Appartengono tutti alla generazione Z, nati tra il 1995 e il 2001, e avevano dunque meno di trent’anni le artiste e gli artisti che sono stati protagonisti de La prima volta, la mostra a cura di Marta Cereda che Casa Testori ha inaugurato il 15 giugno.

Con la loro ricerca, che utilizza mezzi espressivi differenti – pittura, fotografia, video, scultura, performance – nel percorso espositivo sono entrati in dialogo non solo con le altre opere, ma anche e soprattutto con l’architettura, con la biblioteca e con le preesistenze domestiche della casa natale di Giovanni Testori, a Novate Milanese dove per tutta l’estate, dal 16 giugno al 26 ottobre 2024, hanno occupato l’intero piano terra.

«15 anni fa Casa Testori iniziava la sua avventura proponendosi come palcoscenico per nuovi talenti artistici. Con il ciclo di Giorni Felici dal 2010 al 2014 artisti in tanti casi al debutto e comunque molto giovani avevano avuto la possibilità di esporre a fianco di artisti consacrati», afferma Carlo Maria Pinardi, Presidente di Casa Testori. «In qualche modo è stata una “prima volta”. Oggi molti di loro hanno conosciuto un grande successo, come Andrea Mastrovito, Gianmaria Tosatti o Davide Rivalta, solo per fare alcuni nomi. È uno spirito che Casa Testori non ha mai smarrito e che viene riaffermato con convinzione con questa proposta espositiva di 19 artisti nati dopo il 1995, selezionati da Marta Cereda. Anche per loro, a diverso titolo, è una sorta di “prima volta”. Con questa mostra Casa Testori riafferma la sua identità  di luogo di ricerca, di vitalità artistica nel panorama contemporaneo». 

«La prima volta è un progetto che vuole smitizzare ogni idea di eccezionalità e di primato, in ogni ambito, che vuole riflettere sul valore dei tentativi e del fallimento – afferma la curatrice, Marta Cereda -. La prima volta è una mostra che parla di tempo, vissuto, ricordato, immaginato, proiettato, di ricerche in costruzione, della possibilità di sperimentare, di andare avanti, di tornare sui propri passi».

Ogni volta è La prima volta, dunque, non un debutto, ma un’esperienza, un’idea, un progetto che si mostra per la prima volta. Le artiste e gli artisti coinvolti – Martina Andreoni, Erica Bardi, Andrea Camiolo, Roberto De Pinto, Giuseppe Di Liberto, Benedetta Fioravanti, Agnese Galiotto, Pietro Guglielmin, Luca Lombardi, Enrico Loquercio, Sara Lorusso, Francesca Macis, Federica Mariani, Camilla Marrese, Alice Pilusi, Giulia Querin, Adelisa Selimbašić, Ilaria Simeoni, Jacopo Zambello – si sono incontrati nelle stanze della casa, hanno condiviso gli spazi mettendo accanto le loro opere, guardandosi, confrontandosi per la prima volta in modo corale, tutti insieme.

