Nel corridoio all’esterno dell’ex cucina è collocato il primo dei due dittici in mostra, appartenente alla serie Remember, Repeat, Rework (2015), realizzati da Fogarolli mediante l’appropriazione e la collazione di immagini d’archivio. In entrambi i casi, il ritratto di una giovane donna in stato di amnesia, ricoverata in un ospedale americano nella prima metà del Novecento, è messo in relazione con una fotografia della collezione etnografica del Tropenmuseum di Amsterdam, che mostra le fattezze di alcune sculture scoperte dai coloni olandesi in Indonesia. In questo inconsueto dialogo visivo di gusto warburghiano si creano analogie tra fonti dissimili, in cui lo stato di incapacità del primo soggetto sembra trovare una risposta nelle (ipotetiche) capacità taumaturgiche dei feticci tribali. 

Christian Fogarolli, Remember, Repeat, Rework 7, foto d’archivio

L’immaginario scientifico, caro a Fogarolli, si riverbera in altri lavori, tra cui la scultura Midólla (2017) che trasferisce analogicamente sul marmo un’immagine di inizio Novecento (proveniente dall’archivio del manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia) in cui si raffigura il midollo spinale di un malato mentale. La collocazione dell’opera è particolarmente suggestiva: il bianco della superficie marmorea, che domina l’opera, entra in dialogo con vari elementi dell’ambiente, quasi mimetizzandosi, — tra cui le piastrelle — che rimandano invece alla funzione originaria della stanza, usata come cucina.

Christian Fogarolli, Midólla, 2017, stampa alla gelatina ai sali d’argento da negativo in vetro su marmo bianco di Carrara

Nella sala si crea un forte dialogo tra due dittici degli autori: dal un lato Placebo (2018), un’opera di Fogarolli giocata sulla relazione tra naturale e artifizio, grazie all’accostamento della capsula di un farmaco alla crisalide di una libellula: queste due polarità iconiche sono sottolineate anche dalle due differenti superfici specchianti su cui sono posati gli elementi (e su cui lo stesso fruitore può rivedersi): la prima riflette l’immagine in modo nitido mentre la seconda, avendo una base nera, ne impedisce una perfetta visione. Dall’altro lato della stanza si colloca la fotografia Just One (2017) di Berta, dove il manto di lana di una pecora – bianco, di una bellezza uniforme – è tosato per allestire un elogio dell’imperfezione. Il cortocircuito che la rappresentazione crea è accentuato dal fatto che l’animale è posto sopra un piedistallo, evocando in modo parodico l’idea di monumento equestre, in cui al posto delle fattezze marziali del Colleoni di Andrea del Verrocchio o di quelle altere del Gattamelata di Donatello (i due grandi modelli rinascimentali), troviamo le sembianze di un animale privo di alcun eroismo.

LE OPERE

Filippo Berta, Just One, 2017, performance, Diptych Photo Print Diasec©, Courtesy Massimodeluca, Mestre

Christian Fogarolli, Placebo, 2018, dittico, acciaio, vetri, materiale organico, farmaco, Courtesy Galleria Alberta Pane, Venezia

La riflessione sull’arbitrarietà delle catalogazioni scientifiche è particolarmente evidente nel lavoro Leaven (2017) di Fogarolli, composto da una teca contenente i manuali pubblicati negli Stati Uniti, dal 1952 al 2015, per classificare le malattie mentali che rivelano come, negli ultimi cinquant’anni, un ristretto gruppo di studiosi abbia determinano il concetto (assai mutevole e sfuggente) di “normalità” per l’intero genere umano, portando conseguentemente — come indica il titolo stesso — all’aumento esponenziale delle tipologie di disturbi

