Stanza 1 – Ruina Montium          

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Nella Spagna settentrionale, a Las Médulas, si trovano piccoli laghi e stagni circondati da bizzarre cime montuose. Non si tratta di fenomeni naturali, bensì dei resti di un paesaggio plasmato 2000 anni fa dai romani, perché qui c’era la più grande miniera d’oro dell’impero. I romani inventarono una tecnica mineraria che chiamavano ruina montium, simile al moderno fracking. Per tre secoli, decine di migliaia di minatori hanno scavato gallerie nelle montagne, nelle cui parti alte hanno costruito bacini idrici artificiali. Enormi masse d’acqua venivano convogliate in queste gallerie fino a quando la pressione non faceva esplodere la roccia, liberando sedimenti dai quali si estraeva poi l’oro. L’oro di Las Médulas rese possibile il finanziamento delle guerre di conquista di Roma e ne rafforzò l’economia. Una situazione che l’artista richiama attraverso la presenza di una moneta di sesterzio, di possibile provenienza dalla Galizia, per il labirinto celtico su uno dei due fronti, e una lista dei valori commerciali nella Roma imperiale. La crisi monetaria esplosa nel III secolo era coincisa proprio con l’esaurimento della miniera.

Le opere di questa serie sono composte da più strati. In primo piano si vede una rete di tubicini in PVC attraversare il supporto dell’immagine. I tubicini sono riempiti con una miscela di glicerina colorata e acqua proveniente dal lago Carucedo di Las Médulas. Appena dietro si trova una lastra di vetro, coperta per metà da un motivo astratto e geometrico, ispirato alle forme delle montagne modificate dell’intervento dei romani. Le parti non dipinte lasciano intravedere uno specchio montato sullo sfondo. Quando l’osservatore cambia il proprio punto di vista, lo specchio riflette una cornice antica, entro la quale si intravede l’immagine di dipinti antichi. I soggetti dei dipinti si riferiscono a episodi della mitologia greca relativa all’oro. Con le storie di Giasone e il Vello d’Oro e del re Mida. L’effetto di apparizione della scena mitologica nasce dal fatto che essa si trova sul retro della superficie astratta. Fronte e retro si fondono in un’immagine complessa e unitaria.        

Una particolare tecnica di estrazione dell’oro esisteva anche nell’antica Colchide, una regione situata a est del Mar Nero. La polvere d’oro veniva separata dai fiumi utilizzando pelli di pecora come filtri: le particelle d’oro rimanevano intrappolate nella fitta lana. Questa tecnica entrò nella mitologia greca con il racconto degli Argonauti alla ricerca del Vello d’Oro. Il Vello d’Oro era la pelle di Crìsomelo, un ariete dorato capace di volare e parlare. Il greco Giasone aveva condotto una spedizione in Colchide per rubare il Vello d’Oro. Nell’antichità si era concordi nel ritenere che la spedizione di Giasone fosse quella che oggi definiremmo un atto di spionaggio industriale violento.

L’origine dell’oro nel fiume è invece spiegata dal mito del re Mida: il sovrano desiderò da Bacco che tutto ciò che toccava si trasformasse in oro. Ma quando anche cibo, bevande e sua figlia si mutarono in oro, chiese di essere liberato da quella maledizione. Gli fu ordinato di bagnarsi nel fiume Pattolo, spiegazione mitica della ricchezza aurifera di quel corso d’acqua.

 

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