Il tratto deciso di Luca Font ha interpretato il macello e raccontato la moltitudine di bestiame attraverso cui la città veniva rifocillata.

«Affluiscono nella città, come a una stiva di tutti i beni temporali, pane e vino e carne saporita di qualsiasi genere di quadrupedi. E si noti che, come ho diligentemente calcolato con alcuni macellai, nei giorni in cui è permesso ai Cristiani mangiar carne, si ammazzano nella sola città circa settanta buoi. Quanti siano i maiali, le pecore, gli arieti, gli agnelli, i capretti e i quadrupedi d’altro genere, sia selvatici sia domestici, che vengono sgozzati dai macellai, credo che lo potrò precisare a chi mi avrà precisato il numero delle foglie e dei fili d’erba. Affluiscono nella città anche ottime carni di bipedi selvatici e domestici: capponi, galline, oche, anatre, pavoni, colombe, fagiani, galline selvatiche, tortore, anatre selvatiche, allodole, pernici, quaglie, merli e altri uccelli, che soddisfano a tavola l’appetito degli uomini».

Il talento degli illustratori selezionati da Mimaster per la cantina di Casa Testori è stato declinato nella realizzazione di una serie di etichette per bottiglie di vino, in cui la creatività  si è sbizzarrita non solo nell’ideazione dell’immagine, ma anche nel nome
della vigna e della casa vitivinicola.
Scrive Bonvesin:

«Le vigne numerose producono svariati generi, sia dolci sia aspri, di vini salubri, saporiti, chiari, di colore bianco, giallo, roseo e dorato in tanta abbondanza che certe famiglie raccolgono ogni anno dalle proprie vigne, al tempo della vendemmia, più di mille carri di vino, altre più di cinquecento, altre più di cento. Sembrerà  forse stupefacente anche questa affermazione: che nel contado di Milano più di seicentomila carri di vino, nelle annate buone vengano messi in botte, come assicurano quanti hanno fatto diligenti indagini e dichiarano di poter offrire valutazioni esatte».

Etichette di:
Carlotta Cogliati, Clarissa Cozzi, Beatrice Gaspari, Libero Gozzini, Patrizia Mastrapasqua, Bertrand Nadal, Emilia Patrignani, Marco Piunti, Davide Raimondi, Laura Re e Alessandro Romita.

Mimaster

La pagina di Bonvesin dedicata ai frutti di cui era ricca Milano è una pagina esuberante di sapori e di colori.
«I verdeggianti frutteti… Sono spessissimo ricchi di ottimi frutti quasi di ogni genere, che offrono al gusto dell’uomo il piacere di un buon sapore».Bonvesin, come sua abitudine, è preciso e dettagliato. Dice che le «prugne, bianche, rossicce, gialle e damaschine»vengono prodotte in «abbondanza quasi sterminata». Poi assicura che anche «pere e mele estive appaiono in sovrabbondanza». Per le mele poi specifica che Milano è ricca anche dei «pomi invernali», dei «pomi cotogni»e dei «pomi granati, buoni in particolare per coloro che sono ammalati»(una pianta di melograni era presente anche nel giardino di Casa Testori).
L’elenco prosegue citando i «fichi che vengono chiamati fioroni»; «le nocciole domestiche, poi le corniole, più adatte alle donne». E poi persino le mandorle («benché poche», scrive Bonvesin). Bellissime sono in particolare le righe dedicate alle noci.
«Noci in abbondanza incredibile, che i cittadini, cui questo piace, usano mangiare per l’intero corso dell’anno alla fine di ogni pasto. Le triturano anche e le impastano con uova e cacio e pepe, facendone un ripieno per le carni della stagione invernale. Dalle noci ricavano pure l’olio, che da noi viene usato largamente».

Grazie all’esposizione i visitatori hanno avito modo di scoprire come questa figura professionale non si occupi unicamente dello studio teorico, fine a se stesso, di specie erbacee, arbustive e arboree, attraverso la raccolta, il riconoscimento e la conservazione degli esemplari, chiusi in un armadio. Ma bensì che le scoperte nell’ambito della botanica hanno delle ripercussioni nella vita di tutti i giorni. A tal proposito, il percorso della mostra apriva le porte alla sezione di Botanica del Museo di Storia Naturale di Milano, svelando alcune delle attività condotte quotidianamente nei laboratori e nei depositi.

