Stanza 22

Finalmente siamo a giugno. Con l’estate tutto appare splendente. I miei occhi sono lenti d’ingrandimento; luce, colori, fiori, profumi, cose, persone, amici, mi fanno stare bene. Questo progetto raccoglie tutte queste emozioni in una “semina e costellazione” di colore. Evviva!
Davide Nido

Nessun compiacimento, nessuna concessione all’abilità, nessuna rilassatezza. I nodi non sono quelli raffinatissimi e numerosi della seta, i toni non sono carezzevoli e selezionati, ma il risultato è efficace. E il lavoro di Nido è proprio all’insegna dell’efficacia. La questione da cui muove è semplice e definitiva: dato un numero esiguo di elementi, che consentono un calcolo combinatorio limitato, ottenere risultati che contrastino i successi dell’immagine digitale, tecnologica, pubblicitaria, splatter. Ancora: a partire dal minimo, in termini di materia prima, raggiungere il massimo, nel senso di impatto estetico ed emotivo. È una questione definitiva perché, dalla soluzione o meno, dipende il senso stesso dell’arte nell’epoca della riproducibilità e simulazione tecnica di ogni cosa, perfino della vita. L’opera di Nido è una speranza. Anche perché dipinge senza dipingere. Davide Nido spicca nel panorama contemporaneo per il suo isolamento, per l’unicità della ricerca. A voler catalogare il suo lavoro, si deve procedere necessariamente per esclusioni. Non è astrattismo classico […]perché l’interesse per il colore è secondario e conseguente rispetto a quello per la materia, perché il “corpo” dell’opera è troppo presente per lasciar spazio a un discorso sulla monocromia, sulla campitura, sulla sfumatura; non è informale […] perché non c’è mai il compiacimento della gestualità, e la costruzione è seriale e ordinata invece che libera e irruenta, anche quando sceglie di agire velocemente e sotto l’influsso della casualità; non è optical, dato che l’artista non vuole confondere le percezioni ma concentrarsi sulla texture dell’opera, e usa i fili intrecciati e le sbavature per inchiodare l’immagine al supporto, e non per creare un movimento perenne; non è nuova figurazione perché non prova la curiosità  per il corpo, e preferisce procedere nascondendo e cancellando la figura piuttosto che cercandola. L’artista usa sempre lo stesso elemento, la colla a caldo, sparata sulle tavole o sulle tele dalle apposite pistole termiche, per ripensare le conquiste formali della ricerca contemporanea, per sperimentare se siano compatibili o meno con l’utilizzo di una materia diversa, alternativa, industriale, futuribile. Non lo fa scientificamente, non si tratta di un’indagine propositiva e indirizzata. Agisce d’istinto, dove vede possibilità di movimento, spinto dal desiderio d’esplorazione, dalla voglia di sfidare un limite. Anzi, due: quello dello strumento, la colla, mai prima considerata medium espressivo, e quello della pittura. Perché Nido, paradossalmente, è un pittore, e di quelli più conservatori. Non usa l’olio, l’acrilico o la tempera, se non per i fondi, ma le sue ossessioni sono quelle di chi dipinge: conquistare spazio, simulare un volume, creare uno spessore, interpretare un colore, condensare un racconto in un’immagine, in un flash.
Maurizio Sciaccaluga

Davide Nido (Milano, 1966 – 2014). Nel 1993 ha tenuto la sua prima personale alla Galleria Eos di Milano. Nel 1994 ha esposto alla Mellauer Werkstatt Gallerie di Vienna, nel 1995 e nel 1998 a Genova: alla Galleria Leopardi V Idea e alla Galleria Andrea Ciani. Nel 2001 gli sono state dedicate tre mostre personali: Sognareallo Spazio Obraz di Milano, Folle in una notte di Primavera (con Federico Guida) alla Galleria Roberta Lietti di Como e Roarangiaroncelindavio alla galleria Paolo Majorana di Brescia. Nel 2003 ha esposto nel Palazzo del Broletto di Como, nel 2004 alla Galleria Bonelli Arte Contemporanea di Mantova e nel 2005 alla Galleria Carloni Spazioarte di Francoforte. Nel 2006 ha tenuto una personale alla Galleria Blu di Milano e alla Galleria Bonanno Arte Contemporanea di Trento. Nel 2007 la Galleria Gianna Sistu di Parigi ha ospitato la mostra Davide Nido e nel 2008 la Galleria Bonelli Arte Contemporanea di Los Angeles ha presentato Spider Man. Ha esposto al Palazzo Reale di Milano nel 2007, al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 2008. Nel 2009 ha partecipato alla 53a edizione della Biennale di Venezia esponendo tre opere nel Padiglione Italia. Nel 2009 si è tenuta Davide Nido – Onda Frattale alla Galleria Roberta Lietti di Como e A Campus Point al Politecnico di Lecco.