IL PERCORSO

Ad aprire la mostra è stata Sara Lorusso (Bologna, 1995) che ha presentato Diari, una serie fotografica iniziata nel 2018 che cattura l’intimità e la nostalgia dell’estate attraverso immagini di corpi e paesaggi. Nella prima stanza Roberto De Pinto (Terlizzi, BA, 1996) ha esposto diverse opere tra cui Papaveri e l’inedito Un chant d’amour, in cui, utilizzando tecniche come encausto, pastelli e carboncino, esprime la sensualità del Mediterraneo attraverso rappresentazioni vegetali e umane. Con lui Erica Bardi (Napoli, 1998), la cui fotografia in bianco e nero richiede un’osservazione ravvicinata per comprendere il rapporto tra elementi organici e inorganici. Agnese Galiotto (Chiampo, VI, 1996) nel salone della casa presentava Scheletro, un’installazione ambientale che riflette sull’impermanenza attraverso un collage di cartoni preparatori di affreschi destinati alla distruzione, insieme ad alcuni disegni. Francesca Macis  (Oristano, 1996)  con la sua serie Fairytales ha trasformato i parchi giochi notturni in scenari luminosi e surreali, esplorando la transizione dall’infanzia all’età adulta. La veranda ospitava Federica Mariani (Milano, 2000) che con il video Empress Margareth’s Speech e con le sculture Worm e Bat denuncia la condizione femminile, utilizzando come alter ego Margareth Cavendish, eclettica intellettuale secentesca. Con la serie Cakes, ospitata nella cucina della dimora novatese, Alice Pilusi (Pescara, 1997) critica la superficialità dei valori moderni attraverso torte esteticamente attraenti ma strutturalmente vuote, rappresentando la feticizzazione della bellezza e del successo. Le sue opere dialogavano con quelle di Adelisa Selimbašić (Karlsruhe, 1996) che affrontano l’inadeguatezza derivante dalla pressione di conformarsi a standard estetici, con figure che occupano prepotentemente la tela per sfidare l’idea di un canone unico. Nell’atrio Pietro Guglielmin ha collocato la sua opera Mermaidia, in cui dipinge foglie e recinzioni per evocare l’immaginazione, e invitare a riflettere su cosa si cela oltre il visibile. Ed è qui, in una sezione della biblioteca di Testori, che Ilaria Simeoni (Montebelluna, TV, 1995) ha trovato lo spazio per il suo giardino portatile, tavole praticamente tascabili che riflettono sull’interazione tra natura incontaminata e giardini curati. Il percorso proseguiva nelle stanze dove le sculture di Giulia Querin (Venezia, 1997) facevano capolino muovendosi senza vincoli: a terra, sulle pareti, su altri oggetti. In questo stesso spazio le tele di Luca Lombardi (Brescia, 1996) rappresentavano l’ossessione per l’identità digitale attraverso gesti ingigantiti di swipe, criticando la superficialità delle notizie sensazionalistiche. Al digitale e all’intelligenza artificiale si è ispirato anche Andrea Camiolo (Leonforte, EN, 1998) con The Manhattan Project, in cui presentava immagini fotorealistiche di esplosioni nucleari generate dall’AI, interrogandosi sull’autenticità e l’autorialità. Proseguendo, il video Give me a moment, I leave the light on di Benedetta Fioravanti (Ascoli Piceno, 1995) mescola memorie personali e found footage. Le opere di Jacopo Zambello (Rovigo, 1999) sono ispirate all’Epopea di Gilgamesh e creavano un’atmosfera di spaesamento, così come i dipinti di Enrico Loquercio (Napoli, 1996) che presentano figure indistinte su sfondi teatrali. Camilla Marrese (Bologna, 1998) con Thinking Like an Island ha esplorato l’identità di un’isola mediterranea, ammettendo l’impossibilità di rappresentarla completamente. Combinano tradizioni artistiche storiche con elementi contemporanei le opere in cera e argilla di Giuseppe Di Liberto (Palermo, 1996) che con Chiurenne l’oucchie pare e te verè esplora le forme del lutto e del suo rito. Chiudeva il percorso della collettiva Martina Andreoni (Segrate, MI, 2001) che in Sensation is Painless affronta la morte e la finzione della vita attraverso still life fotografici, esprimendo empatia e consapevolezza del dolore.

La mostra è stata realizzata con il sostegno di Regione Lombardia.

Avete già attraversato l’atrio. Avete già attraversato corpi e paesaggi. Avete visto mare e sangue sulla pelle. Panni al sole e non addosso. Conchiglie, papaveri, segni sulla carne e sotto la carne, nelle vene addirittura.
Non è questa forse l’estate, non sono queste forse tutte le estati? Le foto di Sara Lorusso raccontano un’intimità universale, una temporalità priva di riferimenti immediati, un quotidiano che diventa ricordo e nostalgia nel momento in cui viene fotografato. Le sue immagini, fatte di dettagli, rivelano uno sguardo che sa avvicinarsi senza invadere o violare e, al contempo, che non si nasconde.

