«Il “terremoto” Donatello è stato così violento da determinare ripetute scosse di assestamento, e per una fitta serie di generazioni cominciata poco dopo il suo esordio di ventenne (1406)». È quanto scrive Francesco Caglioti, curatore della grande mostra su Donatello, appena aperta nella doppia sede di Palazzo Strozzi e del Museo del Bargello a Firenze. Questa sera ne parleremo con Arturo Galansino e Paola D’Agostino, direttori delle due istituzioni che hanno organizzato questa mostra davvero imperdibile, con oltre 50 opere dell’artista. In cosa consiste il “terremoto” provocato da Donatello? Essenzialmente in un’energia umana del tutto inedita che pervade e invade le opere. Lo testimoniano una delle presenze più sorprendenti in mostra, le due Porte della Sagrestia Vecchia di San Lorenzo. Per comporre le scene sui battenti Donatello ricorre ad uno schema delle porte medievali, con una sequenza di riquadri. Ma all’interno di quella gabbia arcaica immette un’energia esplosiva. Come ha scritto il curatore, «Donatello plasmò i venti riquadri nei quali altrettante coppie di santi, campite su fondi neutri, si affrontano e disputano nei modi più diversi, partoriti da un’inventiva scatenata». In una delle due porte rappresenta gli apostoli, sempre a coppie. Sono scene concitate, dove i santi sono immaginati in pose quasi scomposte, nel pieno di discussioni appassionate. Si guardano frontalmente, come se fossero su un ring (non per niente su queste opere si consumò la rottura con Brunelleschi, che vide violati gli equilibri degli spazi da lui concepiti). Gli apostoli si confrontano a viso aperto, su quello che hanno visto e sperimentato. Hanno il cuore infiammato da ciò che hanno vissuto. Donatello non media, non li riporta alle “buone maniere”. Anzi, lui stesso si infiamma e infiamma anche noi, a quasi sei secoli di distanza.

Ne avremo conferma dalla poesia che Giovanni Testori aveva dedicato alla Maddalena orante di Donatello, che sarà letta da Federica Fracassi: il suo è un graditissimo ritorno ai Lunedì di Casa Testori.

La conclusione della puntata sarà come sempre dedicata alla “Testoripedia”, con Stefano Bruzzese che introdurrà la Traduzione della Prima Lettera ai Corinti, pubblicata nel 1991.

Appuntamento lunedì 4 aprile ore 21.15 su Facebook e YouTube

LA MOSTRA
SEGNI DI ME. Il corpo, un palcoscenico” presentava sei giovani personalità artistiche nate tra il 1985 e il 1995, chiamate a relazionarsi con una grande figura del recente passato, Carol Rama. Al centro dei loro lavori vi era la relazione con il corpo che diventava terreno proprio dell’espressione artistica. Nelle stanze di Casa Testori entrano opere potenti e talvolta provocatorie che insistono su esperienze soggettive, criticando la dolorosa eredità del sessismo, della violenza e di altre strutture di potere della cultura contemporanea. Sono stati lavori che hanno fornito nuove e preziose intuizioni sia sull’arte storica che su quella contemporanea. La mostra è stata concepita come fosse una pièce teatrale, grazie all’aiuto di una vasta gamma di mezzi tra cui dipinti, sculture, performance, disegni e fotografie. Un ottavo protagonista è entrato poi in scena, il padrone di casa Giovanni Testori, con una serie di grandi disegni della metà degli anni ‘70 che avevano per soggetto il corpo femminile.

A cura di Rischa Paterlini con Giuseppe Frangi, la mostra ha portato nelle stanze della dimora di Novate Milanese oltre a Carol Rama e Giovanni Testori, anche le opere di Margaux BriclerBinta DiawZehra DoğanIva LulashiGiorgia Ohanesian NardinIman Salem.