Giardino

L’installazione è composta da una serie di strutture d’acciaio marino, ruote deformate a guisa di palette di fico d’India, che si contrappongono ad una struttura portante realizzata in acciaio corten, a rappresentare il tronco della pianta stessa del fico. Il tronco a sua volta è formato da una serie di maschere dai tratti deformati. L’impressione che si presenta alla vista dell’osservatore è molteplice: di volta in volta si osservano le ruote nel loro impossibile movimento, costrette nei loro telai irregolari, a guisa d’orecchie d’asino, oppure risaltano alla vista le maschere rugginose, ed infine nel complesso, si osserva l’intera struttura vegetale della pianta. Caratteristica della pianta del fico d’India è quella di potersi riprodurre non solo per via sessuale ma anche per gemmazione, ossia di potersi moltiplicare per semplice divisione spontanea, tramite le foglie, per clonazione delle sue stesse cellule. E così, come il mio lavoro è sempre stato una ricerca sulla moltiplicazione spasmodica ed ossessiva dell’identico, così ritrovo nel modo di riprodursi della pianta del fico d’India il simile meccanismo parossistico e persecutorio che contraddistingue i miei lavori. L’opera sembra ricordarci come, da una parte le ruote della storia si siano fermate, non girino più, essendo esaurito lo spazio che le possa contenere, e come ognuno di noi, come criceto nella ruota, s’inventi di volta in volta, nel destino della propria pratica di esistere, una traiettoria più o meno circolare che trattenga la propria inerzia e, d’altra parte constatiamo come la pianta continui nonostante tutto a crescere, a riprodursi moltiplicando le sue foglie, questa volta per scollamento, nell’orizzonte globalizzato di tutti i sistemi metastatici, dove tutto si riproduce senza ordine e freno. La radice brunita del tronco, coagulata nella smorfia di tanti ancestrali antenati, come tante maglie di una catena spezzata, resiste nello sforzo di reggere il peso del senso e si dispone a monito e a guardiano della nostra già avvenuta sparizione.
Sergio Fermariello

Nelle mani dell’artista simboli e ideogrammi s’infittiscono e moltiplicano fino a sembrare un brulicante formicaio di concetti e di rimandi, s’ingigantiscono fino a farsi memento mori per un intero popolo, s’incidono e stampano nel metallo più duro fino a diventare imponenti come vessilli, e sempre sottintendono la capacità di catturare, convincere, trasportare. Ma convincere di cosa? Trasportare verso dove? Non è chiaro, perché l’autore ha fatto dell’ambiguità – tra fondo e primo piano, tra tela e rilievo, tra ombreggiatura e ombra, tra senso storico dell’immagine e nuove possibili interpretazioni – un suo cavallo di battaglia, ma risulta comunque evidente che ciò che conta per lui, più del messaggio, più della comprensione, è il veicolo del senso. Quasi che la scrittura non fosse un mezzo ma un fine, quasi che icone e segni non dovessero essere interpretati ma potessero vivere di vita propria. Quasi che, sulle tele, nelle sculture e nelle installazioni, non si dovesse trovare un racconto riassunto e tramandato da una serie di simboli ma piuttosto grafie e disegni che, di volta in volta, inscenano una storia diversa, tutta ancora da vedere e raccontare.
Maurizio Sciaccaluga