Le collaborazioni con istituti di ricerca universitari, enti territoriali, aziende sanitarie e centri ospedalieri costituiscono una fitta rete di scambi di informazioni ed esperienze che evidenziano l’utilità delle ricerche botaniche condotte negli anni.
Il tempestivo riconoscimento, al pronto soccorso, per esempio della foglia, del frutto, del seme o della radice ingerita, anche inavvertitamente, da un paziente consente al personale dei Centri Antiveleni di intervenire rapidamente con una terapia appropriata, mirata al tipo di sostanza tossica, potenzialmente mortale. In una certa misura si ha la convinzione che tutto ciò che è “naturale” non possa che far bene. Nulla di più falso, basti pensare alle gravissime intossicazioni provocate dai funghi.

Percorrere il territorio osservando la flora spontanea, unitamente al possesso di solide conoscenze botaniche, consente di monitorare costantemente l’ambiente e di segnalare con tempestività la comparsa di specie esotiche potenzialmente invasive che possono colonizzare, in pochi anni, il territorio, sostituendosi alla flora autoctona. L’introduzione di specie esotiche può essere del tutto accidentale, ma i danni in termini ecologici ed economici per l’estirpazione della specie indesiderata non sono da sottovalutare.

Non si vuole però togliere del tutto quell’aura di romanticismo che circonda l’attività del botanico. Infatti, l’eventualità di trovare delle specie nuove, anche ai giorni nostri e senza andare in qualche regione sperduta della Terra, esiste. Nel 1992 Enrico Banfi e Renato Ferlinghetti hanno infatti determinato l’esistenza di una nuova specie: la Primula Albenensis, presente sul Monte Alben nelle Prealpi Bergamasche. Banfi e Ferlinghetti così coronato il sogno di molti botanici.

 

Nell’arco di cinque mesi, CircoloquadroMARS e Lucie Fontaine, tre realtà indipendenti di ricerca nell’ambito dell’arte contemporanea, hanno avuto la possibilità di declinare liberamente il macro-tema della Botanica, scelto come filo conduttore per la stagione espositiva 2016 di Casa Testori, alternandosi in alcune delle stanze del piano terra.

Come un pomodoro può riqualificare un territorio. Un percorso delicato e coinvolgente proposto da Fabrizio Segaricci. Un progetto di arte relazionale. Una riflessione su come prendersi cura del territorio, stabilire relazioni sociali, creare un contatto umano fra le persone e il proprio luogo di appartenenza. 
Una passeggiata lungo le rive del lago Trasimeno, luogo da anni in bilico tra paesaggio e abbandono, induce l’artista a meditare sul tema dell’attraversamento: come l’uomo e il suo passaggio sono in grado di mutare il luogo che percorrono e rigenerarlo rispettandone natura, identità e storia? Attraverso immagini e video, l’artista raccontava l’esperienza documentando comportamenti e reazioni delle persone spontaneamente coinvolte.