Intrecciando l’erotismo della pittura di Iva Lulashi, la sensualità delle fotografie di Binta Diaw, le deformate figure di Zehra Doğan, le sculture o sfingi di Margaux Bricler, figure animalesche, femminili e demoniache, la lunga performance dal vivo di Giorgi Ohanesian Nardin a e le fotografie di Iman Salem, con le opere storiche di Carol Rama e di Giovanni Testori, la mostra metteva in scena racconti in cui si mescolano carnalità e passione. Il corpo nell’essere rappresentato si oggettualizza: in tale meccanismo è insita la critica diretta non solo ai cliché visivi a cui siamo abituati, ma anche alle modalità di fruizione da essa generate. Le giovani personalità artistiche invitate, evidenziando l’impegno in chiave di rivendicazione del corpo e andando oltre l’eredità storica del femminismo, hanno sviluppato opere di grande intensità, generando un incontro-scontro che trova ulteriore riflessione laddove ogni elemento presente è frammento di corpo su un palcoscenico vuoto. Questi frammenti di opere-corpo permettono di ottenere equilibri di notevole intensità formale ed estetica molto coinvolgenti per i visitatori.

La mostra è nata dalla suggestione delle parole impresse sull’invito che, nel 1995, l’artista afro-americana Kara Walker realizzò per la sua prima personale a New York alla galleria Wooster Gardens/Brent Sikkema, “The High and Soft Laughter of the “Negress” Wenches at Night”, che recitavano così: «Non perdetevi l’incredibile “storia di carta” di una negra in schiavitù che narra la sua straordinaria fuga verso la libertà». Parole, queste, messe in relazione a quelle di un articolo che Giovanni Testori scrisse nel 1979 per la prima pagina del Corriere della Sera, “La vergogna dello stupro”: «Non vorremmo che, come va succedendo per altre vergogne e per altri delitti, a furia di parlarne, scriverne e discuterne, senza mai assumere la responsabilità di un gesto, si finisse, insomma, per abituare l’uomo a ciò che non è umano. L’abitudine a tutto è uno dei rischi più grandi che l’uomo sta correndo; ad esso sta inducendolo la spinta negativa che vuol ridurlo a “cosa”. Ora il punto d’arrivo di questo rischio non potrà essere una nuova coscienza, ma il buio e la notte che s’aprono sulla coscienza eliminata o distrutta».

IL PROGETTO
Le stanze al piano terra di Casa Testori sono state dedicate a opere site-specific di Margaux Bricler, Binta Diaw, Zehra Doğan e Iva Lulashi. Per l’inaugurazione Giorgia Ohanesian Nardin con Iman Salem hanno dato vita a una performance che è stata documentata in mostra dagli scatti fotografici live realizzati da Iman Salem. Alle pareti del grande salone, un omaggio all’artista Carol Rama il cui lavoro si è dimostrato prezioso riferimento per molte artiste contemporanee, in particolare per la sua visione moderna della femminilità e per il suo modo di rappresentare, fin dagli anni Trenta, il proprio corpo, insofferente rispetto alle costrizioni e alle ipocrisie borghesi. Lavori intensi degli anni Sessanta che celebrano un’identità raffinata e animalesca insieme, e che hanno anticipato un nuovo sentire: materiali come gomme, occhi di vetro, pelli, peli e unghie sono elementi che ricorrono in queste sue opere, vere messe in scena della propria identità.

I miei lavori – disse l’artista nel 1997 rispondendo a una domanda di Corrado Levi – piaceranno moltissimo a quelli che hanno sofferto, e che dalla sofferenza non hanno saputo cavarsela… perché avendo avuto una madre in clinica psichiatrica ed essendomi anch’io sentita bene in quell’ambiente lì… perché ho iniziato in quel modo lì ad esser con dei gesti e dei modi senza preparazione né culturale, né di etichetta… credo che tutti quanti ameranno di più quei gesti, perché sono gesti che, per delle ragioni che non oso dire, appartengono a tutti… perché la follia è vicina a tutti… e c’è assolutamente chi la nega… e chi la nega è soltanto un folle, malinconico, triste, inavvicinabile… perché è come la cultura; la cultura è un privilegio, che avrei potuto farlo anch’io… però mi sono sentita sempre più duttile al disegno, a un quadro, una storia, a una composizione.

Un ambiente al piano terra permetteva di guardare le opere solo dall’esterno, attraverso un foro. All’interno, invece, sono stati presentati alcuni lavori che Giovanni Testori realizzò nel 1975 e che ha esposto alla Galleria del Naviglio di Milano: grandi carte a grafite, con close up su soggetti anatomici femminili.  