Sara Lorusso, Diari, 2018 — in corso, stampe su carta blueback, dimensioni variabili, courtesy l’artista

Sara Lorusso

È ancora estate. Ci sono altri corpi qui. C’è tutto il Mediterraneo, nelle tinte calde di Roberto De Pinto. Poco importa se i suoi soggetti sono figure umane o vegetali: la loro sensualità è marcata quanto le impronte lasciate sulla carta e sulla tela. Chi sia il protagonista è facile da capire e, al contempo, è di scarsa rilevanza: è sempre l’artista, che si moltiplica senza inibizione negli autoritratti dalla capigliatura folta e nera e dai tratti marcati. Lo sguardo è, però, sempre rivolto altrove. Sono opere assolate, realizzate a carboncino su carta oppure, più spesso, a encausto, mescolando cera e pigmenti direttamente sulla tela, grazie al calore, quel calore del meriggio.

Roberto De Pinto, Un chant d’amour, 2024, encausto, pastelli, carboncino e olio su tela,180×135 cm, courtesy l’artista 

Roberto De Pinto, Papaveri, 2023, pigmento e carboncino su carta, 102×72 cm, courtesy l’artista 

Roberto De Pinto, Composizione, 2023, pigmento e carboncino su carta, 51×36 cm, courtesy l’artista

Roberto De Pinto

Il bianco e nero della fotografia di Erica Bardi, che crea uniformità tonale, e l’inquadratura molto stretta rendono necessario avvicinarsi per capire esattamente cosa si stia guardando, cosa ci sia tra la superficie candida nella parte inferiore dell’immagine e il fondo nero e piatto. Si tratta di una ricerca sul rapporto tra organico e inorganico o, meglio, sulla possibilità di creare nuove relazioni tra regni differenti, strutturate a partire dai sensi: la vista, certamente, ma anche e soprattutto il tatto.

Erica Bardi, Untitled, 2021, stampa Fine Art, 40×40 cm, courtesy l’artista

Erica Bardi

Agnese Galiotto lavora con il tempo. Sceglie l’affresco oppure le immagini in movimento, il cinema. Sembra contraddittorio, giacché la prima tecnica pare fatta per resistere secoli, la seconda ha in sé l’idea di durata, ma non lo è. Quando utilizza l’affresco, lo fa in edifici abbandonati, che saranno demoliti o è l’artista stessa a distruggere quanto realizzato, conservandone poche spoglie. Questo Scheletro, questa struttura ossea e architettonica che si rivela solo quando si sceglie di accedervi, è proprio un collage di cartoni preparatori degli affreschi. Invertendo i rapporti temporali, diviene ciò che resta.

Agnese Galiotto, Scheletro, 2023, installazione ambientale (collage su tela e struttura in ferro), 260x318x290 cm, courtesy l’artista e Artericambi Gallery (Verona)

Agnese Galiotto, Agnese scendi dall’albero, 2023, pastelli a olio su carta, 72×102 cm, courtesy l’artista e Artericambi Gallery, Verona

Agnese Galiotto, Sulla sabbia, 2023, pastelli a olio su carta, 21,2×27 cm, courtesy l’artista e Artericambi Gallery, Verona

Agnese Galiotto

I parchi giochi sono luoghi singolari: se durante il giorno sono spazi di incontro e spensieratezza, la notte possono trasformarsi in ambienti solitari, desolati e sinistri. La serie fotografica di Francesca Macisriesce a eliminare questa ambivalenza: nei suoi scatti la notte è luminosa, quasi accecante, mentre i corpi rivelano la loro fluidità e divengono figure spettrali con una consistenza immateriale. Per l’artista la fotografia è un’espediente per modificare il reale ed evocare quel momento in cui l’infanzia diviene giovinezza e quindi età adulta, quel momento in cui inquietudine e meraviglia convivono.

