Stanza 2

I suoi lavori esplorano le radici dell’iperrealismo e del neo-realismo: da una parte trae forme visibili e tangibili dai sogni e dall’immaginazione, dall’altra prende alcuni aspetti surreali dalla natura stessa. Le sue opere rappresentano una complessa sintesi di immaginazione, letteratura, mitologia, filosofia e nuova tecnologia, impregnate di cultura cinese e mediterranea. Video, istallazioni, disegni, tutti i suoi lavori introducono la magia inquietante dei caratteri virtuali in paesaggi soprannaturali così come la realtà effimera della vita, dell’amore e della morte, attraverso il linguaggio simbolico dell’inconscio. Yi Zhou presenta una visione della vita che trascende da tempo e spazio, con ironia e leggerezza.
Carlotta Testori

Il mio lavoro è nato nell’epoca virtuale. Trascorriamo gran parte del nostro tempo al computer, al cellulare o davanti ad uno schermo. Sempre meno in relazione con il reale, con il fisico. Le mie opere sono situate in un punto in movimento nel tempo e nello spazio, dove passato e futuro si mescolano nel presente. Come creature, strutture con una vita parallela, dove tutto e niente è possibile senza il tempo, in uno spazio di confine e senza vincoli. Luoghi, paesaggi, scene, e creature che rappresento potrebbero apparire familiari a un primo sguardo. Ma immediatamente ci si domanda se queste cose sono già esistite o semplicemente generate al computer. Se si basano su riferimenti precedenti o puramente generati dall’immaginazione; se il lavoro potrebbe venire da tempi antichi o da futuristici mondi esterni, creazioni di un vertiginoso, inaspettato e inesperto sentimento. E alcuni pezzi scultorei ci fanno fuggire dal presente virtuale. Ma sono pochi, così noi continuiamo a vivere in un mondo nel quale troppa realtà, troppe cose fisiche potrebbero risvegliarci dal sogno del presente virtuale.
Yi Zhou

 

Yi Zhou è nata in Cina e ha vissuto a Roma dall’età di 10 anni. Ha studiato tra Londra e Parigi, si è diplomata in Scienze Politiche e ora vive tra Parigi e Shanghai. Nel 2002 ha tenuto la sua prima mostra personale Y Game al Noirmont Prospect di Parigi. Nel 2004 ha realizzato la performance Mountaintank al Deitch Projects di New York. Nel 2005 le sue opere sono state esposte alla Galerie Jerome de Noirmount di Parigi e nel 2006 ha realizzato il progetto Three Cantos, Prefiguration: Inferno, Purgatorio, Paradiso a Palazzo Vecchio di Firenze, con una performance in Piazza della Signoria. Nel 2007 ha tenuto la mostra Il passato è remoto anzi sarà sempre presente. Una scultura, un video, un anello alla Galleria Nicola Ricci di Petrasanta e nello stesso anno ha presentato il video Avatar al Festival Internazionale del Cinema di Venezia. Nel 2008 ha realizzato la mostra My Heart Laid Bare alla Ooi Botos Gallery di Hong Kong e Hear, Earth, Heart alla Galerie Jerome de Noirmount di Parigi. Nello stesso anno il video Paradise è stato selezionato per la competizione ufficiale al Sundance film Festival. Nel 2009 le sue opere sono state esposte a Basel Art Fair, a Basel Miami Art Fair e al SuZhou Trou Color Museum of Contemporary Art.

Stanza 3


Ma alla pittura non puoi arrivarci per via concettuale, è una posizione così naïf che mi sorprende. Devi sentire il peso, la sostanza della materia, che arriva da un luogo così lontano. È un’abitudine che non ti togli di dosso, un vizio assurdo, come uno specchio al mattino.
Enzo Cucchi

Non è più questione, qui, di pittura, né di grafica o di scultura. La divisione dei generi s’affondata nell’acque mediterranee e da esse risorge come Afrodite o come martire. Ma, risorgendo, essa s’è fatta segno onnicomprensivo; segno – immagine; segno – emblema. Proprio come accade alle incisioni rupestri dei Camuni; ai simboli misterici degli Egizi; ai martirizzati graffiti delle catacombe. Come accadde, altresì, sui muri delle più disperse chiese, ove s’incisero le dediche di devozione o le richieste di pietà e di grazia. Come accade, infine, sui tronchi dei boschi ove, con punte fiammeggianti di brevissime lame, si fermaron, per sempre, i nomi, le date e i cuori degli amori più poveri e desolati.
Giovanni Testori

