanto all’ombra, non più di impiastri di finte brume si tratta, bensì di una levità anch’essa trasparente che, tra imperio e carezze, tra intelletto e seduzioni di carne, il colore depone su altro colore. E il colore, dal primo strato a tutti i successivi, trova sempre per sé lo splendore di una pietra; pietra regale e quotidiana; rinvenuta lì e, nello stesso tempo, lì esistente da sempre.

Davvero crediamo che questo ora in atto sia il restauro più attivamente rivoluzionario che fini qui si sia tentato; senza nulla togliere ai meriti dei molti preclari predecessori della Pinin Brambilla, la cui umiltà, davanti alla suprema parete, è pari solo alla strenua, accanita, infaticabile volontà. Lei sa, è ben certo, che sta giocando la carta massima della sua carriera; ma è la carta attraverso cui l’opera più distrutta e più celebrata del mondo può essere davvero restituita al mondo, in ciò che di lei davvero rimane. E quanto rimane è tale da mutar faccia a tutti i giudizi e a tutti i pregiudizi. E’ probabile che, dopo questo restauro, molto della storia dell’arte dovrà essere riscritto; soprattutto per quanto riguarda i maestri, sommi magari come Leonardo, che l’opera ebbero a vedere per intero (o quasi), così come noi, da qui in avanti, potremo via via vederla e scoprirla, seppure a pezzi. Epperò quei pezzi, quei lacerti, quei frammenti, talvolta brevi come un’unghia o come il dorso d’una coccinella, che capacità di legarsi hanno mai tra di loro! 

(da “Il Cenacolo restaurato svela il nuovo Leonardo”, Il Corriere della Sera, 24 luglio, 1982)

All’estrema destra della casa, Fatima presenta la sua opera più recente: un film dal significativo titolo di L’Ouvert

L’Aperto è lo spazio infinito: non vita e non morte, ma i momenti  prima della nascita e dopo la morte, rappresentati con uno spazio che accoglie tutto, eterno divenire che trascende il Tempo. 

Come anche per gli altri suoi film (tra cui Notturno, presentato alla Biennale del Cinema di Venezia nel 2016 o Tyndall, già proiettato anche a Casa Testori) Fatima usa l’arte come risposta allo sviluppo naturale dei fatti della vita e L’Ouvert inizia a prendere forma con la sua gravidanza. Il titolo è ispirato all’Ottava delle Elegie Duinesi di Rainer Maria Rilke: “La creatura, qualsiano gli occhi suoi, vede/ l’aperto. (…) Lo spazio puro dove sbocciano/ i fiori a non finire”. 

La purezza che l’uomo ha poi perduto è lo spazio aperto che Fatima invoca: la nascita diventa uno stato mentale, rappresenta quello spazio.

Nel film, un gruppo di donne racconta la propria esperienza del parto. Fatima si rifà ai racconti dell’antropologo James George Frazer (Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, 1915) e alle tradizioni popolari italiane e spagnole. È questo un modo per invitarci a partire da una percezione più fisica, vicina al corpo; un atteggiamento di ascolto, a cui l’intera comunità partecipa mettendo in atto una sorta di rito propiziatorio all’apertura, qui rappresentato da una donna che sussurra parole in una lingua straniera (sembra una lingua magica, in realtà è, non casualmente, spagnolo).  Fin dalle prime scene essa apre porte, cassetti, mobili, oggetti. La nascita diventa uno stato mentale, qualcosa che apre all’altro e a infinite possibilità: è vissuta da una persona ma appartiene a tutti.  Non è maschile né femminile. Mentre le voci raccontano e si alternano a suoni, sullo schermo appaiono a intermittenza i “rayogrammi” degli oggetti: fotografie nate dal  contatto diretto con la carta. Nel Dictionnaire abrégé du surréalisme(Dizionario abbreviato del surrealismo, 1938) pare che sia stato lo stesso Man Ray a definirli “ossidazioni di desideri fissati dalla luce e dalla chimica, organismi viventi”.  Nel film evocano il balenare del ricordo, mentre allo stesso tempo, proprio perché sono immagini in negativo, ricordano le ecografie.

A Casa Testori L’Ouvert è proiettato nella sala d’angolo, dove altri artisti hanno dipinto su tutte le pareti con accesi colori  un “giardino d’inverno”(*): non potevamo pensare a luogo più appropriato nella creazione di quel dialogo a più voci che tanto abbiamo cercato.

La proiezione è completata da un allestimento nella sala adiacente: sul parquet del pavimento sono poggiate delle grandi e fragili uova che paiono uscire misteriosamente dal camino. Potrebbero sembrare anche dei seni, o delle pance con piccoli tratti di cordone ombelicale. Hanno qualcosa di lunare, di cosmico, sono oggetti opachi e fragili. Nell’ultimo giorno di esposizione, Fatima ne regalerà uno a ogni persona che visiterà la mostra, in un rituale che invita a prendersi cura di qualcosa che deve nascere. Completano l’installazione dei fogli trasparenti, che il visitatore è invitato a prendere, su cui sono stampate alcune brevi e semplici formule rituali. 

Dal lato opposto della casa, nella grande sala che termina con la veranda, sono esposte due installazioni di Ilaria Turba derivate da JEST, corpo di lavoro che nasce dall’esplorazione dell’archivio fotografico della famiglia dell’autrice: cinque generazioni di immagini dal 1870 a oggi che Ilaria manipola e usa come punto di partenza per una ricerca visiva che si fonde con altre discipline e altri media, assumendo forme diverse. 