Sergio Fermaniello è nato a Napoli nel 1961. Nel 1989 ha esposto per la prima volta alla Galleria Lucio Amelio di Napoli, con la quale ha intrapreso una lunga collaborazione. Nello stesso anno ha ottenuto il Premio Internazionale Saatchi & Saatchi per giovani artisti al Palazzo delle Stelline di Milano. Nel 1990 ha esposto alla Galleria Il Capricorno di Venezia e nel 1992 alla Galerie Yvon Lambert di Parigi. Ha partecipato ad alcuni appuntamenti internazionali quali la mostra Metropolis alla International Kunstausstellung di Berlino e la mostra Les pictographes al Musèe de l’Abbaye Sainte-Croix di Les Sables-d’Olonne nel 1991. Nel 1993 ha partecipato alla 45a edizione della Biennale di Venezia con una sala personale nel Padiglione Italia. Nel 1995 ha esposto Opus Alchemico alla Galleria In Arco di Torino, nel 1996 ContemporaneaComo 2 a Villa Olmo a Como e Homo necans alla Galleria Lucio Amelio di Napoli. Nel 1997 si è tenuta la mostra Sergio Fermariello. Lavori 1990-1997 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia e nel 1999 ha realizzato l’istallazione Avviso ai Naviganti a Castel dell’Ovo di Napoli. Nello stesso anno ha esposto alla Galleria Jan Wagner di Berlino, nel 2000 alla Galleria Ronchini di Terni e alla Galleria Scognamiglio & Teano di Napoli. Nel 2004 gli è stata dedicata una retrospettiva a Castel Sant’Elmo a Napoli e nel 2005 ha realizzato un’istallazione nella darsena “pier17” a New York. Nello stesso anno ha tenuto una personale alla Galleria Scognamiglio di Napoli e alla Galleria Ronchino Arte Contemporanea di Terni, nel 2006 alla Galleria Buonanno di Milano e alla Galleria Erica Fiorentini di Roma; nel 2007 alla Galleria Fioretto di Padova e nel 2008 alla Galleria Ronchino di Terni. Nel 2009 gli sono state dedicate due personali al MAC di Niteroi in Brasile e al PAN di Napoli.

Terminato lo spoglio dei voti di Giorni Felici sono stati contati 1.645 voti totali e ben 440 per la stanza numero 5: Boules de Brouillard di Pippa Bacca. L’artista milanese ha commosso i visitatori con la sua Milano in bottiglia ispirata a Testori. Nella cucina di Casa Testori era, infatti, allestita l’ultima opera di Pippa prima del fatale viaggio in Turchia. 10 vasi ispirati alle bolle di neve con racchiusi personaggi milanesi ispirati a Il ponte della Ghisolfa di Testori.

Tra gli under 35 spicca Andrea Mastrovito. L’artista bergamasco è il giovane più votato dal pubblico di Giorni Felici: sarà per lui dunque la possibilità di tenere una personale nelle stanze di Casa Testori.

La sua stanza dal titolo Sette giorni ha raccolto 323 voti posizionandosi al secondo posto assoluto dietro a Pippa Bacca. Sul terzo gradino del podio (297 voti) salgono J&Peg con la La notte cade su di noi, seguiti da vicino dalle Valigie di Rossella Roli (266 voti) e dalle fotografie di Julia Krahn (200 voti).

Sabato 10 luglio 2010 alle 21, Cleopatrà s, Novate Milanese, Casa Testori, largo Angelo Testori angolo via Dante, con Arianna Scommegna

Penultimo giorno per la mostra Giorni Felici 2010. Dalla scena virtuale dei bagni al primo piano la Cleopatra testoriana si incarna per festeggiare la conclusione della mostra Giorni Felici. Arianna Scommegna è stata ospite di Casa Testori e porterà  in scena Cleopatrà s, uno degli ultimi e più riusciti scritti di Giovanni Testori. L’attrice fa parte dei 22 artisti di Giorni Felici con un’installazione che occupa i 2 bagni al primo piano: in quello di destra viene proiettato il video dello spettacolo Cleopatrà s, dove la Scommegna dipinge sui propri abiti i luoghi dell’amata Brianza, in quello di sinistra sono dunque stesi come ad asciugare i costumi di scena dipinti. In occasione del finissage della mostra l’attrice porterà  in scena il meraviglioso testo nella casa natale dello scrittore.

Alessandro Mendini a Casa Testori ha scelto la stanza 20. Una stanza dal significato e dal valore particolare, perché era la stanza di Testori, quella che si affaccia con il suo terrazzo circolare sul giardino. Nel corso di Giorni Felici il grande designer ha gentilmente accettato di dialogare in un incontro con il pubblico. Un incontro bellissimo che si è tenuto nello spazio magico del giardino con lo sfondo dello sferragliare violento dei treni.