La mostra è stata realizzata grazie alla collaborazione della Galleria del Ponte, Torino e Prometeogallery, Milano e grazie al sostegno di Banca GeneraliLazard e Art Defender

Catalogo con testi di: Corrado Levi, Giovanni Testori, Giuseppe Frangi, Rischa Paterlini, Marlene L. Müller 

Questa artista ha scardinato per prima i livelli a cui la nostra mente è quotidianamente abituata, inventando una nuova narrazione. Carol Rama è “un angelo luciferino, affabile e selvatico; è una dilettante suprema: è una naufraga mai arresa al banale; è un fool manganelliano e un coboldo incendiario; è un artifizio, una messa in scena perfetta, è un mosaico di ruderi, di avanzi corrosi del passato; è una costruzione letteraria, è una poesia di Sanguineti e un pezzo di Baudelaire; è esotica, erotica, eroica… È Molly Bloom o Alice, la signora Ramsay o Pandora, Sisifo, Icaro, Gorgona o Cagliostro, Medusa o Euridice senza Orfeo? Nessuno, nessuno può saperlo. L’artista si dà e si nega, gravata da un mistero permanente”. Per me lei rappresenta un punto di vista differente, ovvero quello di una figura che ha voluto scombinare le carte in tavola, colei che ha usato oggetti misconosciuti per raccontarci ciò che leggeva sui giornali o guardava in televisione senza necessariamente cadere nell’autobiografico “anche se della sua vita, nessuno” – come racconta l’amico collezionista e gallerista di Carol Rama, Stefano Testa– “saprà mai come davvero siano andate le cose o meglio ciascuno di noi vive grazie alle opere di Carol Rama il proprio vissuto, dolce o amaro che sia”. Carol Rama vuole metterci davanti a quello che accade suggerendo il peso di ciò che sulla tela non c’è, il peso dei nostri pensieri, delle nostre gioie e dei nostri dolori senza nascondere nulla sotto al tappeto perché la vita è questo e le opere sono i “buchi di me”, come amava chiamarli. Unghie “per offesa o per difesa”, come le definisce Stefano Testa, o unghie-artigli, come le chiama Lea Vergine, che per Carol non sono altro che unghie che graffiano, messe lì con rabbia accompagnate da una macchia di colore rosso: “Il rosso!… e anche il nero… io sarò trent’anni che mi vesto di nero… il rosso perché è sempre stata una cosa che mi sarebbe piaciuta di essere… fare il torero… essere un maschio bello, fare incazzare tutti: uomini, donne, bambini, vecchi, vecchi che sparano per me… pazzesco!”. Gli oggetti che ha in casa sono gli elementi che compongono le opere, come L’isola degli occhi, una tela di grandi dimensioni che Carol trasforma in due enormi ovaie che fanno da contenitori di quella moltitudine di occhi di bambola che, immobili, guardano al mondo e chiedono di essere riconosciuti. Carol, che qui vuole renderci partecipi del piacere della maternità, non può trascurare di renderci partecipi anche del dolore della perdita di un figlio o di un aborto, ed è così che nasce Melodramma un grande ammasso di materia nera che pare colato dal cielo a forma di grembo materno, circondato non da occhi di bambola ma da nove teschi, come nove sono i mesi che devono passare perché il corpo metta al mondo un figlio — un figlio che con ogni probabilità non arriverà mai, magari perché frutto di uno stupro.

Tema caldo in quegli anni, tanto che Giovanni Testori, sulla prima pagina del Corriere della Sera nel 1979, con grande sensibilità scrive: “…Colpendo la donna, stuprandola, violentandola e ferendola nel centro stesso della sua ‘dolorosa’, paziente, ma liberissima e altissima dignità, chi è cristiano vede altresì colpita ed offesa la parte che fu sempre, nella vicenda della terra e del cosmo, della madre di Cristo… Non vorremmo che, come va succedendo per altre vergogne e per altri delitti, a furia di parlarne, scriverne e discuterne, senza mai assumere la responsabilità d’un gesto, si finisse per diminuirne la gravità, l’irreligiosa e disumana vergogna; si finisse, insomma, per abituare l’uomo a ciò che non è umano.” Sono proprio di Giovanni Testori i grandi disegni in bianco e nero, visibili solo da una piccola fessura nella porta, che parlano del sesso. Senza mai cadere nel volgare o nel pornografico, Testori usa tutto lo spazio del foglio per evitare che, osservandoli, si pensi ad altro, avvertendoci che “la solitudine, non la oscenità, è oscena”. Seni, glutei e vulve sono lì per noi, per metterci davanti all’evidenza della bellezza del corpo. Studi anatomici sono lì per essere ammirati per quello che sono, per concederci il lusso di godere di quella parte di corpo evitando di “limitare” e invece “liberare” pensieri per giungere a una maggiore consapevolezza di noi stessi. Parti anatomiche imperfette che ci fanno dire che non siamo solo una bella carta da parati davanti alla quale mettersi in posa, ma consapevoli di un corpo quale palcoscenico da cui raccontare la vita di oggi. In ogni lavoro di Testori non esiste mai un giudizio, ma un suggerimento per migliorare lo stato delle cose, in modo che il fruitore sia aiutato nell’approccio al tema, abolendo il confine tra arte e vita.