 

Enzo Cucchi è nato nel 1949 a Morro d’Alba, un villaggio contadino della provincia di Ancona. Vive e lavora tra Roma ed Ancona, luoghi da cui trae ispirazione per la sua arte. Dopo esordi in ambito concettuale, è approdato alla figurazione, diventando uno dei principali esponenti del nucleo storico della Transavanguardia italiana tematizzato da Achille Bonito Oliva. Nelle opere su tela, accompagnate da numerosi disegni e spesso presentate da testi poetici scritti dall’artista stesso, si riappropria con sguardo visionario del mito, della storia dell’arte e della letteratura (Cani con lingua a spasso, 1980 ed Eroe senza testa, 1981; Sia per mare che per terra, 1980), dando vita a composizioni di grande intensità  simbolica, nelle quali spesso il mondo è rappresentato come campo di battaglia tra due principi opposti.
Dopo le grandi composizioni con l’uso del carboncino e del collage, ha sperimentato l’utilizzo di diversi materiali, tra i quali la terra, il legno bruciato, i tubi al neon e il ferro (nella serie Vitebsk-Harar dedicata ad Arthur Rimbaud e Kazimir Severinovič Malevič) abbracciando nel contempo un uso quasi caravaggiesco della luce, che gli ha consentito effetti di profondità  spaziale.

Stanza 4

L’opera Mutter rappresenta una maternità senza figlio e nasce come minuscolo porta foto che si sviluppa sul lato opposto in un’affissione di 4 x 3 m. Nella veranda di Casa Testori Mutter und Tochter più che un’affissione è una carta da parati che ci guarda direttamente dal muro. Le due immagini sono appese nella veranda, che nella sua architettura rotonda ed ambigua, racchiude perfettamente il lavoro in un ciclo. Da una parte si accede alla zona della vita quotidiana; dall’altra invece all’esterno, al giardino. Le due grandi foto sono appese in mezzo al muro, una di fronte all’altra. Nella prima una ragazza porta in spalla sua madre. L’autoscatto, tenuto ancora in mano, guida il nostro sguardo verso una foto a terra che rappresenta la neonata tra le braccia della madre. Nella seconda la figlia si gira. L’autoscatto si è liberato dalla mano e si trova sotto il piede a contatto con il suolo. Nude, le due figure guardano avanti, poi dentro se stesse. I due corpi si fondono in un insieme di pezzi di carne. I loro piedi poggiano sul pavimento di legno di una casa vera, la carta da parati invece induce ad una messa in scena. E così la stanza ripete l’istallazione stessa, sottolineando il passaggio tra passato e presente.
Julia Krahn

Dal momento che il lavoro di Julia Krahn si interroga sulla permeabilità dello sguardo tra l’identità di artista e spettatore, esso ha costantemente a che vedere con la questione della memoria. Gli oggetti quotidiani, i simboli, le tracce del passato sono così, volta per volta, ridefiniti attraverso l’immagine fotografica. Ma più che il racconto dello scorrere del tempo o la costruzione di una storia, a Julia Krahn interessa cristallizzare, cioè trasformare da stato liquido a solido, i frammenti di un reale privato e segreto. Le opere di Julia si caratterizzano in questo senso per una fluidità ambigua: immagini esteticamente attraenti, in ultima istanza segnate da un contenuto pressoché ermetico […] Mutter è infatti un progetto in cui la drammaticità dell’immagine è in qualche modo intensificata dalla paura di dimenticare e perdere un contatto con il racconto scelto e costruito dall’artista. I corpi nudi, l’abbraccio tra madre e figlia, il riferimento a simbologie sacre manifestano non solo il tentativo di sopravvivenza, ma anche di risignificazione, dunque di rigenerazione, che è affidato alla pratica artistica.
Alessandro Castiglioni