Christian Fogarolli, Leaven, 2017, libri, specchio, legno, vetro

La sala si apre con l’immagine che documenta la performance Allumettes 2 (2013) di Berta, realizzata nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo. Si vedono delle persone che accendono uno dopo l’altro dei fiammiferi, rendendo visibile il quadrato creato dall’unione dei loro corpi. Questo gesto ostinato si dimostra fallimentare quando le prime persone, una volta terminati i fiammiferi, abbandonano il gruppo, decretando un lento processo di dissolvimento del quadrato perfetto. Il fievole bagliore prodotto dai fiammiferi cela in sé tutta la fragilità di una perfezione che è solo momentanea e trova il suo culmine quando l’ultimo fiammifero si spegne. Sopra il caminetto è collocato invece il secondo dittico di Fogarolli, della serie Remember, Repeat, Rework, anch’esso incentrato sulle analogie visive tra fotografie di cui l’artista si è appropriato. La sala si chiude con la nuova opera del progetto Stone of madness, intitolata Locura (2018), dove Fogarolli si rifà alle credenze di area nordeuropea del tardo Medioevo e Rinascimento (ma presenti anche nelle civiltà preistoriche) che imputavano le devianze comportamentali, come follia o stranezza, alla presenza di una pietra nel cranio umano. Il lavoro è composto dalla fotografia analogica di un encefalo con una pietra incastonata al suo interno, una fluorite, che modifica il proprio tono cromatico grazie all’intervento dello spettatore invitato a interagire con uno strumento a luce ultravioletta. In tal modo, l’artista novella un tema iconografico che nel dipinto L’estrazione della pietra della follia (1494) di Hieronymus Bosch ha il suo precedente più illustre. In quest’opera il maestro olandese realizza infatti una scena di genere, descrivendo il raggiro compiuto da un ciarlatano ai danni di una persona ingenua sino a estrarre dalla testa di quest’ultima un fiore; il pittore, però, calca la mano sulla superbia dell’ingannatore che è raffigurato con in testa un cappello a imbuto, simbolo dell’idiozia del suo presunto sapere.


LE OPERE

Filippo Berta, Allumettes #2, 2013, performance, Photo Print Diasec©
Christian Fogarolli, Locura, 2018, fotografia analogica, vetro lavorato, pietra, luce
Christian Fogarolli, Remember, Repeat, Rework 6, foto d’archivio

Nella sala è proiettato il video della performance di Filippo BertaForma perfetta del 2017. Un gruppo di persone sta cercando di mantenere visibile un cerchio nel mezzo di un quadrato nero. Questa forma perfetta può essere visibile solo attraverso un costante tentativo collettivo in cui il fallimento è un potenziale sempre presente.

Filippo Berta, Forma perfetta, 2018, performance realizzata presso Tenuta dello Scompiglio, HD Video 1’ 17’’ 

Davanti allo scalone è presentato il video di Filippo Berta, primo capitolo del trittico A nostra immagine e somiglianza, (2017 — in corso), che indaga la relazione tra l’individuo e le norme imposte dalle convenzioni sociali o dai dogmi religiosi. Nel primo — esposto in forma di video che documenta la performance realizzata alla Galleria Massimodeluca di Mestre nel gennaio 2018 — alcune persone piantano simultaneamente un chiodo sulla parete per appendere un crocifisso: ognuno dei partecipanti compie l’azione in punta di piedi per collocarlo ad un’altezza superiore alla propria figura, inscenando così l’esigenza connaturata all’uomo di porsi in una condizione subalterna rispetto all’entità incarnata dall’idolo.  

Filippo Berta, A nostra immagine e somiglianza 1, 2017, performance, HD Video 2’ 00’, Courtesy Massimodeluca, Mestre