Progetto Oskar nasce nel 2013 durante gli attraversamenti di Segaricci nei dintorni del Lago Trasimeno, luogo protagonista di molti dei lavori dell’artista umbro, che si rende conto, con grande dispiacere, che i luoghi della sua infanzia, quelli dei giochi con i compagni, sono ormai diventati piccole discariche. E allora, proprio come fanno i contadini che puliscono il terreno dalle erbacce e dagli arbusti per preparare la semina, Segaricci pulisce dall’immondizia una piccola striscia di terreno che dà sul Lago. Una volta preparata la terra, ecco il momento della semina. Decide di piantare Oskar, una piccola pianta di pomodori Perini, già coltivati in passato nell’area umbra.
E siccome la semina e, soprattutto, il raccolto dei frutti del terreno sono sempre stati un lavoro corale, Fabrizio Segaricci invita la popolazione locale a prendersene cura. Lo fa con il suo modo gentile e coinvolgente: parla con le persone in piazza, al bar, per strada. Semplicemente dice loro che ha piantato dei pomodori e che c’è bisogno di qualcuno che se ne prenda cura. L’artista realizza qui Osservatorio Oskar, una panca di legno che consente ai visitatori di fermarsi non solo ad osservare l’opera, ma anche a riprendere contatto con il luogo e con la terra cui appartengono.
Dopo uno scetticismo iniziale, iniziano le visite: le persone del luogo, incuriosite, vanno a vedere. Alcuni puliscono la zona dalle erbacce, molti danno prima l’acqua alle piante, poi il verderame, altri si preoccupano di legarle e, infine, piantano altri pomodori. Oskar diventa così un luogo in cui incontrarsi, chiacchierare e portare i bambini, che quasi non sanno dove crescono i pomodori che vedono al supermercato; i Magionesi riscoprono la bellezza di un brano della loro terra, creando una sorta di comunità concentrata in quel preciso luogo. Una semina che ha dato i suoi frutti, tanto che i pomodori vengono raccolti per farne dei barattoli di passata. Una semina che ha dato altri frutti perché Segaricci documenta l’intero processo attraverso fotografie e video, dando la possibilità  di “toccare con mano” quell’arte relazionale che funziona perché parte dalla gente, perché non viene imposta dall’alto come esperimento sociale o artistico. Un coinvolgimento della popolazione spontaneo, che segue un invito fatto tra una chiacchiera e l’altra, quasi sottovoce.

A cura di Davide Dall’Ombra e Francesco Gesti
Casa Testori
11 Ottobre 2015 – 14 Febbraio 2016

OREFICE DEL NOSTRO TEMPO
Giovanni Testori
Como, Marzo 1983

Credo che quanti abbiano visitato una mostra di Congdon saranno stati subito colpiti — e poi su questo, penso, avranno soprattutto meditato — da una verità globale, che fa come da basso continuo, da ron ron, a tutta la grande carriera di questo maestro. Ed è una verità di base esemplare, è la verità di base — o dovrebbe esserlo — di ogni uomo. In quanto ciò che emerge per primo, come una tenebrosa e luminosa realtà, è che William Congdon è sì cittadino americano, perché è nato in America, ma in realtà è cittadino del mondo. La sua storia avviene, si svolge non in una città, non in una nazione, non in una sola cultura, ma ha come suo proprio sangue — come sua propria pulsione, come sua propria avventura e destino — di visitare, conoscere, amare e, direi, di impattarsi ogni volta, di abbracciare ogni volta città, nazioni, culture diverse. Ogni volta l’incontro con una nazione, con una cultura, con una città, con un paese, con l’ansa di un golfo, con un pezzo di mare, ovvero con la sterminata dolcezza della pianura lombarda, ogni volta l’incontro ha un aspetto di una definitiva assunzione e, nello stesso tempo, di una definitiva caduta del pittore dentro la verità di questi diversi luoghi, di queste diverse culture, di queste diverse città, paesi, frammenti di mare, o di campagna. 
Non che Congdon cambi, Congdon resta sempre se stesso, naturalmente, nel procedere della sua avventura. Ma direi che il destino da cui è chiamato è quello di, ogni volta, stringersi, farsi mangiare, farsi stringere, con un rapporto che è quasi eucaristico (e magari un po’ cannibalesco, se vogliamo) con le realtà che di volta in volta la sua sete, il suo bisogno di conoscere città, nazioni, culture, paesi (quindi di conoscere la creazione, di conoscere la terra) lo spinge a incontrare. E allora si parte da New York per procedere in una sequela di immagini che non hanno paragone nella storia della pittura moderna. Alcuni pittori ci hanno dato immagini certo sorprendenti, memorabili, patetiche, gloriose, drammatiche di alcuni frammenti del mondo. Nessun pittore ci ha dato una catena, direi un’epopea, un poema, in cui le città più diverse del mondo abbiano trovato, come in lui, un cantore sconfitto e, dunque, vittorioso.