Eccovi una trascrizione del dialogo con Mendini.

Partiamo dalla domanda più ovvia. Perché la sua scelta è caduta proprio su questa stanza. In fondo appartiene a quella parte della casa che venne aggiunta negli anni 30, con uno stile architettonico che sembra molto diverso da quello che conosciamo come suo. Il progetto è di un architetto in pieno stile Novecento, Antonio Cassi Ramelli…

Alessandro Mendini: Cassi Ramelli in realtà è stato proprio il mio professore. Ai tempi era considerato un terribile reazionario. perché lavorava con le colonne e con gli ordini classici mentre nel resto del mondo si lavorava all’insegna del funzionalismo e il razionalismo. Molto dopo, quando è spuntato il postmodernismo, e le colonne sono tornate in auge, pur con un altro sguardo e una altro metodo, c’è stata una rivalutazione di Cassi Ramelli. Qui essendomi stata data una possibilità di scegliere in quale ambiente mettermi, mi è sembrata molto interessante questa bow window senza vetro: una strutturina un po’ fascista ma di grande qualità classica, sul quale si affaccia lo studio di Testori. Mi è sembrato un luogo magico dove mettere un mio oggetto. Dentro la stanza mi sono limitato a mettere decorazioni molto fluide e molto semplici. Io ero un grande lettore di Testori. Mi affascinava questa sua capacità di affrontare tematiche di grande respiro a livello religioso e politico. Lo vedevo in parallelo con Pasolini. Sono sempre stato affascinato sia dalla sua capacità di leggere la pittura del 600 e della Controriforma sia dal suo modo di pitturare. il mio lavoro infatti è sempre nato non dall’architettura ma dalla pittura, da Carrà, Funi e Sironi. In questo posto ho trovato un fascino, anche urbanistico, un luogo dei quel fuori Milano, che in genere vediamo come un grande sfascio. Mi ha colpito la vicinanza gemellare con la ferrovia con quel suono antico che è ben diverso da quello delle tangenziali. Poi c’è il giardino, che è una specie di magia dietro la casa, rinserrato dallo stabilimento che è un segno della cultura di questi luoghi. Tutto questo determina un microclima che mi sembra molto importante venga conservato e rivitalizzato in questo modo con queste stanze riportate all’attualità dell’arte contemporaneissima.

Lei sta completando un progetto proprio qui vicino alla Bovisa. Cioé in una zona in grande trasformazione, ma dove si vedono ancora i segni pesanti dello sfascio urbano di cui lei parlava. Come ci sente nei panni di disseminatori di perle nel caos urbano?

Mendini: Oggi abbiamo a che fare con città che sono un grande patchwork. Le metropoli hanno lo sfascio segnato nel loro destino. Sono insiemi disarticolati, dove è durissimo rintracciare una logica urbana. Una volta chi faceva il mio mestiere lavorava per sintesi, oggi si va avanti per assemblaggi, per spezzoni. Il meglio che si può fare è puntare su piccole cose, nella consapevolezza che sono mini rimedi.

Come definirebbe oggi il mestiere di designer?

Mendini: Quando le mie figlie mi chiedevano che mestiere facessi, restavo interdetto, non sapevo cosa rispondere.

Proviamo con una definizione classica: il designer è un artista che lavora a prodotti destinati a una scala industriale…

Mendini: Anche questo non è del tutto vero. Dalla mia esperienza ho verificato che in un lavoro meno si guadagna e più soddisfazioni si hanno. Quando un tuo oggetto produce tanto denaro, inizia l’assedio dei vincoli che ti bloccano a livello creativo. Il designer è solo una metà dell’oggetto. L’altra metà è l’impresa, che ha logiche sue e per forza differenti. Io ho avuto la fortuna di lavorare con produttori talmente raffinati e disponibili che mi hanno sempre permesso di fare cose interessanti: a me piace lavorare su cose che sfuggono ad ogni definizione. Una poltrona che non è una poltrona…

A lei piace innovare e andare controcorrente. Eppure nel 2002 ha ammesso di avere riferimenti culturali molto classici. le riporto questa sua ammissione: «Gli autori fondamentali del passato cui guardo sono Vitruvio, Giotto, Piero della Francesca, le suore di clausura. Situazioni legate alla sapienza oggettiva. Dopo di che, man mano che ci avviciniamo a noi, il terreno diventa labile». Come ce lo spiega?