Julia Krahn è nata ad Acquisgrana in Germania nel 1978 e nel 2000 si è trasferita a Milano abbandonando gli studi di medicina per dedicarsi esclusivamente alla fotografia. Dal 2001 ha iniziato a collaborare con la Galleria Magrorocca di Milano e a partire da quell’anno ha esposto in Italia e all’estero, in particolare in Spagna, Inghilterra e Germania. Nel 2001 ha tenuto la sua prima mostra personale dal titolo Intallation presso lo spazio Schoking di Milano. Nel 2004 ha partecipato al progetto Whant you Yokeandzoom, London -Tokyo e ha realizzato tre personali a Milano, tra cui eiapopaia_ninnananna alla Galleria Openmind. Nel 2007 si è tenuta la mostra The creation of Memory presso la Galleria Magrorocca e Denied Childhood al Museum Ludwigforum di Aachen. Nel 2008 si è qualificata seconda al Premio Arti Visive San Fedele di Milano e ha esposto tra i vincitori del Premio de Fotografia de CCM, 5th di Barcellona. Nello stesso anno è stata selezionata per la Biennale di Tehran ed è stata segnalata come miglior fotografa di bambini in Italia dalla Tau Visual. Nel 2009 ha esposto Engelstueck alla Galleria Magrorocca di Milano, ha partecipato a MACO Messico a Messico City e a PaxBank ad Aachen. Nel 2010 ha partecipato ad Art Scope a Basilea rappresentata dalla Galleria Magrorocca e nel 2012 ha presentato una personale presso lo studio Zircumflex di Berlino.

Stanza 5

A Milano un tempo c’era tanta nebbia e dentro la nebbia si poteva giocare, lo dice anche la canzone (ma poi lei gridava e allora il gioco non era valido e forse bisognava rifare, forse no, non si capisce). Ora a Milano la nebbia non c’è quasi più, ma io, che non sono mica tanto giovane, me la ricordo bene e mi ricordo anche di tante persone che ho incontrato e che ogni tanto sono sbucate dalla nebbia di questa città portandone dentro di loro il senso. Ma non sono l’unica a ricordare, e voglio quindi dare una forma anche a quelle persone verissime, anche se forse inventate che ci racconta il Testori ne Il ponte della Ghisolfa. Non si tratta di un’illustrazione del libro, ma di un’interpretazione dei personaggi data da persone che oggi potrebbero essere la loro versione moderna. Così accostati i ritratti veri a quelli anche più veri, tratti del romanzo, sono tutti chiusi in barattoli, per conservarsi meglio, messi sotto grappa ed immersi nella nebbia.
Pippa Bacca

Uno dei problemi su cui l’uomo si è sempre arrovellato è quello dell’essere e dell’apparire di una cosa, reale o mentale, e del suo rapporto con la parola che la definisce: che cosa è vero e reale? Ciò che noi vediamo o un qualcosa che l’occhio non percepisce? Eraclito diceva che un fiume non è mai lo stesso perché l’acqua che scorre ne fa un’entità sempre diversa, eppure il “nome” è sempre lo stesso. Gli idealisti estremi affermavano che la realtà di una cosa è data dal pensiero che la pensa, salvo poi farsi male sbattendo, nel buio di una stanza, una gamba su una sedia che, non pensata, non esisteva! Gertrude Stein, la grande amica di Picasso, diceva che “una rosa è una rosa, una rosa, una rosa”. Ma non è vero, e Pippa ce lo dimostra, evidenziando quale complessità si cela dietro alle cose semplici e quante possibilità esistono per stabilire definizioni stabili la cui riduzione, il famoso rasoio di Occam, rischia di complicare ancor più le cose. E allora, un’arte apparentemente disinvolta, ironica, “leggera”, ci induce a riflessioni “alte” che oltrepassano il piacere dell’occhio e ci ricordano che l’uomo, se è tale, è stato fatto per “seguir virtute e conoscenza”.
Giorgio Bonomi

 

Pippa Bacca (1974- 2008)

