La stanza dipinta da Massimo Kaufmann nel 2014 – coinvolgendo diversi amici artisti a partecipare all’impresa – accoglie l’opera simbolo della mostra. Come due facce della stessa medaglia, i piccoli dipinti, posti al centro in un’intelaiatura lignea, raccontano due episodi analoghi e opposti insieme, tra storia e finzione. L’opera di Samorì prende spunto da una celebre foto che immortala due “Monuments men” nel momento del recupero di un Autoritratto di Rembrandt, occultato dai Nazisti. Fato racconta, invece, un ritrovamento nel segno del fake, e del grottesco: la grande testa è uno pseudo reperto romano emerso su una spiaggia americana, e proveniente dai vicini Studios di Hollywood, dove era stato creato per un colossal storico pochi anni

LE OPERE

Nicola Samorì, Salt, 2013, olio su tavola, AmC Collezione Coppola, Vicenza

Matteo Fato, Senza titolo, 2013, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, Collezione privata

Le opere dei due artisti si affiancano, una sopra l’altra, intorno al camino che domina la stanza. Nero su nero, il dipinto di Samorì si lascia inquadrare dalla cornice marmorea, chiedendo al visitatore di chinarsi alla ricerca della figura, desunta da un ritratto fiammingo del Cinquecento. Sul camino non poteva che trovar posto un ritratto ufficiale, che Fato evoca lasciandone visibile l’armatura, ma celandone i tratti inconfondibili. Nella parete di fronte, al fianco di un suo affresco che evoca una figura femminile, Samorì incastona nella parete un profondo omaggio testoriano. Sopra l’immagine della Testa del Battista di Francesco Cairo appartenuta allo scrittore, una cascata di fili evoca le 73 Teste del Battista, realizzate da Testori con il sottile tratto della pennastilografica ed esposte al primo piano. A chiudere la stanza, nell’angolo accanto, un’opera composita di MatteoFato parte dalla suggestione del fuoco, iridescente perché fatuo, qui idealmente sottratto al camino centraleper essere ritratto sulla tela e ripetuto in controparte nell’incisione che l’affianca, a sua volta posta come unapala d’altare su un “paliotto” di monocromi molto cari all’artista.

LE OPERE

Nicola Samorì, Manto minimo, 2011, olio su tavola, AmC Collezione Coppola, Vicenza

Matteo Fato, Nudo all’Antica (4), 2014, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

Nicola Samorì, Babette, 2017, affresco su alveolam Courtesy Monitor, Roma/Lisbona

Nicola Samorì, Profeta, 2018, olio su rame, cornice antica, Courtesy Monitor, Roma/Lisbona

Matteo Fato, (will-o-the-wisp), 2015 / 2018, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, colla di coniglio e pigmento su lino, puntasecca su rame, cornice in MDF, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

Matteo Fato, Senza titolo (Nuvola II), 2015, olio su lino, cassa da trasporto
in multistrato e specchio, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo Venezia

MANUS TRADENTIS
Alberto Zanchetta

«Ho raccolto la sfida e ho deciso di giocare due assi», afferma Alberto Zanchetta, il direttore del MAC di Lissone, il quale ha deciso di invitare due artisti dal curriculum importante e legati da una comune riflessione sulla disciplina pittorica e quella scultorea.

L’apostolo Giuda incarna quell’apostasia e quell’apologia che appartiene sia a Matteo Fato sia a Nicola Samorì. E proprio come Giuda, anche le Belle Arti possono essere indotte al suicidio e alla loro redenzione. Sotto l’egida di un sacrificio che non resterà impunito, la mostra viene siglata dalla parola Iscariotes, un nome proprio che si aggiunge alla triangolazione che coinvolge gli artisti e il curatore. 

Come curatore sono posseduto dal Demone dell’Analogia, motivo per cui – nel mio tentativo di aggirare le note biografiche – sono solito definirmi un “analogo patologo”. Ma come raccomandava Goethe: «se si segue troppo l’analogia tutto coincide e s’identifica». Ebbene, ciò che mi assilla non sono le equivalenze bensì le propaggini che si creano tra opera e opera, così come tra autore e autore. Consapevole del fatto che un’opera non dovrebbe mai essere comparata a un’altra, in quanto ognuna ha in sé un carattere specifico e speciale, mi sforzo di capire quale sia la dorsale che divide l’identità dall’identico, concetti avversativi che condividono la stessa etimologia. La mia eco è quella del demone che si impossessa, che si impone, ossessionando, perseguitando e perseguendo gli obiettivi di un’ipseità dei metalinguaggi artistici. 