E ora è doveroso arrivare al nocciolo della questione, alle personalità artistiche di questa esibizione, perché quello che ci interessa oggi non è metterci sulla difensiva ma documentare il cambiamento dello stato delle cose. Stiamo vivendo anni in cui finalmente esiste un mondo oltre il patriarcato, dove corpi fluidi e multipli si connettono in innumerevoli combinazioni. Ed è necessario oggi raccontare anche questo attraverso la poetica dell’arte, per dare un segno di un cambiamento in atto, per continuare il pensiero degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, dove troppo spesso le monografie delle artiste iniziavano citando come fatto principale che una data artista era l’amante di, piuttosto che la moglie di. Vorremmo aggiungere nuova linfa andando a sollecitare il pensiero in cui gli individui sono individui, non tipologie sessuali, così da permettere a chiunque di autoidentificare il proprio status sessuale all’interno di un ampio continuum di possibilità.

Il giorno dell’inaugurazione Giorgia Ohanesian Nardin, artista di discendenza armena, ha realizzato una performance che ha spinto lo spettatore a considerare il proprio quotidiano e a fare i conti con i giorni nostri. La performance non si ripeterà, e parte della buona riuscita della stessa è dipesa dalla reazione del pubblico rispetto alle azioni e alle parole di Giorgia. Alternando danze, in cui il ventre vibra in modo quasi schizofrenico, alla lettura di alcuni testi suoi o scritti da figure che le sono state d’ispirazione – come Armen Ohanian, danzatrice, attrice e scrittrice armena morta nel 1976, la quale scrive: “Così grande è la nostra venerazione asiatica per la maternità, che ci sono paesi e tribù il cui giuramento più solenne avviene all’altezza del ventre, perché è da questa coppa sacra che ha avuto inizio l’umanità. Ma lo spirito dell’Occidente aveva toccato questa danza sacra, e divenne l’orribile danza del ventre”– Giorgia porta il pensiero dello spettatore a cercare sotto la superficie, alla ricerca di un segreto e del suo opposto.

Ci chiede: “Se questo momento avesse una dottrina, come si chiamerebbe? Quali sarebbero le parole?” O ancora: “Come si chiama il desiderio di essere presenti alle cose fuori da un avanzare? | Una fine è (già) un avanti.” Il poetico intreccio delle parole di Giorgia ai movimenti del suo corpo vivo, che disegna segni nello spazio come se fossero geografie di una migrazione, pare criticare i messaggi dei mezzi di comunicazione di massa. Il suo è un lavoro che va oltre la fluidità che le artiste femministe americane degli anni Novanta affermavano attraverso un linguaggio prepotente, caratterizzato dall’esibizione di una evidente mascolinità in cui la maternità era una trappola in contrapposizione alla sottomissione della donna. Giorgia ha il dono della dolcezza e non c’è furia o tragedia nel suo vivere quotidiano, ma solo la consapevolezza di voler affermare la metamorfosi della storia.

Della sua performance rimarranno, per tutta la durata della mostra, le opere fotografiche di Iman Salem che con il suo archivio visivo vuole raccontare le generazioni di origine migratoria e che, in occasione di questa performance, ha testimoniato con la sua macchina fotografica lo sforzo del vivere il lavoro dell’artista.