Stanza 6

La mia opera d’arte digerisce l’idea della città in un tema. Il disegno è auto-generato, prendendo un momento della memoria e dall’immaginazione e producendo un sistema dalle esperienze. In questa maniera, io quantifico le interazioni di una serie di strutture in uno schema. Il lavoro non ha un obiettivo. Comincia da un balcone semplice o una struttura e si ripete, per ricostruirsi, e inventarsi. Io mi siedo con una penna in mano ed iscrivo i ricordi più commoventi, per poi creare un contesto dove loro possono proliferare. Io domando alla città come vuole crescere, come vuole funzionare, e come si vuole far mostrare. Il disegno è auto-generato. Come i frammenti di Venezia di Italo Calvino in Città Invisibili, queste costruzioni prendono un punto di interesse per elaborarlo verso l’esterno e verso l’interno. Verso l’esterno, come un dettaglio, che diventa un punto di partenza. Verso l’interno, come questi nuovi temi preparano il terreno per nuove interazioni umane negli ambienti insoliti. In questo modo io divento la mia memoria. Io vedo e immagino, e quindi vedo un’altra volta. Il palcoscenico è fatto per uno sviluppo tematico per lo spettatore. Io faccio un livello alto dei dettagli per un’esperienza intensa, però copro e taglio alcune parti delle formazioni. L’idea delle città supera il mezzo, gli spettatori possono interpretare e immaginare di continuare il lavoro attraverso la profondità del nero.
Michael S. Lee

La consapevolezza etica del valore del lavoro “artigianale” conferisce alla ricerca artistica di Michael S. Lee un’attenzione al dettaglio nella quale il fare e il pensare si integrano con pari dignità. Da un elemento minimo, scaturito dalla memoria, si auto-generano i suoi disegni di città, attraverso una sorta di scrittura automatica. L’elaborazione dell’elemento di partenza avviene contestualmente verso l’esterno e l’interno in una ricerca estetica e intellettuale che lo porta alla creazione di disegni complessi e installazioni.
Loris Schermi

Michael S. Lee è nato nel 1988 a New York dove frequenta il corso di architettura presso l’Università di Cornell. Ha lavorato in Sud America nell’estate del 2008 e ora vive a Brooklyn, alternando viaggi a Roma e a Seoul. Si è specializzato in disegno e istallazioni. Ha esposto a Palazzo Lazzaroni a Roma nel 2009, alla Festa dell’Architettura nel 2010 e nello stesso anno alla Galleria Hartell Gallery Ithaca di New York.

Stanza 7

31 Marzo 2010. L’asimmetria delle pareti, la pavimentazione originale in terracotta e la grande finestra che dà sul giardino interno danno all’ambiente un distacco temporale e una luce che mi rimandano ai silenzi dell’infanzia. Questa sala, che Testori adibì a biblioteca e che ora vedo inquietantemente vuota, mi sembra contenere un segreto, è come sospesa e velata. La stanza stessa mi sembra una soglia, un sipario da scostare. Mentre cammino credo di compiere una metaforica invasione nell’organismo, nell’interiorità e nell’anteriorità della casa. Maggio 2010. Ho pensato ad un grande sipario di velluto rosso fissato al muro, leggermente aperto per far intravedere la mancanza di un reale passaggio. Intorno sulla parete, come sospese in un dialogo fra bidimensione e tridimensione, disegno delle figure antropomorfe che rappresentano le tensioni di un disordine pulsionale. Le figure sono come sfingi ai lati di un teatrale varco illusorio. Al centro della composizione nelle opere su carta e nell’assemblaggio, il varco è uno stemma svuotato, privato del simbolo di un ordine politico-sociale o dal contrassegno di una Nobiltà. Una nobiltà intesa soprattutto come Bellezza ed elevatezza. La mancanza effettiva o illusoria di qualcosa di centrale all’interno dell’opera è un’esperienza del vuoto per l’osservatore. L’opera si nega, la visione indotta si nega. Quel varco – foglio bianco o reale sfondamento – equivale ad uno specchio, è il cuore della morte, trascende l’opera stessa.
Umberto Chiodi