LA MOSTRA

Pianura” è la mostra che nel 2016 Casa Testori ha dedicato al pittore William Congdon (1912-1998): artista internazionale dell’Action Painting amato da Giovanni Testori che, dalla New York degli amici Jackson Pollock e Mark Rothko, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, decide di radicarsi a sud di Milano e dedicare la sua ultima produzione al ritratto intimo di campi coltivati, risaie e frutti della terra lombarda.
La mostra, realizzata in collaborazione con The William Congdon Foundation, puntava a indagare il ventennio lombardo del maestro americano. I circa 50 dipinti e i 20 pastelli selezionati descrivevano una parabola di conoscenza sempre più intima e profonda del sud-ovest milanese, che costituisce l’apice del suo percorso.
Le stanze tematiche presentavano i diversi nuclei intorno ai quali si articola la sua produzione: riemergevano, in una chiave nuova, i nodi affrontati a fianco degli action painters, frutto di un’osservazione solo apparentemente stanziale. 
Dopo le New York degli anni Quaranta, i Sahara e Santorini degli anni Cinquanta, la ricerca da spaziale si fa temporale. Protagoniste diventano la potenza della terra, delle sue trasformazioni e la mutabilità inesauribile del ciclo stagionale, delle colture e dei fenomeni atmosferici. È così che i campi sono chiamati per nome e il passaggio del tempo è fissato con la spatola tra i lunghi i solchi della pittura a olio.
Ricostruita per l’occasione, una sorta di quadreria immaginifica immergeva il visitatore tra le visioni notturne del colore dei campi ubertosi, in una relazione intima, lirica, quando non mistica e simbolista, con la terra, l’orzo, la soia, il mais, i glicini e le violette.
Non si trattava tuttavia di visioni idilliache, perché lo sguardo di Congdon lo portava a sconvolgere l’orizzonte sui campi, che da una disposizione lineare che ricorda ancora le città, muta in un disassamento dei piani, quasi a seguire le trasformazioni telluriche dell’origine. Un tormento, anche materico, che si risolve e trova pace nelle straordinarie Nebbie che aprono la via ai monocromi, introducendo una profonda trasformazione nella percezione e rappresentazione dello spazio, del rapporto tra i suoi elementi strutturali (cielo, terra e orizzonte) secondo un’ottica sempre meno naturalistica.
Riemergevano così le meditazioni sull’opera di Braque e De Staël, ma soprattutto, i confronti e dialoghi pittorici intessuti in presa diretta con la Scuola di New York di Betty Parson e Peggy Guggenheim, che hanno portato opere di Congdon nei più importanti musei di New York e alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia.

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Nel 2015, anno segnato dall’Expo, Casa Testori si è presentata al pubblico con un progetto di grande respiro, “BOTANICA. Dall’arte alla natura per Casa Testori”. Il tema, significativamente complementare a quello di Expo, è stato individuato per incrociare realtà differenti e avvicinare nuovi cittadini alla propria proposta espositiva e culturale. Le azioni che si sono susseguite si sono svolte in sede e sul territorio, facendo di Casa Testori un crocevia e punto di riferimento culturale che ha arricchito e si è fatto arricchire dalle risorse locali. Il progetto Botanica per la prima volta ha visto coinvolti partner istituzionali e associazioni del territorio che hanno contribuito alla creazione di una comunità attiva e a un consolidamento di Casa Testori sul territorio. Il progetto prevedeva di rendere attrattiva Casa Testori attraverso la valorizzazione del proprio giardino, delle esposizioni a tema e degli interventi partecipativi tra arte e natura, che hanno coinvolto le scuole del territorio, due parchi agricoli, Parco della Balossa (Parco Nord Milano) e Parco delle Risaie (Parco Sud Milano) con le rispettive comunità di appartenenza. La scelta del tema e le azioni che lo hanno articolato sono state frutto di una progettazione comune con i 5 partner coinvolti – Parco Nord Milano, The William G. Congdon Foundation, Associazione Giovanni Testori Onlus, Associazione Amici della Biblioteca di Villa Venino, Associazione Parco delle Risaie – e con le circa 20 realtà pubbliche e private coinvolte nelle differenti azioni del progetto, tra cui il Museo di Storia Naturale di Milano, il Parco Sud, i Comuni di Novate Milanese, Bollate, Cormano, le scuole di primo e secondo grado di Novate Milanese, l’ITCS Erasmo da Rotterdam di Bollate e l’IIS Pareto di Milano.