Con i due artisti qui presentati intrattengo un dialogo di lungo corso, costante, disseminato di stimoli reciproci, intuizioni, coincidenze e sfide. Fato e Samorì si riconcorrevano da diversi anni, senza mai riuscire a portare a compimento un’agognata attractio electiva duplex; ho quindi voluto intercettare questo desiderio, che anch’io avevo alimentato più e più volte, avverando quel loro “appuntamento mancato”. La consanguineità di questi autori è più di una scommessa, è una scoperta di idee e di finezze operative, di crisi e tradimenti artistici che diventano atto di affermazione e di responsabilità. Considero questa mostra come un’ineluttabile “pietra di paragone” che soltanto pochi anni or sono sarebbe stata liquidata come una “pietra d’inciampo”, se non fosse che nel frattempo noi tre siamo diventati – volendo parafrasare Nicola – dei venerabili abietti. L’esposi zione è quindi stata concepita come un recto/verso della Pittura riuscendo vieppiù a eccedere il tutto tondo della Scultura, svelandone anche l’alto e il basso. 
Il mefistofelico orgoglio del non serviam (tradire cioè la tradizione) converte il peccato di vanità in una virtù; anziché rassicurare lo sguardo, i due artisti cercano di sobillarlo con disfatte e trionfi, cedevolezze e resistenze, intermittenze e persistenze. Dipinti, sculture, disegni, collage e incisioni stabiliscono, infatti, un’affinità [s]elettiva, dove analogie e accidentalità rivelano una contiguità d’intenti, che però si biforca su un versante di tenebra e di turbamenti, nel caso di Samorì, o in un crinale luminoso e numinoso, nel caso di Fato. Le contra[ddi]zioni che si manifestano scorrendo lo sguardo da un autore all’altro mettono in evidenza un’iconoclastia che non consiste più nel distruggere le immagini, ma vieppiù nel produrne di nuove che – in una spirale infinita – confinano le precedenti nell’oblio. Se queste opere incarnano un “peccato”, di certo è dispensato dal rimorso, al contrario: tenta di far affiorare il rimosso. In questo senso si devono leggere anche gli omaggi che ambo gli artisti dedicano a Giovanni Testori, intervenendo su libri o dipinti da lui amati e qui completamente trasfigurati. 

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UN OSPITE INATTESO
Giuseppe Frangi

Giovanni Testori (1923-1993) avrebbe amato perdutamente il Museo Lia. E non solo perché tra queste mura sono conservate opere di alcuni degli autori che, come critico d’arte, ha più amato: da Vincenzo Foppa a Giacomo Ceruti.
L’avrebbe amato perché questo museo racconta la storia di uno dei grandi collezionisti europei del secolo scorso, restituendocene la fisionomia. Lo scrittore gli avrebbe certamente dedicato parole infuocate sulle pagine del “Corriere della Sera”, di cui curò per quasi vent’anni la pagina dedicata all’arte.
Del resto, Testori fu anche un vorace, irrequieto e dilapidate collezionista: di quadri visse e non si contano le opere d’arte antica e moderna che passarono dalle sue mani. Non sorprende rivederne alcune tra queste sale spezzine, ove approdarono magari attraverso il gallerista Bruno Lorenzelli o il critico Federico Zeri.
Ma Giovanni Testori è stato uno degli intellettuali più versatili e importanti del Novecento italiano e il suo amore incondizionato per la pittura lo portò a cimentarsi personalmente nella creazione artistica, divenendo pittore dagli esiti significativi e in corso di riscoperta, negli ultimi anni.
In questa mostra a 25 anni dalla morte, si è scelto di indagare un tema centrale della sua produzione: la Crocee la Crocifissione, due soggetti tra i più diffusi nella storia dell’arte Occidentale, con numerose occorrenze nel Museo Lia, e indagato da Testori lungo tutta la vita: come drammaturgo, poeta e, appunto, pittore.
Il visitatore troverà due cicli di dipinti e disegni, realizzati negli anni Quaranta e negli anni Ottanta, a oltre trent’anni uno dall’altro, qui presentati integralmente e insieme per la prima volta, per dar vita a un inedito dialogo con le Croci del Museo: da Lippo di Benivient, all’oreficeria medioevale di Limoges.