Mendini: Quando uno ragiona anche su quello che si fa come progettista, alla fine si arriva sempre sull’impianto stesso della vita. Rimangono fisse poche parole molto semplici e stabili: la vita, la morte, l’amore, il dolore. È la profondità del senso del vivere che entra in gioco e che questi autori hanno al centro della loro visione. Il nostro mondo invece è tutto sbilanciato sull’estroversione comunicativa. Anch’io mi ci metto. Non si fa una cosa senza che tutti gli altri la conoscano immediatamente. Io stesso cerco di nascondere quel che faccio, ma non ci riesco. In questo contesto mi trovo spesso a pensare alle suore di clausura, esseri molto spirituali che non si vedono e di cui però si percepisce la presenza senza che abbiano nessuna necessità di comunicarla.

Prendendo la direzione di Domus lei sotto la testata ha messo questa definizione: «La nuova utopia». Che cos’è questa “nuova utopia”?

Mendini: Ogni volta che ho preso la direzione di una rivista mi sono sempre imposto di seguire un’ideologia precisa, che non era mai la stessa. Questa volta mi sono detto: proviamo a ragionare su quali possano essere le nuove utopie. Ho lanciato la proposta a tutti personaggi con cui la rivista interloquisce e ciascuno risponde secondo il suo sentimento e il suo interesse. Alla fine mi piacerebbe capire se c’è spazio per tracciare un profilo di un’utopia comune.

Un esempio di risposta ricevuta?

Mendini: Mi è piaciuta quella di Mari. Ha detto che per lui l’utopia è un corrimano, un aiuto pratico per raggiungere degli obiettivi progettualmente etici. E per lei? Mendini: Sto cercando l’utopia nel modo dell’affrontare l’abitare. Oggi l’interno della casa è diventato un fatto esteriore superficiale. Ci sono degli standard che si trovano ai saloni del mobile o alla Rinascente o all’Ikea con cui si organizzano le funzioni di un vivere tutto esteriore. Ma l’abitare è un fatto molto profondo, un fatto psichico.

Non rischia di essere un’utopia solo per chi può permettersela?

Mendini: Alta o bassa borghesia è un problema per tutti. Ci può benissimo essere uno studente che lungo la ferrovia ha allestito una sua stanza e ci sta bene, con pochi soldi. Per fare una bella casa uno deve capire l’interno di se stesso. L’interno della casa è chance di autocreatività e di autocelebrazione. Del resto una persona è un’entità importante in sé. E merita di avere una casa che la rappresenta. Ricordo di una ragazza di una famiglia ricca che aveva deciso di vivere con solo 25 oggetti. Presi con lei un the, seduto per terra al centro di un salone bellissimo, usando la stessa bellissima tazza. Era la “sua” casa.

Lei di oggetti in mostra, alla Triennale, ne ha messi ben 800, però…

Mendini: Per la precisione sono 786. Sono le cose della mia vita. Che non sono solo oggetti e non sono necessariamente prodotti di design. Le cose sono quella specie di pulviscolo che ciascuno ha attorno a sé, legate a motivazioni mitiche, sentimentali, psicologiche. Le cose non necessariamente servono a qualcosa. Sono presenze. Sono le cose che siamo.