L’infanzia come scenario, l’inconscio come orizzonte, assumono nell’opera di Chiodi una temperatura altamente drammatica perché servono all’artista per intavolare un discorso sul viscerale. La visceralità è un modo primario di affacciarsi sul mondo, un sistema di relazioni prerazionali, irrelate e non necessariamente motivate, a diretto contatto con l’immaginario e forte a sufficienza per costruire il discorso. Non necessarie, gratuite, le relazioni di senso che l’immaginario crea hanno a che fare col mondo dell’infanzia una volta assurta quest’ultima a emblema del disordine pulsionale contro l’ordine razionale. Dunque, emblema di uno scontro, di una contraddizione, di una tensione. L’immaginario si oppone, almeno nelle strategie estetiche, ai discorsi dell’ordine, e il lavoro recente di Umberto Chiodi assume l’infanzia facendola diventare da tema implicito intenzione, tensione, che sovrintende alla messa in forma dell’opera stessa.
Giorgio Verzotti

Umberto Chiodi è nato a Bentivoglio nel 1981. Vive e lavora a Milano. Ha esposto per la prima volta nel 2003 all’Accademia d’Arte di Bologna. Nel 2006 ha tenuto la personale dal titolo Asfodelo presso Studio d’Arte Cannaviello di Milano. Nel 2007 ha partecipato alle collettive Arte Italiana, 1968-2007 a Palazzo Reale di Milano, a Dopamine presso Studio d’Arte Cannaviello e ha realizzato la mostra Semplicitas, Duplicitas presso la Galleria Schultz Contemporary di Berlino. Nel 2008 la Galleria Nazionale di Belle Arti di Sofia gli ha dedicato la personale Umberto Chiodi. Nel 2009 si è tenuta Milano la mostra Superfetazione presso Studio d’Arte Cannaviello.

Stanza 8

L’origine di una festa. Tutto è confezionato, pronto al consumo. L’ambiente stesso diventa una scatola che ospita tre lavori principali: Self ControlPrincipessa sul piselloVenere & cloni UomoTigre. Le figure sono statiche, mute e statuarie, merce travestita, clonata e incorniciata. La stanza diventa soffice e dolce.
Elena Monzo

Elena Monzo è un’osservatrice che assorbe, filtra e restituisce le questioni dell’umano vivere in modo duro ma allo stesso tempo scanzonato; crea aborti di opposti armonici, che ammassa per avvicinarli all’esperienza reale, fatta di eventi tanto rapidi e strumentalizzati da poter essere ignorati senza creare alcun problema di coscienza. La giovane artista pare volutamente trasportare l’etica virtuale e televisiva sul supporto bidimensionale, sovrapponendo immagini che possono essere godute da lontano senza traduzioni, oppure decifrate e comprese al di là del loro decorativismo, generando inspiegabili rigonfiamenti di tutte le basi pilifere che mappano la nostra pelle. […] Se la caduta non fosse parte dell’umana esperienza, l’uomo sarebbe stato creato con base d’appoggio più solida. Quella di Elena Monzo è un’arte tragica e deliziosa, che restituisce con coscienza critica l’unico terribile quotidiano che ci sia stato dato in gestione.
Viviana Siviero

 

Elena Monzo è nata a Orzinuovi in provincia di Brescia nel 1981. Vive tra Brescia e Milano. Nel 2004 ha vinto il Premio Italian Factory per la giovane pittura italiana e nel 2007 ha partecipato alle mostre Yourlineneismakingmesowetrightnow.lloveit e Why can’t we all just get along? alla Sara Tecchia Gallery di New York. Nello stesso anno ha tenuto la prima mostra personale Inside presso la Galleria Bonelli Contemporary di Los Angeles e Dipendenze alla Galleria Traghetto di Roma. Nel 2008 ha realizzato la personale Nidi di Nodi di Bu alla Galleria Bonelli Arte Contemporanea di Mantova. Nel 2010 ha partecipato all’evento (Con)Temporary Art al Superstudiopiù di Via Tortona a Milano, presentando i suoi ultimi lavori in una stanza dal titolo Specchio specchio delle mie brame.