Sulla tematica dello sforzo si inserisce anche il lavoro scultoreo di Margaux Bricler. Attingendo dalla mitologia, l’artista costruisce storie caratterizzate da nuove narrazioni e così figure demoniaco-mitologiche con piedi caprini e lunga coda leonesca si appropriano, in posizione tutt’altro che composta, di tutto lo spazio possibile, compiendo gesti che catalizzano lo sguardo, divenendo quindi luogo di rimando dei nostri pensieri. Pensieri che corrono in fretta alle Baccanti di Euripide e a quelle che Ovidio descrive nelle Metamorfosi, ma che in realtà si rifanno al pensiero utopico di Aristofane, dove sono le donne “ad annullare le strutture della polis ateniese per sostituire a esse un mondo comunitario ed egualitario: proprio quel mondo di libertà sessuale, di liberazione dai gravami dell’allevamento della prole che viene proclamato nel rito dionisiaco delle menadi”.

Presenze inquietanti di cui Margaux non ci accorda di vedere l’aspetto: lei si ferma ai fianchi o poco più sotto, concedendoci di considerare che quelle gambe non sono per niente fragili, in netto contrasto con le rappresentazioni stereotipate della figura femminile. Lavorando con calchi di cera, Margaux modella per ore e per giorni quei corpi mozzati fino a farli diventare In Cauda Venenum #1, #2 e #3 , questo il titolo delle opere, a significare che il momento conclusivo è forse quello più difficile, perché è proprio lì che sta il veleno, nella coda. Sculture che escono dai canoni tradizionali e che non permettono al fruitore un gioco di sguardi, obbligandoci a concentrare ogni nostro pensiero su ciò che non è visibile e a chiederci se sono loro ad essere andate a caccia o se sono invece state cacciate.

Con grande maestria Margaux ha saputo mettere in evidenza diversi aspetti della nostra quotidianità, tra cui la necessità di vivere le proprie avventure in maniera molto animalesca, anche se, avvicinandoci, ci sembra di percepire un’insolita seduzione nell’incontro. Un po’ sante, un po’ puttane, un po’ vittime – come quando in In Cauda Venenum #3 la coda penetra il corpo – e un po’ carnefici in quei piedi caprini appena tornati da caccia. Se la storia ci ha abituato a rappresentazioni in cui gli uomini mostrano il loro potere a donne che mostrano solo se stesse, ecco che qui Margaux dichiara in modo inequivocabile che le cose non stanno esattamente in questo modo.

Una storia che incrociamo anche osservando i lavori di Iva Lulashi, che utilizza immagini catturate sul web di film per adulti caratterizzati da trame incerte e di trascurabile importanza, che lei preferisce osservare senza audio. Disegni e pitture che ci costringono a un esercizio di esplorazione, sollecitandoci a ripercorrere, come in un film appunto, passo dopo passo le sequenze di una storia. Spesso nelle sue opere gli organi sessuali sono in primissimo piano, giocando a ritardare la comprensione della composizione da parte dell’osservatore, come nel caso di Fiorisce dalle ossa (Opera a P 69), in cui il corpo della donna viene afferrato da una mano virile che affonda pesante nel seno della giovane. Talvolta, invece, è il paesaggio che circonda le figure ad essere il vero protagonista, come ne Il tempo dell’altro (Opera a P 70), dove lo sguardo di un essere giovane ci osserva nascosto da una folta vegetazione. Il volto assume un colorito più caldo e il suo sguardo è penetrante e sembra chiedere al fruitore di seguirlo.

Non ci sono riferimenti chiari nei suoi lavori. Potremmo infatti essere in ogni luogo e in ogni tempo, e i titoli delle opere, spesso spiazzanti – come quello del tondo Il vostro piatto non m’illude – provocano nel fruitore un senso di vertigine, stuzzicando forse appetiti primordiali. Anche se Iva, attraverso i suoi dipinti, non vuole giudicare, né men che meno commentare: vuole semplicemente immergersi nelle storie e diventarne testimone, concedendoci la possibilità di non limitarci a consumare la scena ma esserne coinvolti, lasciando alla nostra immaginazione la possibilità di fare il resto. Iva, come per i disegni di Testori, non ci concede mai un attimo di pausa nei suoi dipinti, riempiendo la tela di pittura che spesso in fase di creazione continua anche sul muro; pausa che invece ci concede nei disegni, qui presentati in serie per la prima volta, che ci permettono di prendere fiato grazie alla cornice bianca che circonda i frame di una storia dai tratti apparentemente più morbidi.