PERSONA. IL RAPPORTO TRA INDIVIDUO E SOCIETÀ NELL’OPERA DI BERTA E FOGAROLLI
Carlo Sala

Quando si entra nella casa altrui, non bisogna mai dimenticare le buone maniere e portare rispetto all’ospite, specie nel caso della dimora di Giovanni Testori che permette di accedere ad un microcosmo profondamente legato alla sua storia personale e alla sua ricerca intellettuale. Fa ben capire il legame con i luoghi natali non soltanto il fatto che lo scrittore abbia spesso riadattato alcuni passaggi di grandi vicende letterarie (Amleto, Faust, Edipo) nei territori che scandivano la sua quotidianità, ma che soprattutto la sua opera di studioso, nonostante abbia «perpetrato dei tradimenti», sia rimasta profondamente legata alla «capanna della cultura lombarda». Già percorrendo la strada che dalla stazione ferroviaria di Novate Milanese porta alla casa dello scrittore si intravedono i segni di un universo testoriano che riporta ad una vicenda familiare e intellettuale: una memoria che oggi risulta vivificata anche dalla persistenza nel paesaggio di alcuni elementicome la fabbrica di famiglia (adiacente alla casa natale) dove perdura tutt’oggi l’attività produttiva. 
Progettare un’esposizione di arte contemporanea in un luogo simile, così fortemente connotato, implica attraversare una serie di riflessioni sotto lo sguardo vigile del padrone di casa che, sull’arte del Novecento, aveva una visione precisa, espressa nella sua attività di critico e collezionista. Questo doppio aspetto trova perfetta incarnazione nelle opere che si sono alternate nelle pareti della sua dimora: dalla materia dell’amato Ennio Morlotti, alla ritrattistica esistenziale di Graham Sutherland, fino alla vibrante pittura di Rainer Fetting, membro del gruppo tedesco Die Neue Wilden. Nel momento di scegliere due artisti per il progetto, ho sentito l’esigenza di non pensare ad un omaggio testoriano “ortodosso”, attraverso la ricerca di artisti che perpetuassero una certa concezione della pittura a lui cara; al contrario era per me più stimolante proporre degli autori che trattassero il corpo dell’arte attraverso mezzi diversi dalla pittura, ma in grado di trasmetterne la stessa intensità malgrado la riproducibilità di alcuni lavori, similmente ai giudizi espressi da Testori per le opere di Andy Warhol nelle sue Conversazioni, ossia tralasciando così il problema della «tecnica a priori», ma vedendo l’arte come «una questione di giudizio sul mondo, di conoscenza del mondo». La mostra che ne è nata, Persona, è concepita come un dialogo tra il lavoro di Filippo Berta (Treviglio, 1977) e quello di Christian Fogarolli (Trento, 1983), entrambi improntati ad indagare il rapporto tra l’individuo e la società contemporanea, con particolare attenzione alle varie forme di normatività che tendono ad omologare il singolo e ad incasellarlo in rigidi schemi. Ciò all’ombra della complessa vicenda umana e intellettuale – a tratti contraddittoria – di Giovanni Testori, sospesa tra vita di provincia e centralità nel dibattito culturale nazionale, tra un profondo sentimento cattolico ed il contenuto provocatorio di alcune sue opere, tra il sincero amore per la famiglia e il personificare una condizione sentimentale non incasellabile in quello schema. 
La mostra svolge un percorso che è una polifonia visiva sospesa tra installazione e performance, videoarte e ricerca fotografica, dove, in alcuni casi, la dimensione espositiva si nutre degli spunti forniti dalla natura domestica del luogo. 

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LA MOSTRA

Nel lavoro di Filippo Berta è la messa in scena di piccoli gesti quotidiani a far emergere la conflittualità e le tensioni insiti nel rapporto tra uomo e società. La serie di video e fotografie è l’esito di performance collettive dove azioni all’apparenza banali assumono un valore allegorico per smascherare il conformismo diffuso: nel dittico Just One (2017) il manto di lana di una pecora – bianco, di una bellezza uniforme – è tosato per allestire un elogio dell’imperfezione. Il tema del fallimento diviene metaforico in lavori come Allumettes 2 (2013), Forma perfetta (2017) o Sulla retta via (2014): quest’ultimo presenta un gruppo di persone che tenta di camminare in fila indiana seguendo il fugace confine tra la terra e il mare definito dalle onde. Una linea che si spezza continuamente evidenzia così l’impossibilità per l’uomo di trovare un equilibrio tra la sua primigenia natura emotiva e l’aspetto razionale necessario all’adesione al corpo sociale. In Déjà vu (2008) la sfida apparentemente ludica del tiro alla corda tra sei coppie di gemelli porta a una riflessione sulla competitività insita al nostro vivere.