Stanza 9

Oggi il luogo dell’arte, la sua immagine, è qualcosa che bisogna strappare con i denti.
Gianni Dessì

Non c’è mai l’improvvisato, ma sempre un tempo di deposito dell’esperienza, una ricerca un po’ zen del luogo mentale più disponibile al formarsi e al permanere dell’immagine. […] Un mondo, il suo, sempre alla ricerca di un punto di equilibrio, di una messa a fuoco, da raggiungere a partire dal caos degli elementi, dalla dispersione dei segni: che è uno stato dell’essere dove gli argomenti individuali trovano perfetta concordanza con quelli di una generazione chiamata, storicamente, a ridare forma ai concetti e corpo alle forme.
Federico De Melis

 

Stanza 10

Fotografate una cosa e poi fotografatela nuovamente facendo qualche passo indietro, così potrete scoprire se il suo contesto può farci capire qualcosa in più di quella cosa.
Armin Linke

Nelle sue perlustrazioni globali Armin Linke è stato calamitato dall’architettura di luce della Chiesa di vetro di Baranzate. La parrocchia di Nostra Signora della Misericordia venne progettata da Angelo Mangiarotti e da Bruno Morassutti nel 1957, ma grande importanza ebbero i calcoli strutturali di Bruno Favini che permisero di realizzare una struttura completamente libera nel suo perimetro. Un capannone industriale virato a edificio sacro. La chiesa fece allora l’effetto di un satellite uscito da un film di fantascienza ad anticipare i tempi. La chiesa faceva cadere le cesure rispetto al mondo. La fatica del tempo segna quelle strutture fatte solo di luce e bisognose di restauri. La vita concreta le ha ormai felicemente metabolizzate. Linke coglie questa transizione avvenuta. Un senso di attesa pacificata pervade le immagini, come se il tempo invece di consumarlo desse sempre più corpo a questo spazio.
Giuseppe Frangi

 

Armin Linke è nato nel 1966 a Milano, vive e lavora a Berlino.

Stanza 11

Il rosa è un colore che mi appartiene da sempre. È il colore della tenerezza che si contrappone ai colori della brutalità. Il mio lavoro si muove sempre tra questi due poli: la delicatezza e la violenza. Ma mentre la violenza l’ho sentita subito come una mia cifra espressiva, la delicatezza è invece affiorata con la maturità. Anche da giovane avvertivo che il rosa era un colore che mi apparteneva profondamente, ma in quegli anni quando mi capitava di usarlo alla fine distruggevo sempre i lavori, perché sentivo di non essere ancora pronto. Non mi sembrava di avere la sufficiente lucidità per usarlo. Oggi invece lo sento come un modo compiuto di lavorare sul corpo.
Alessandro Verdi

I suoi lavori squarciano il velo sul palpito della vita e sugli abissi della disperazione, fanno affiorare le tracce di una memoria lontanissima, archetipica e trasversale alle generazioni, registrano i sussulti della carne il suo fiorire, il suo degenerare, ascoltano il mormorio del ciclo della natura e partecipano al potente spettacolo dell’universo, tra la perdita del Paradiso e il riconoscimento dell’umano.
Gianluca Ranzi

Alessandro Verdi è nato nel 1960 a Bergamo dove vive e lavora. È stato scoperto da Giovanni Testori che ha curato il catalogo della sua prima mostra personale nel 1987 alla Galleria Compagnia del Disegno di Milano, dov’è tornato a esporre nel 1999 e nel 2005. Ha esposto nel 1993 alla Galleria Bellinzona di Milano, nel 1998 alla Galerie der KVD di Dachau e alla Casa dei Carraresi di Treviso, nel 2000 all’Art’s Events Centro d’Arte Contemporanea di Torrecuso, nel 2001 alla Fondazione Mudina di Milano, nel 2003 a Villa Pomini di Castellana, nel 2004 all’Officina arte di Magliaro, nel 2005 e nel 2007 alla Mudimadrie Galerie Gianluca Ranzi di Anversa. Nel 2008 sono state realizzate le mostre Alessandro Verdi. Il Paradiso Perduto alla Galleria dell’Artistico di Treviso e Alessandro Verdi. Corpo senza Corpo alla Galleria Blu di Milano che attualmente lo rappresenta. Nel 2009 ha partecipato alla 53a edizione della Biennale di Venezia con la mostra Alessandro Verdi: navigare l’incertezza che si è tenuta presso Campo della Tana.

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