Se con Iva l’immaginazione di ognuno gioca un ruolo importante, per Zehra Doğan nulla è lasciato alla fantasia e le sue opere in mostra narrano fatti reali vissuti sulla propria pelle durante i duri anni di carcere per il suo attivismo, nato per superare il sessismo tra i media e dare voce a tutte le donne, in particolare quelle ridotte in schiavitù dall’ISIS. “Mi domandano sempre perché le donne dei miei disegni sono tristi. Non lo faccio apposta. Le disegno e mi rendo conto dopo che sono tristi. Quale donna, che sia testimone di ciò che avviene in queste terre, potrebbe essere felice? Io, per esempio, non sono felice. E non lo sarò mai.”

Pensieri che gridano la verità dei fatti, come quella che ritroviamo nell’opera The red army in my pants – 2, che, impregnata di sangue mestruale, si riferisce alla politica e alla moralità che il patriarcato impone alle donne. Vagine che sputano sangue mestruale o peli di pube, strumentalizzati da chi vuole indurre una percezione di disgusto, diventano per Zehra un mezzo di protesta ai cliché secondo i quali gli uomini penetrano le donne e le donne vengono penetrate. Aprire il proprio corpo significa sputare sangue e soffrire, proprio come dipingere in carcere quando le era vietato. Per Zehra Doğan, come per Carol Rama, ciò che viene scartato, considerato inutilizzabile, è necessario e utile al lavoro, andando a cancellare ogni immediato piacere possibile.

Piacere che è inutile respingere e che proviamo la prima volta che ci troviamo davanti ai Paysages Corporels di Binta Diaw. In realtà tutto si rivela nei segni elaborati dall’artista con del gesso che vanno a tracciare linee dai colori intensi. Binta trasforma le forme del suo giovane corpo in paesaggi in cui concederci dei viaggi idealmente infiniti, aprendo le porte a nuovi discorsi. Questa serie “è nata in una fase della mia vita in cui mi sono messa in discussione in quanto essere donna e in quanto essere Corpo. Le fotografie sono state rielaborate dopo la stampa con del gessetto, tracciando sulla loro superficie tracce di colore che tramutano le linee e le forme del corpo in viaggi, percorsi, paesaggi armoniosi e idealmente infiniti. Queste tracce sono il risultato di un processo di interrogazione identitaria e corporale e di un’interrogazione legata al movimento ciclico femminile, della Natura e delle sue complessità.”

È chiara la capacità di Binta di riuscire a “tagliare” una parte di sé senza mai offrirci il suo volto, lasciando a noi fruitori la possibilità di costruirci una storia o un personaggio, vite che sfuggono ai più ma in cui il segno, più o meno marcato, è frammento di un discorso sospeso nel tentativo, in questa messa a nudo, di una rinascita. Ecco che allora le mani sembrano aggrapparsi alla terra, il collo trasformarsi nel tronco di un albero che genera vita, lasciando al fruitore la possibilità di immaginare che questo alone di mistero sia condizione necessaria per raggiungere il fine “vicino alla realtà più della realtà stessa”.

È l’artista che rappresenterà l’Ucraina alla prossima Biennale di Venezia. Nella puntata di questa sera, luendì 28 marzo, racconterà il significato dell’installazione che verrà presentata, “Fontana dell’esaurimento”, e le ragioni di questa scelta. Con Makov approfondiremo anche il tema drammatico della guerra che sta devastando il suo paese e l’angosciosa incertezza rispetto al suo destino di artista costretto ad abbandonare tutto. Insieme a lui in collegamento ci sarà anche Paolo Ciregia, un artista italiano che ha lavorato a lungo, inizialmente come fotoreporter, in Ucraina e in particolare in Donbass. Un’opera scaturita da questa sua esperienza, “Shields”, è esposta al Mufoco, il museo della fotografia di Cinisello Balsamo. L’arte per Ciregia è un linguaggio che in frangenti come questi umilmente e senza pretese di di spiegare, cerca di esplorare le radici di questa esplosione di violenza. Una puntata intensa, da non perdere! A guidare la puntata ci sarà Luca Fiore, curatore, giornalista, profondo conoscitore della realtà culturale dell’Ucraina.

In chiusura Fabio Pierangeli, docente di Letteratura italiana a Roma Torvergata, presenterà “I promessi sposi alla prova”, nuovo appuntamento con la “Testoripedia”.

Appuntamento lunedì 28 marzo ore 21.15 su Facebook e YouTube

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