Christian Fogarolli, ripercorrendo il rapporto tra arte e discipline scientifiche, indaga il sottile confine tra normalità e devianza insieme al carattere arbitrario delle relative categorizzazioni. Quest’aspetto è particolarmente evidente nel lavoro Leaven (2017), composto da una teca contenente i manuali pubblicati negli Stati Uniti dal 1952 al 2015 per classificare le malattie mentali che rendono palese come, negli ultimi cinquant’anni, un ristretto gruppo di studiosi ha determinano il concetto (assai mutevole) di “normalità” per l’intero genere umano. L’immaginario scientifico si riverbera in vari lavori: dalla scultura Midólla (2017) che trasferisce analogicamente sul marmo un’immagine di inizio Novecento raffigurante il midollo spinale di un malato mentale a Placebo (2018), giocata sulla relazione tra naturale e artifizio, fino a Misura di prevenzione (2017), una installazione che ricorda lo strumento della livella ad acqua usata fin dall’antichità, figurando così il concetto di squilibrio chimico, oggi considerato alla base di alcuni disturbi mentali. Infine, la scultura Loose (2017), dove lo spettatore deve relazionarsi con l’opera per riuscire pian piano a cogliere l’immagine-identità che emerge da un gioco di rifrazioni in una superficie specchiante.

In occasione della mostra, gli autori hanno proposto due lavori inediti sulla base delle suggestioni ricevute dal luogo e dal pensiero testoriano. Christian Fogarolli, nella nuova opera del progetto Stone of madness (2018), si rifà alle credenze di area nordeuropea del tardo Medioevo e Rinascimento (ma anche presenti nella civiltà preistoriche) che imputavano le devianze comportamentali, come follia o stranezza, alla presenza di una pietra nel cranio umano. Il lavoro è composto dalla fotografia analogica di un encefalo con una pietra incastonata al suo interno, una fluorite, che modifica il proprio tono cromatico grazie all’intervento dello spettatore invitato a interagire con uno strumento a luce ultravioletta.
Filippo Berta ha presentato la performance inedita A nostra immagine e somiglianza #2 (2018), secondo capitolo di un trittico che indaga la reazione tra l’individuo e le norme imposte dalle convenzioni sociali e dai dogmi religiosi. Nel corso dell’azione un feticcio-idolo viene usato in modo ludico come un qualsiasi oggetto domestico.

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Presentazione a Bookcity 2018  – 18 novembre 2018, ore 12:30
Con Giuseppe Frangi, Renzo Martinelli, Francesca Garolla e Federica Fracassi
Piccolo Teatro Strehler, scatola magica, Largo Greppi, 1, 20121 Milano MI,

Il 6 giugno alle 20:45, presso Teatro i, dopo la recita dello spettacolo Erodiàs, si terrà la presentazione del volume Ritratti miei di me, pubblicato da Casa Testori, curato da Giuseppe Frangi, con un’introduzione di Maurizio Porro. Il libro raccoglie i materiali del percorso testoriano realizzato da Teatro i tra 2016 e 2018, tra spettacoli, incontri e approfondimenti.

Il libro, corredato da una scelta di fotografie degli spettacoli di Lorenza Daverio e Laila Pozzo, raccoglie le riflessioni e diari di lavoro dei tre direttori artistici di Teatro i (Renzo Martinelli, regista, Francesca Garolla, dramaturg, e Federica Fracassi, attrice) che hanno dedicato allo scrittore di Novate tre produzioni teatrali: Tre lai, Erodiàs e Gli angeli dello sterminio.

All’interno del volume si possono inoltre trovare le trascrizioni degli incontri con artisti e intellettuali tenuti a Teatro i durante la programmazione degli spettacoli testoriani nella stagione 2016 e 2017. Il ciclo di incontri aveva come titolo “En corps… Testori, ancora” e ha visto la partecipazione di Giovanni Agosti, Sandro Lombardi, Franco Branciaroli, Gianfranco De Bosio, Luca Doninelli, Andrée Ruth Shammah e Alessandro Bertante.  