Francesca Macis, Fairytales, 2019, fotografie a colori, 25×25 cm, courtesy l’artista

Francesca Macis

 

L’artista Margareth Cavendish (1623 – 1673) era considerata una donna eccentrica, tanto da esser soprannominata MadMadge. Intellettuale prolifica ed eclettica, utilizzò l’espediente del romanzo di fantascienza per presentare le proprie speculazioni fisiche e filosofiche, altrimenti inaccettabili per la società dell’epoca. Federica Mariani ne indossa i panni, impersonando il suo alter ego di imperatrice creata nel romanzo The Blazing World (1668), per recitare parte delle sue Female Orations (1662), denuncia della condizione femminile. Un verme e un pipistrello, che si trovano sia sullo schermo sia nella stanza, sono le metafore con cui Cavendish descrive il ruolo della donna e di cui Mariani si appropria.

Federica Mariani, Empress Margareth’s Speech, 2023, video 4K, colore, suono, 3’58”, courtesy l’artista

Federica Mariani, Worm (dalla serie We live like bats or owls, labor like beasts and die like worms), 2024, acrilico, cartapesta, lattice, 13x100x200 cm, courtesy l’artista

Federica Mariani, Bat (dalla serie We live like bats or owls, labor like beasts and die like worms), 2024, acrilico, cartapesta, legno, 15x45x130 cm, courtesy 

Federica Mariani

 

Gradite una fetta di torta? Sono cave, prive di farcitura, addentate, ricomposte, tenute in piedi soltanto grazie al caramello, alla glassa rosa, alla panna montata. Eppure le desiderate, non è vero? La pratica di Alice Pilusi è un’operazione apparentemente cosmetica del reale che ne rivela invece la struttura – o l’assenza di struttura – grazie all’esasperazione e all’iperbole. L’artista denuncia un sistema valoriale, fortemente legato al digitale, in cui giovinezza, bellezza, innocenza, successo sono categorie romanticizzate e feticizzate, fino a diventare esclusivamente caricatura e artificio. Anche il dolore, estetizzato, diviene grottesco come l’effige glassata su una delle torte. Fate attenzione, se mangiate i suoi dolci: potrebbero essere indigesti.

Alice Pilusi, dalla serie Cakes, 2020 – in corso, mixed media, dimensioni variabili, courtesy l’artista

Alice Pilusi

La pittura di Adelisa Selimbašić è una riflessione sulla rappresentazione del corpo e sul tentativo di adeguarsi a uno standard, che provoca inevitabilmente un senso di inadeguatezza, di frustrazione, di fallimento. Le figure che dipinge e che occupano per intero e quasi con prepotenza la tela, senza dare possibilità di distrazione, vogliono ribaltare l’idea di canone, per concentrare invece l’attenzione sulla possibilità di una percezione non giudicante. La scomposizione dei soggetti in più tele, addirittura talvolta la scomposizione del senso dei lavori nei titoli di più opere (come nel caso di Dichiararsi), accentua questa polivisione e ribadisce l’assenza di un unico ideale estetico a cui conformarsi.

Adelisa Selimbašić, Dichiararsi, 2023, olio su tela, 250×100 cm, courtesy l’artista e Ipercubo, Milano

Adelisa Selimbašić, Soft, 2023, olio su tela, 40×30 cm, courtesy l’artista e Ipercubo, Milano

Adelisa Selimbašić

Ve la ricordate questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude? Le foglie fittissime e le recinzioni dipinte da Pietro Guglielmin impediscono la visione dell’orizzonte e hanno la stessa funzione della siepe citata da Giacomo Leopardi ne L’infinito (prima pubblicazione: 1825). Permettono l’attivazione dell’immaginazione, il sollevare interrogativi: cosa si cela oltre questo muro? Vegetazione e cancelli sono protezione o oppressione?

Pietro Guglielmin, Mermaidia, 2024, pigmento, olio, smalto, acrilico e matite colorate su tela, 280×180 cm, courtesy l’artista

Pietro Guglielmin

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