La mostra ha rappresentato un’inconsueta esperienza di convivenza e scambi tra diversi linguaggi e differenti artisti, che hanno saputo interpretare ciascuno liberamente ogni ambiente della casa, cucina e bagni compresi. Giorni Felici, infatti, non è stata solo una mostra, ma un’opportunità di visibilità per giovani che stanno iniziando il proprio percorso artistico, attraverso un confronto costruttivo con grandi maestri, in uno spazio che è più casa che museo. Le porte si sono aperte a realtà creative nuove, grazie a una scommessa di responsabilità nei confronti di un’ansia creativa che ha sempre più bisogno di trovare un indirizzo.
Tra gli ospiti di eccezione del 2010 figurano grandi nomi del panorama artistico italiano: Enzo Cucchi, pittore con cui Testori realizzò importanti progetti negli ultimi anni della sua vita a Modena, Milano e Vienna; Alessandro Mendini, architetto e artista poliedrico, da poco tornato alla direzione di Domus; Gianni Dessì, uno degli esponenti di punta della “Nuova scuola romana”. Una stanza è stata inoltre dedicata all’artista milanese Pippa Bacca, tragicamente scomparsa in Turchia nel marzo del 2008 durante la performance itinerante Spose in viaggio.
Hanno partecipato, molti con opere site-specific, gli artisti: Turi SimetiYi ZhouJulia KrahnUmberto ChiodiDiamante FaraldoElena MonzoArmin LinkeGiovanni VitaliAlessandro VerdiJ&PegYoussef NabilEmanuele DottoriArianna ScommegnaMichael S. LeeMario DellavedovaRossella RoliAndrea MastrovitoDavide Nido. Nel Giardino sono state collocate le sculture di Sergio Fermariello.
L’esposizione è stata promossa e organizzata dall’Associazione Giovanni Testori Onlus, in collaborazione con Casa Testori Associazione Culturale, che fa della casa tanto amata da Testori un luogo di incontro e di produzione culturale a pochi chilometri da Milano nel centro di Novate Milanese.

Stanza 2

«Ci sono edifici che, grazie alla sapienza di chi li ha progettati e alla visione di chi li fotografa, svelano una forma antropomorfa. Nelle architetture sono nascosti occhi, nasi, orecchie, labbra, volti che aspettano la parola, e la parola sembra poter nascere solo se vivono l’evento rivelatore della luce, nella condizione limite che è l’assenza dell’uomo. Basta la presenza di un uomo a ridare all’architettura il valore di sfondo, a dare al vuoto il senso drammatico di un’assenza, mentre l’assenza dell’uomo toglie al vuoto questa dimensione d’angoscia e fa del vuoto quello che veramente è, perché il vuoto riempie se stesso e diventa il soggetto stesso. Io non fotografo il vuoto nel senso di una mancanza di presenza, ma fotografo il vuoto come protagonista di se stesso, con tutto il suo lirismo, con tutta la sua forza, con tutta la sua umanizzante capacità  di comunicazione, perché il vuoto nell’architettura è parte strutturale, integrante del suo essere.»
Gabriele Basilico

«Raramente Gabriele Basilico ci mostra il treno che entra nella città. È una giusta posizione discreta e attenta ad evitare la ricerca di ciò che sta dietro alla foto. Perché la fotografia – lo sappiamo dal cinema e dalla stampa – può essere complice. Quando i treni entrano nelle grandi città all’ora vespertina mostra gli spaccati delle case e una vita interna fatta di tappezzerie scolorite e gente stanca alla luce di lampadine giallastre.»
Aldo Rossi

L’ARTISTA

I suoi studi di architettura hanno avvicinato Gabriele Basilico (1944- 2013) all’ambiente dell’editoria di settore, per cui ha realizzato un’ampia serie di lavori documentari. Ha al suo attivo ricerche sulle aree urbane, sul territorio e sull’architettura, commissionate da privati ed enti pubblici. Nel 1982 ha realizzato un ampio reportage sulle aree industriali milanesi intitolato Ritratti di fabbriche. Tra il 1984 il 1985 è stato invitato dal governo francese a far parte del gruppo di noti fotografi impegnati nella Mission Photographique della DATAR (Délégation à l’aménagement du territoire et à l’action régionale, des régions et des hommes), la più vasta e articolata campagna fotografica realizzata in Europa in tutto il XX secolo. Negli anni ‘90 ha ripreso la ricerca sul territorio italiano e in particolare sulle trasformazioni del paesaggio urbano, prima a Milano, poi in sei zone diverse dell’Italia. Nel 1996 la giuria internazionale della VI Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia gli ha attribuito il premio Osella d’Oro per la fotografia di architettura contemporanea. Nel 2000 ha ricevuto il premio dell’I.N.U. (Istituto Nazionale di Urbanistica) per il suo contributo alla documentazione fotografica dello spazio urbano contemporaneo. Le sue opere fanno parte di numerose collezioni pubbliche e private internazionali e il suo lavoro è stato esposto presso musei e istituzioni, gallerie private italiane ed europee.

Grande successo anche sui giornali e sul web:

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qui sotto il video della mostra:

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