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Giorni Felici desidera, con un’operazione in pieno spirito testoriano, essere motore per molti artisti al loro esordio, dando loro la possibilità di esporre il proprio lavoro in un luogo pubblico e vivificarlo nel confronto reciproco.
Nel 2011 le stanze di Casa Testori sono state abitate da Arnulf Rainer, alle cui Crux Testori dedicò intense poesie, da Klaus Mehrkens, artista fortemente legato al critico, e Aldo Rossi, a testimonianza della vivacità  creativa italiana. Tra gli ospiti di eccezione del 2011 figurano grandi nomi del panorama artistico internazionale: Piero Fogliati, Mario Airò, con un’opera site-specific capace di trasformare l’ambiente in uno spazio insolito, Massimo Uberti con le sue potenti strutture di luce, Christiane Löhr con delicate costruzioni organiche e Leonora Hamill, che ha presentato un lavoro fotografico sviluppato durante una residenza, sostenuta da Associazione Testori, presso Le Centre Hospitalier de Rouffach in Francia.

Tra gli altri nomi che interpreteranno le stanze della casa di Novate con molte opere site-specific: Corrado Abate, Davide Baroggi, Emma Ciceri, Marco Di Giovanni, Francesco Di Luca, Michela Forte, Ettore Frani, Piero 1/2botta, Guido Nosari, Agostino Osio, Danielle Sassoon, Elisabetta Tagliabue, Sabrina Mezzaqui, Mario Francesconi, Davide Rivalta.
L’esposizione è stata promossa e organizzata dall’Associazione Giovanni Testori Onlus, in collaborazione con Casa Testori Associazione Culturale, che fa della casa un luogo di incontro e produzione culturale a pochi chilometri da Milano e dal Polo fieristico di Rho-Fiera.