CLEOPATRÀS
di Giovanni Testori
con: Marta Ossoli;
Regia:  Mino Manni
Assistente alla regia: Serena Lietti
Disegno Luci:  Alberto Gualdoni
Produzione: Serena Lietti

Spettacolo prodotto con il sostegno e la collaborazione di:
Amministrazione Comunale di Castel San Giovanni, Diana Ceni, Giulio Fassina, Francesco Paladino, Angelo Sordi, Nuccia Zuterni

Per i nostri soci e gli amici di Casa Testori biglietti in offerta a 12 euro,
indicato il nome di Casa Testori al momento della prenotazione  

Niente finisce e niente comincia. Tutto resta fermo così, senza risposta.” – G. Testori

Che rimane della “gran reina” Cleopatra una volta deposta la corona d’Egitto? Sarà ancora la meravigliosa imperatrice capace di terrorizzare e sottomettere interi popoli al suo capriccio oppure una semplice “bagascia” di paese che millanta un passato che non è mai esistito?
Cosa giunge fino a noi attraverso i secoli al di là della patinata aura del mito?
L’opera di Testori, con la sua forza innovativa e prorompente, ci avvicina ad un personaggio che parrebbe distante e difficilmente riconducibile al contesto in cui viviamo. La sua “Cleopatràs”, spogliata degli abiti regali e rivestita solo di carne e sangue, ci parla in un linguaggio crudo e palpitante, in un dialetto che appartiene a tutti e che rievoca un’Italia ormai dimenticata.
La “reina” viene rappresentata nella sua essenza più pura, nell’universalità del suo essere Donna, una donna che ha pienamente vissuto, amato, goduto e perso irrimediabilmente tutto. Testori intona il lamento, il “laio” della vedova, che ha vissuto la guerra e ne è uscita perdente, un lamento di morte che sfocia tuttavia in un appassionato inno alla vita: attraverso i ricordi della terra natìa la donna rivive i tempi d’oro dell’amore col suo “Tugnàs”.

Ultima opera dell’autore milanese, Cleopatràs è parte, con Erodiàs e Mater Strangosciàs, della trilogia Tre Lai con la quale Testori dà il suo addio alla vita e ad un paesaggio che è insieme terra della nascita, ma anche strada che riporta là dove il cuore e la tenerezza dello scrittore sembrano aver lasciato il proprio “magone”. È una lombardissima tensione fatta di processioni tra boschi, sensuali richiami e desideri che urlano e bramano.

Partendo da suggestioni dantesche, la messinscena restituisce l’eterno tormento di una figura mitica che cela in sé un destino tanto tragico quanto universale. L’attenzione registica alla potenza evocativa delle immagini – alternando momenti di grande poesia a passaggi di forte impatto emotivo – ha permesso di creare uno spettacolo in cui sacro e profano, amore e morte giungono ad un punto di fusione incandescente e poeticissimo attraverso un linguaggio crudo e palpitante, barbarico e sublime. Unico e immortale.
Come il suo autore.

Marta Ossoli vincitrice del Premio Nazionale Franco Enriquez 2017 come migliore attrice per la sua performance in “Cleopatràs”

info e prenotazioni:
biglietteria.teatrocarlorossi@gmail.com
Tel. 392 1512590 – 0377 460436
per info e biglietti: Teatro Comunale Carlo Rossi

Domenica 25 marzo, ore 18 a Casa Testori

In occasione dell’apertura della grande mostra su Gaudenzio Ferrari, verrà proiettato il film di Gian Domenico Sozzi dedicato alla pala con l’ultima Cena della chiesa di Santa Maria della Passione a Milano.
Saranno presenti con l’autore, Giovanni Agosti, e la restauratrice Anna Lucchini.

Un piccolo film  di 25 minuti che getta uno sguardo sorprendente su un quadro di Gaudenzio Ferrari custodito nella cappella di San Giovanni della chiesa di Santa Maria della Passione e oggi esposto nella sede di Novara della mostra dedicata al grande artista piemontese. Gian Domenico Sozzi, l’autore, aveva notata una strana coincidenza che portava, in un preciso momento dell’anno,  e in un’ora altrettanto precisa, il sole a fermarsi proprio sul volto di Cristo.
Un film che nella sua poeticità è un atto d’amore verso l’artista più amato da Testori.

 

“Una gratitudine senza debiti. Giovanni Testori, un maestro”
presentazione del nuovo libro di Luca Doninelli.
con Alessandro Zaccuri e Giuseppe Frangi, sara presente anche l’autore.