JEST è un progetto istrionico che si trasforma e vive nello scambio attivo con l’altro. Le fotografie originali sono spunti creativi, simili a portoni magici che aprono a mondi nuovi. Nella grande sala, proprio dove per molti anni è stato esposta La famiglia dei poveri (1735) di Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto, troviamo oggi un’altra famiglia: una fotografia mostra un gruppo di persone, perlopiù donne, molte delle quali portano in mano un ventaglio. Nella rielaborazione di Ilaria i ventagli sono messi in evidenza. Quest’oggetto misterioso, che nasconde e allo stesso tempo è strumento di comunicazione (alla fine dell’Ottocento veniva utilizzato per un vero e proprio linguaggio segreto), è all’origine di una ricerca sui segreti delle donne che Ilaria ha compiuto tra Italia e Francia, incontrando gruppi di età, provenienza, estrazione sociale diversa, raccogliendo e trascrivendo le loro storie e dando vita infine a una delle otto “azioni” che completano la parte più tradizionalmente fotografica di JEST: sono la messa in atto degli spunti creativi. Dai ventagli e dai segreti femminili è nata una performance teatrale, messa in scena presso lo spazio L’Atelier di Nantes grazie alla collaborazione con la scenografa Ambra Senatore e il Centro Coreografico Nazionale della città francese.

Nella sala di Casa Testori JEST dialoga con la storia del suo illustre inquilino srotolando le storie segrete sul lungo tavolo di fronte alla fotografia a partire da una macchina da scrivere che a sua volta è protagonista di una messa in atto del progetto. Un ventaglio originale, posto all’estremità del tavolo, guarda alla fotografia sulla parete.  Due sedie si confrontano dalle estremità del tavolo in un dialogo immaginario, mentre le fotografie ai lati ribadiscono l’invito a guardare con attenzione.

Una reinterpretazione dell’allestimento iniziale che, coerentemente con lo spirito del lavoro, cresce e si sviluppa costantemente come un corpo vivente. 

La grande sala comunica con la veranda che affaccia sul giardino. Qui è presentata la Tempesta, un’ installazione che si scompone nel tempo: quattrocento brandelli di immagine si staccano dalla parete cadendo a terra, come le foglie degli alberi in autunno. Sembra che a farle volare via sia il vento che arriva dal giardino. Di fronte all’immagine -composta, in verità, da due fotografie differenti e sovrapposte- è un’ampolla che la riflette, capovolta, in miniatura. Da piccolo a grande e viceversa: come nella “piccola storia” di ciascuno di noi si riflette la “grande storia”. Quella tempesta è esistita davvero, ed è stata fotografata, nella cittadina di Bagni di Lucca, dove ha vissuto la famiglia Turba e uno dei luoghi che compongono la costellazione di Ilaria. Un mondo piccolo, a testa in giù, è come una magia che prende vita, un riflesso che sembra vero.

Tra queste due assi portanti (le sale laterali) si sviluppa la nostra composizione musicale-espositiva, in un gioco di scambi e passaggi tra lavori diversi lungo le stanze che affacciano sul corridoio. 

Santa Selva è un video realizzato per questa esposizione da Fatima Bianchi: in una sera d’estate ha proiettato le immagini dell’archivio privato della famiglia Testori sulle piante del giardino e sulle pareti della casa, accendendo poi fumogeni colorati. Per un breve istante i volti sembrano prendere vita, come evocati da un rito magico. Poi, altrettanto rapidamente, scompaiono, soffiati via dal vento. La teatralità della scena amplifica il potere affettivo delle immagini, mentre i fumogeni evidenziano dettagli, senza restituire mai le figure per intero. 

Stefano Levi Della Torre ha scritto: “Il paesaggio della memoria è accidentato, fatto di rilievi che emergono in luce dalla nebbia del dimenticato, evidenze monumentali che imbastiscono e riassumono le trame discontinue del ricordo”. La memoria, qui, ha esattamente la consistenza della nebbia.

Di fronte, dove una volta si trovava la cucina e ancora oggi è possibile intuirla, torna JEST, questa volta nella forma di una stanza delle scoperte e dei giochi. Una bambina dentro una foto (che è dentro una foto, che a sua volta è dentro una foto, e così via) la segnala dal corridoio. Dentro, su un tavolo sono disposte le carte del Memory-JEST in un invito al gioco. Bisogna però fare attenzione ai tranelli visivi, perché in questo gioco due carte identiche non esistono mai e la sfida è ancora più difficile. Un vascello naviga in un luogo nascosto e le immagini parlano, rispondendosi, tra le mensole. La macchina gira-taumatropio dal nobile nome “Lady T” attende che qualcuno faccia vivere l’illusione della terza immagine inesistente.

Ripassiamo dal centro della casa dove due immagini (in verità, una è in movimento) rappresentano le due anime di questo dialogo. Andiamo oltre e troviamo di nuovo di fronte a due stanze che si guardano. In una, le stampe a parete paiono specchiarsi, come se fossero due versioni complementari. Ma lo sono davvero? Lo sguardo non può essere distratto, Ilaria ci invita a guardare con attenzione. Ancora una volta JEST ci mostra quanto la nostra percezione visiva possa essere ingannevole: vediamo quello che ci aspettiamo di vedere.

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