UN SOLO TEMPO: IL PRESENTE
Giuseppe Frangi

Partiamo da un dato statistico: mai nella storia dell’uomo abbiamo avuto tanta produzione artistica come in questo nostro tempo. Mai ci sono stati altrettanti artisti, non solo come quantità assoluta (che sarebbe logico visto che siamo in sette miliardi sulla terra) ma anche come percentuale di persone che hanno scelto l’arte come propria strada. Perché c’è tanta voglia e tanto bisogno di arte? E come mai proprio in una stagione come la nostra, in cui la logica utilitaristica sembra sempre quella vincente? Sono domande per le quali vale la risposta che si diede Gio Ponti, raccontando un bellissimo aneddoto. Immaginava che Dio ricevesse alla fine dei tempi gli uomini ad uno ad uno, compiacendosi del proprio – suo di Dio – lavoro e di ciò che aveva creato. Quando dopo tutte le infinite professioni si presentò un artista, Dio restò interdetto. Perché, che gli uomini potessero essere artisti, era cosa che neanche lui aveva previsto. Ma invece che indispettirsi si compiacque ancor di più di quelle sue creature che avevano sorpreso il loro stesso creatore, facendo qualcosa che neanche Lui aveva messo in preventivo. Cosa suggerisce questo aneddoto? Che l’arte è l’attività che fa balzare l’uomo oltre se stesso, che è lo spazio dell’imprevisto, del non necessario, del gratuito. È il luogo in cui il desiderio che muove l’uomo in ogni istante della sua vita, tenta di oggettivarsi in una forma, in una parola. 
È la stessa cosa da sempre, dal tempo delle incisioni rupestri di Lascaux sino ad oggi. Così come non c’è un tempo senza arte, non c’è neppure un codice che assicura sulla bontà dell’arte. Come ha detto Damien Hirst, uno dei fenomeni dell’arte contemporanea, personaggio insieme da scandalo e da copertina: «L’arte è vera se capisci qualcosa dell’essere vivi che non avevi mai capito prima». 
Una cosa certa è che l’arte non può mai essere uguale a se stessa, deve accettare sempre il rischio del nuovo, del non detto prima. Anche a costo di fallire, di deragliare clamorosamente rispetto alla sua natura. C’è un’altra caratteristica dell’arte: conosce solo un tempo, ed è il tempo presente. Questo vale per sempre, nel senso che anche quando guardiamo una grande opera del passato, questa non è grande per statuto, ma è grande perché fa vibrare le corde del nostro presente, secondo uno sguardo che non è quello di nessun altro tempo della storia. E il presente dell’arte non è solo ideale, interiore, soggettivo. È anche oggettivo: The Artist Is Present si intitolava una straordinaria performance che ha emozionato centinaia e centinaia visitatori al MoMa di New York nel 2010. Marina Abramović, questo il nome dell’artista, per tre mesi è rimasta seduta davanti ad un tavolo, relazionandosi, soltanto a sguardi, con i visitatori che ad uno ad uno si sedevano di fronte a lei: 1565 persone per un totale di 700 ore di performance. Un’esperienza umanamente ed emotivamente intensissima, in cui l’artista consegnandosi allo sguardo dell’altro, in un certo senso “dandosi”, toccava qualcosa che aveva a che fare con il destino suo e di chi aveva di fronte. 
L’artista oggi è difficilmente personaggio nell’ombra, perché i meccanismi mediatici sono molte volte parte integrante del suo agire. È personaggio che spesso è chiamato a scoprire tutto se stesso, a mettere a nudo la propria vita, come aveva fatto Tracey Emin, esponente della Young British Art, con un’opera dall’impatto mediatico clamoroso e dall’aspetto sconcertante: nient’altro che il suo letto sfatto, dopo essere stato “abitato” dal proprio corpo per quattro giorni, dominati da un istinto mortifero. Poi quando se ne è sottratta, ha visto in quella forma che racconta il potenziale disfacimento della vita un’immagine forte, una forma “scolpita” dalla vita stessa; dalla sua vita. 
Ci si può chiedere a buon diritto come guarderanno quel letto gli uomini del prossimo secolo, che cosa ne vedranno. Ma l’idea che l’orizzonte di un artista sia quello di vincere il tempo, oltre che vagamente superba, è figlia di una retorica accademica che l’arte contemporanea ha avuto il pregio di spazzare via. 
L’arte è uno strumento di relazione non pianificata con gli uomini di questo tempo. È un linguaggio che arriva a toccare corde profonde, con modi e tempi non preventivabili. Quando dal suo studio in Cina Ai Weiwei ha concepito l’installazione per il carcere ora in disuso di Alcatraz ha realizzato un’opera che si è rivelata un gesto risarcitorio, altamente poetico e quindi molto umano: l’aver riempito di delicatissimi fiori di ceramica bianca lavabi, vasche e anche water del carcere, suona come un omaggio a tutto l’umano che lì è stato profondamente umiliato. Quando Ron Mueck, scultore australiano di straordinaria abilità, monumentalizza le figure di due anziani bagnanti, compie un gesto profondamente spiazzante proprio perché carica di emotività e di commozione una situazione esteticamente non appetibile, e perché rimette al centro del fare arte l’eterno tema del corpo. È il tema su cui ha ossessivamente ed esplosivamente lavorato in tutti questi anni Jenny Saville, artista inglese. Lei che ha rovesciato sulle tele masse di fisicità strabordanti, una volta attraversata l’esperienza della maternità ha saputo raccogliere questa energia nella narrazione di una relazione: quella tra il suo corpo e i corpi dei suoi figli. 