29 maggio, ore 18.00
Museo Amedeo Lia, La spezia

Il 16 marzo del 1993 moriva Giovanni Testori. Un autore che ha segnato il suo tempo non solo per le sue opere e il suo modo di porsi davanti alla vita, ma anche per i tanti che devono a lui la loro vita di scrittori, pittori, critici d’arte, persone di teatro. Testori non ha mai avuto una cattedra, non è mai stato formalmente un insegnante, ma è stato certamente un maestro. Lo è stato per Luca Doninelli, che a 25 anni di distanza, ha voluto raccontare e riflettere attorno a questo suo discepolato anomalo, con un libro pubblicato da La nave di Teseo. «Giovanni Testori», scrive nell’introduzione Doninelli, «si è situato in controtendenza rispetto alla grande maggioranza degli intellettuali del suo tempo, che – vittime in un modo o nell’altro di una visione nichilista del mondo – piuttosto rifuggivano l’idea di far da maestri a qualcuno. Tanto che la mia generazione, a cominciare da Pier Vittorio Tondelli, ha dovuto in qualche modo reinventare da capo la narrativa italiana, senza più nessun legame vitale con il passato. Giovanni Testori ha costituito, in questo senso, una fortunata eccezione».
Il libro di Doninelli è il racconto, in tanti tratti inatteso e anche spregiudicato, di questa eccezione, a partire dal primo incontro avvenuto nel maggio di 40 anni fa nello studio di via Brera.
Quello di Doninelli è anche un libro generazionale, come si evince dalle righe citate. Essere scrittore oggi significa prescindere dall’idea di poter far riferimento ad un maestro?

Info: info@associazionetestori.it ; tel:0236589697


Presentazioni archivio

Incontro (o scontro) intorno al nuovo libro di Luca Doninelli
“Una gratitudine senza debiti. Giovanni Testori, un maestro”

Con Andrée Ruth Shammah, Alessandro Bertante, Crocifisso Dentello, Raul Montanari,
Carmen Pellegrino, Aurelio Picca.
Sarà presente l’autore

Teatro Franco Parenti, venerdì 16 marzo, ore 18,30

 

La stanza finale si apre su un grande lavoro di Samorì. È una crasi tra due dipinti di Simone Cantarini e Giorgio Vasari, raffiguranti una Resurrezione, nella parte bassa, e un’Immacolata Concezione, evocata nella parte alta, quella maggiormente compromessa e impressa dal processo creativo. La grande simmetria della corrosione è ottenuta, infatti, ripiegando la tela fresca su se stessa, lungo l’asse verticale, inserendo un ordine nel caos della macchia. Un elemento di materialità astratta nella forma, ma concreta nella genesi, si associa, accentuandola, all’immaterialità e concretezza degli episodi evocati. Matteo Fato presenta qui i suoi ultimilavori: sono florilegi cromatici di grande leggerezza e pregnanza insieme. In un processo di schedaturaanalogo alle tele monocrome della stanza precedente, queste tele hanno la funzione di riassumere la storia creativa dell’artista, ripercorrendone le linee tracciate nello spazio negli anni, e campionandone i colori. A posteriori, viene rievocato il processo creativo dell’opera, spesso già dichiarato in corso, come nella pulitura dei pennelli utilizzati, che affianca il ritratto di Flaiano in veranda o copre il libro ai piedi del cavalletto, nel salone. Intorno allo scoccare dei 40 – età vicinissima ad artisti e curatore – questa mostra è ben più che una bipersonale. È un’occasione di ricapitolazione, in cui cogliere analogie e ricerche, ripercorrere prassi e passi progettuali, colti alla partenza di nuove strade e sperimentazioni creative che già s’intravvedono.

LE OPERE

Nicola Samorì, Miriade, 2018, olio su lino, Courtesy EIGEN+ART, Berlin/Leipzig

Matteo Fato, Florilegio (2), 2018 circa, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

Matteo Fato, Florilegio (3), 2018 circa, olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, Courtesy dell’Artista e Galleria Michela Rizzo, Venezia

All’ingresso: Matteo Fato, Senza titolo (libro), 2014, Catalogo di Ca’ dei Ricchi, incollato con preparazione a pigmento olio su libro, piedistallo in multistrato, MDF e specchio, Collezione privata

Il 16 marzo saranno 25 anni dalla morte di Giovanni Testori. Proprio quel giorno uscirà il nuovo libro che Luca Doninelli ha voluto dedicargli: “Una gratitudine senza debiti. Giovanni Testori, un maestro”. Il libro esce per la casa editrice La Nave di Teseo e verrà presentato in un incontro organizzato da Casa Testori al Teatro Franco Parenti proprio il 16 marzo alle ore 18,30. Protagonisti dell’incontro, insieme a Luca Doninelli e a chi “ci ospita”, Andrée Ruth Shammah, saranno quattro scrittori chiamati a riflettere sul tema del maestro: Alessandro Bertante, Crocefisso Dentello, Carmen Pellegrino e Aurelio Picca.