Domenica 24 Giugno, ore 18.00
Presenteremo i cataloghi delle prime due mostre della serie Pocket Pair, “Iscariotes” con Matteo Fato e Nicola Samorì e “Persona” con Filippo Berta e Christian Fogarolli.
Saranno presenti artisti e curatori

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Casa Testori presenta PERSONA di Filippo Berta e Christian Fogarolli,
un progetto espositivo a cura di Carlo Sala.
è il secondo appuntamento della rassegna Pocket Pair, che occupa il piano terra della dimora natale di Giovanni Testori.
La mostra è concepita come un dialogo tra i due autori per indagare il rapporto tra l’individuo e la società contemporanea, con particolare attenzione alle varie forme di normatività che tendono a omologare il singolo e a incasellarlo in rigidi schemi. Punto di partenza del progetto, composto da una pluralità di mezzi espressivi come fotografie, sculture, installazioni, opere video, sono state alcune note biografiche del padrone di casa, Giovanni Testori.

Nel lavoro di Filippo Berta è la messa in scena di piccoli gesti quotidiani a far emergere la conflittualità e le tensioni insiti nel rapporto tra uomo e società. La serie di video e fotografie è l’esito di performance collettive dove azioni all’apparenza banali assumono un valore allegorico per smascherare il conformismo diffuso: nel dittico Just One (2017) il manto di lana di una pecora – bianco, di una bellezza uniforme – è tosato per allestire un elogio dell’imperfezione. Il tema del fallimento diviene metaforico in lavori come Allumettes 2 (2013), Forma perfetta (2017) o Sulla retta via (2014): quest’ultimo presenta un gruppo di persone che tenta di camminare in fila indiana seguendo il fugace confine tra la terra e il mare definito dalle onde. Una linea che si spezza continuamente evidenzia così l’impossibilità per l’uomo di trovare un equilibrio tra la sua primigenia natura emotiva e l’aspetto razionale necessario all’adesione al corpo sociale. In Déjà vu (2008) la sfida apparentemente ludica del tiro alla corda tra sei coppie di gemelli porta a una riflessione sulla competitività insita al nostro vivere.

Christian Fogarolli, ripercorrendo il rapporto tra arte e discipline scientifiche, indaga il sottile confine tra normalità e devianza insieme al carattere arbitrario delle relative categorizzazioni. Quest’aspetto è particolarmente evidente nel lavoro Leaven (2017), composto da una teca contenente i manuali pubblicati negli Stati Uniti dal 1952 al 2015 per classificare le malattie mentali che rendono palese come, negli ultimi cinquant’anni, un ristretto gruppo di studiosi ha determinano il concetto (assai mutevole) di “normalità” per l’intero genere umano. L’immaginario scientifico si riverbera in vari lavori: dalla scultura Midólla (2017) che trasferisce analogicamente sul marmo un’immagine di inizio Novecento raffigurante il midollo spinale di un malato mentale a Placebo (2018), giocata sulla relazione tra naturale e artifizio, fino a Misura di prevenzione (2017), una installazione che ricorda lo strumento della livella ad acqua usata fin dall’antichità, figurando così il concetto di squilibrio chimico, oggi considerato alla base di alcuni disturbi mentali. Infine, la scultura Loose (2017), dove lo spettatore deve relazionarsi con l’opera per riuscire pian piano a cogliere l’immagine-identità che emerge da un gioco di rifrazioni in una superficie specchiante.

In occasione della mostra, gli autori propongono due lavori inediti sulla base delle suggestioni ricevute dal luogo e dal pensiero testoriano. Christian Fogarolli, nella nuova opera del progetto Stone of madness (2018), si rifà alle credenze di area nordeuropea del tardo Medioevo e Rinascimento (ma anche presenti nella civiltà preistoriche) che imputavano le devianze comportamentali, come follia o stranezza, alla presenza di una pietra nel cranio umano. Il lavoro è composto dalla fotografia analogica di un encefalo con una pietra incastonata al suo interno, una fluorite, che modifica il proprio tono cromatico grazie all’intervento dello spettatore invitato a interagire con uno strumento a luce ultravioletta.
Filippo Berta presenta la performance inedita A nostra immagine e somiglianza #2 (2018), secondo capitolo di un trittico che indaga la reazione tra l’individuo e le norme imposte dalle convenzioni sociali e dai dogmi religiosi. Nel corso dell’azione un feticcio-idolo viene usato in modo ludico come un qualsiasi oggetto domestico.

Sabato 9 giugno alle 18.00 durante il vernissage il piano sotterraneo di Casa Testori ospiterà la performance inedita di Filippo Berta A nostra immagine e somiglianza #2.

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