Il corpo entra in campo, per metafora, anche nella potente installazione di Anish Kapoor, artista indiano naturalizzato inglese. Con Shooting into the Corner (2008-2009) un cannone spara palle di cera rossa, materia quasi organica e grumo di sangue, contro un angolo della stanza, con una ritmicità implacabile, con violenza sorda e calcolata. L’effetto è impressionante, senza essere affatto teatrale. Un altro tipo di violenza è quella proposta da Alberto Garutti: una violenza luminosa, che abbaglia per far scattare una dimensione di meraviglia. Le 200 lampade che s’accendono ad ogni caduta di fulmine sul territorio italiano sono invito ad aprire una breccia nelle nostre menti, troppo urbanizzate e troppo calcolatrici. 
Damien Hirst, Marina Abramović, Ai Weiwei, Ron Mueck e Jenny Saville, Anish Kapoor e Alberto Garutti sono i personaggi qui chiamati a proporre uno sguardo diverso sull’arte contemporanea. Uno sguardo curioso e aperto per non restare ostaggi dei soliti luoghi comuni. L’arte di oggi è certamente un abnorme fatto di mercato (al punto che uno dei più grandi e seri artisti di oggi, Gerhard Richter, si è pubblicamente detto imbarazzato delle valutazioni che le sue opere hanno raggiunto); l’arte è anche spesso stata ridotta a un idiota esercizio di nichilismo. Ma in mezzo a questa fanghiglia – come sempre nella storia dell’uomo – si possono scoprire dei “fili d’oro” che è un peccato non seguire, non guardare, non conoscere. Sono “fili d’oro” che raccontano un’imprevista, a volte spiazzante, commozione per l’umano. E che la raccontano in forme altrettanto impreviste, a volte molto diverse da quelle a cui la tradizione ci ha abituati. Ma l’arte non è obbligata da nessuna forma, anzi è nella sua natura uscire dalle forme anche del passato recentissimo e inoltrarsi su terreni nuovi, rispondendo alle sollecitazioni di tutto ciò che di nuovo la vita degli uomini mette in campo. «L’arte è una porta aperta alla possibiltà», ricorda uno dei più importanti curatori di oggi, Hans Ulrich Obrist, citando l’artista Leon Golub. 
«Sono sempre stato interessato al momento creativo in cui ogni cosa è possibile e niente è ancora accaduto. Il vuoto è quel momento di tempo che precede la creazione, in cui tutto è possibile» risponde Anish Kapoor in un’intervista, incalzato dalle molte domande sulle sue forme concave e convesse e sulle opere di cera rossa che «si creano da sole». Questa mostra cerca proprio di seguire alcuni di questi “fili d’oro”, non attraverso le opere, ma la narrazione, anche spettacolare, di queste opere. Non vuole essere una scelta che ce rca consenso, ma che sollecita curiosità. Prospetta situazioni che contengono anche un’audacia, con cui è affascinante fare i conti. Un’audacia di linguaggi o di approcci che porta gli artisti a inoltrarsi nelle fibre della realtà molto più di quanto a noi sia dato. A volte l’audacia è indotta dai mezzi che un artista si trova a disposizione: come è accaduto a David Hockney, grande artista inglese, che con l’arrivo dell’iPad ha capito di doversi arrischiare a dipingere sulla tavoletta, perché era una sollecitazione che gli avrebbe riservato sorprese. E, infatti, la bellezza delle sue immagini “artificiali” prodotte con i pennelli elettronici racconta di uno sguardo reso più acuto, più eccitato, più penetrato nella realtà. 
È il modo con cui l’artista David Hockney (ma la cosa vale anche per tutti gli altri qui presentati) oggi tenta di continuare a stupire Dio.

LA MOSTRA

Uno sguardo curioso e aperto per non restare ostaggi dei soliti luoghi comuni. L’arte di oggi è certamente anche un fatto di mercato, spesso ridotta a puro esercizio di nichilismo. Ma in mezzo a questa fanghiglia – come sempre nella storia dell’uomo – si possono scoprire dei fili d’oro che è un peccato non seguire. Sono fili d’oro che raccontano un’imprevista, a volte spiazzante, commozione per l’umano. E la raccontano in forme altrettanto impreviste, a volte molto diverse da quelle a cui la tradizione ci ha abituati. Ma l’arte non è obbligata da nessuna forma. La mostra segue alcuni di questi “fili d’oro”, attraverso la narrazione, anche spettacolare, di queste opere. Lo spettatore era accolto da un video che introduceva, non senza ironia, il tema dell’arte di oggi, tratteggiandone alcune caratteristiche che la differenziano da quella dei secoli scorsi.

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