Sabato 17 marzo, alle ore 18:30 sarà celebrata una messa in ricordo di Giovanni Testori presso la basilica di Sant’Ambrogio.

Ecco le prime righe della premessa di Luca Doninelli:
Quella che leggerete è una storia piccola, quasi invisibile, destinata forse giustamente a perdersi nei miliardi di storie, spesso tragiche e comunque molto più grandi, da cui siamo circondati. È la storia della mia amicizia con il mio maestro, Giovanni Testori (1923-1993). “Piccola” non significa però “pari a zero”. Essa è esistita e, come tutto ciò che è esistito davvero, continua a esistere e a produrre le sue conseguenze nel mondo: perciò – poco o tanto – senza questa storia il mondo non sarebbe esattamente quello che è.

Se la propongo ai lettori è per due ragioni:

la prima è perché, pur nella sua piccolezza, essa apre una finestra su uno dei rapporti fondamentali che legano le persone tra loro: il rapporto maestro-discepolo;

la seconda è perché Giovanni Testori si è situato in controtendenza rispetto alla grande maggioranza degli intellettuali del suo tempo, che – vittime in un modo o nell’altro di una visione nichilista del mondo – piuttosto rifuggivano l’idea di far da maestri a qualcuno. Tanto che la mia generazione, a cominciare da Pier Vittorio Tondelli, ha dovuto in qualche modo reinventare da capo la narrativa italiana, senza più nessun legame vitale con il passato.

È partito il progetto “Fumetti e murales per dare un volto a Manzoni e Testori”.
È stata un’esperienza insolita e bellissima quella fatta in questi giorni con i ragazzi delle terze medie e con i loro professori all’Istituto comprensivo intitolato a Giovanni Testori a Novate. L’idea era semplice: far scoprire loro chi fosse questo personaggio sotto il cui nome “convivono” per tre anni tanto importanti della loro vita. L’idea semplice, ma il compito poteva diventare complicato, visto che comunque si tratta di un personaggio con mille implicazioni e complessità. Così abbiamo scelto di restare su un dato biografico elementare: il fatto che lui abbia scelto di essere un “novatese per sempre”. Chiunque arrivi in treno a Novate s’imbatte nella targa che lo ricorda e che ricorda proprio quella sua frase che non può non colpire: «Quando ho detto che sono nato a Novate nel 1923, cioè alla periferia di Milano, dove da allora ho vissuto e dove spero di vivere sino alla fine, ho detto tutto».
Come spiegare ai ragazzi una decisione simile? Innanzitutto raccontando come a Novate dal punto di vista della biografia, sia legata la genesi di tutte le passioni che hanno segnato la vita di Testori, dall’arte alla scrittura al teatro. E come raccontare questa infanzia che conteneva già i semi di quello che sarebbe maturato nella vita? La scelta è stata quella di andare sul linguaggio più immediato, quello del fumetto.
Dopo una mattinata in cui, classe per classe, abbiamo raccontato con l’ausilio delle immagini, questo rapporto di Testori bambino e ragazzo con Novate, il progetto è passato alla fase più appassionante e operativa. Sotto la guida di Giulia Sagramola, una delle più brave nuove illustratrici italiane, i ragazzi hanno partecipato alla genesi del fumetto. Dialogando con loro, Giulia Sagramola ha spiegato in breve come nasce un fumetto e poi ha iniziato a disegnare le prime strisce sulla sua lavagnetta digitale che veniva proiettata sul grande schermo dell’aula. «Ciao, sono Testori», è stata la prima vignetta, indicativa di uno stile molto amichevole che accorcia le distanze.
La “morale“ è stata suggerita da una delle professoresse che hanno accompagnato con entusiasmo questo progetto/tentativo: ragazzi sappiate che Novate può dare tante chance al vostro futuro.
Alla fine del percorso nascerà la graphic novel disegnata da Giulia Sagramola, che stamperemo e che i ragazzi si porteranno a casa. Avendo Testori come nuovo amico…
Un grazie a Giulia Sagramola per la professionalità. E un grazie a tutti i professori che hanno sposato questo progetto con convinzione, stimolando i ragazzi a conoscere questo loro concittadino e a lasciarsi anche un po’ sorprendere da lui e dalla sua storia controcorrente.

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