Domenica 7 aprile 2019 ore 11,30
Teatro Franco Parenti – Sala Cafè Rouge
Via Pier Lombardo, 14 – Milano

Lezione
L’ARTE A PIENA PAGINA
Gli scritti d’arte di Giovanni Testori:
da Gaudenzio Ferrari a Ennio Morlotti

A cura di Davide Dall’Ombra
Legge e interpreta Salvo Germano

Rivivono al Teatro Franco Parenti alcuni capitoli fondamentali dalle pagine d’arte di Giovanni Testori, in cui ben si riconosce la forza plastica di una scrittura che ha nell’occhio(come scrisse Anna Banti agli inizi della carriera dello scrittore lombardo) il suo uncino, il suo punto di cattura.
Con l’introduzione e la presentazione di Davide Dall’Ombra, Salvo Germano legge e interpreta, domenica 7 aprile alle 11,30, alcuni brani dedicati a Gaudenzio Ferrari (1475-1546), Giuseppe Ghislandi detto Fra’ Galgario(1655-1743) ed Ennio Morlotti (1910-1992).
Ci sono in Testori delle migrazioni fondamentali dalla storia dell’arte alla letteratura, a cominciare dal secolo della peste, il ‘600, che è il secolo della sua ispirazione.
Il contatto violento con l’arte figurativa ha determinato un condensato di esperienze formali, ma anche esistenziali, tali da divenire fonte primaria del suo modo di lavorare. 
Testori mescola le carte tra arte, letteratura e vita, e riesce a sentire l’impatto verso l’opera d’arte come questione di vita e di morte, come era solito dire il suo maestro Roberto Longhi

Prenotazioni:comitatodigestione@premiogiovannitestori.org 
Oppure telefonare o scrivere alla biglietteria del teatro: 
02 59995206 | biglietteria@teatrofrancoparenti.it

L’artista è presente: il segno distintivo di quella forma artistica che è la performance è innanzitutto questo. L’artista entra in gioco con il suo corpo per ritrovare un’intensità di rapporto con il mondo che lo circonda, che l’opera in sé sembra non riuscire più a garantire. La performance insomma è quella forma semplice ed estrema attraverso la quale l’artista dice al mondo: “io ci sono”. Il senso di questo “esserci” è quello di essere sempre elemento destabilizzante, perché introduce altre logiche e altri punti di vista. Con la performance l’artista si mette in gioco, senza mediazioni; soprattutto è chiamato a prove di una sincerità radicale, che scuote e crea corti circuiti.
La sincerità è proprio una delle qualità che contraddistinguono Andrea Bianconi; un artista che gioca sempre allo scoperto anche quando lavora su medium tradizionali ma che trova nella performance il suo terreno d’espressione più congeniale. Di performance Bianconi, vicentino, nato nel 1974, ne ha fatte in ogni angolo del mondo, da Mosca a Shanghai, da Venezia a New York. Ogni volta realizza incursioni da vero corsaro, seguendo dei copioni imprevedibili, che divertono, a volte commuovono ma che prendono sempre in contropiede. Nelle performance Bianconi si trasforma ogni colta in un personaggio da fiaba, in un eroe puro e scapestrato che ci incanta con i suoi strani riti e i suoi bizzarri tormentoni.
Da tempo Andrea sognava di poter fare una performance in un luogo sensibile come il carcere. Credo che la ragione sia da trovare in un dato molto semplice: la performance per Bianconi è innanzitutto un’esperienza di libertà, perché è uno spazio di azione che non obbedisce ad una logica e tanto meno ad una regola. Uno spazio in cui l’artista non è chiamato alla resa dei conti con un “perché”. La libertà poi è garantita dal fatto che la performance è una volta per sempre; una volta accaduta si smaterializza e vive solo nella documentazione di ciò che è accaduto. Questo significa che non c’è un oggetto da vendere e quindi la performance è anche libera dalle regole imposte dal mercato. Portare quindi un’esperienza di così profonda libertà in un luogo come il Panopticon da cui si dipartono i raggi di San Vittore, com’è facile intuire è un fatto significativo in sé. È una verifica portata in prima persona della libertà come fattore irriducibile della natura umana. Bianconi poi aggiunge altri elementi che rafforzano questa dimensione. Ci sono le gabbie attorno alle quali la performance avviene: di per sé sono un simbolo oppressivo. La gabbia è evidentemente emblema di una condizione di reclusione e anche sintomo di una fragilità esistenziale. La gabbia da una parte ci separa al mondo, ma dall’altra anche ci protegge dal mondo. Bianconi con il suo intervento produce un corto circuito e rimette in discussione queste istintive certezze. Le sue gabbie che volano appese nello spazio, con gli sportelli regolarmente aperti, non solo vengono svuotate di tutto il loro portato di negatività, ma sono chiamate a partecipare ad un rituale imprevisto e bizzarro, che le trasforma in creature allegramente fuori posto e fuori funzione. Tant’è vero che al centro del Panopticon, sul podio dove la domenica sta il sacerdote per la messa, Bianconi ha voluto posizionare una scultura che altro non è che una gabbia sventrata e “aperta” come se si fosse trasformata nella corolla di un fiore. La gabbia, sotto l’azione del mago Bianconi, cambia in ogni senso la propria natura. La performance così, con i suoi tormentoni verbali, diventa la festa, il rito di ringraziamento per questa trasfigurazione.
L’altro motivo che contraddistingue la presenza di Bianconi a San Vittore è perfettamente connesso con quanto sin qui abbiamo descritto. La freccia è segno tautologico: non occorre assegnarle un significato. Il senso della freccia è tutto racchiuso nei semplici tratti che la costituiscono e che esprimono un andare, un muoversi, un uscire. La freccia è l’antitesi dello status quo. È un istinto che guarda oltre. È espressione franca di un’aspettativa. È voglia di cambiamento. È tentativo di darsi una direzione. Le frecce di Bianconi, che punteggiano le pareti colorate di Marco Casentini, nel corridoio d’ingresso, portano con sé tutti questi possibili messaggi.
La presenza di Andrea Bianconi a San Vittore è frutto di un progetto messo a punto con Casa Testori. È cosa che mi pare importante sottolineare perché in questo modo si rinnova una sensibilità che aveva contraddistinto Giovanni Testori, come persone e come intellettuale. Più volte Testori era venuto a San Vittore e aveva sollecitato un’attenzione diversa da parte della città. Essere qui, portando un gesto artistico che parla di libertà e di desiderio di cambiamento, è un modo per rinnovare quella sua convinzione che la cultura per essere vera deve sempre mischiarsi con la vita.

LA PERFORMANCE

Come costruire una direzione, elaborata da Andrea Bianconi con la produzione di Casa Testori, è una performance messa in scena durante l’ArtWeek milanese del 2019 nel carcere di San Vittore, all’interno del celebre Panopticon da cui si dipartono i sei raggi della struttura penitenziaria milanese. 
Andrea Bianconi ha allestito 24 gabbie – uno dei simboli della poetica dell’artista – che sono state posizionate davanti ai cancelli dei sei raggi. Le gabbie, ovviamente, sono un riflesso speculare della condizione carceraria, ma l’azione di Bianconi ha voluto ribaltarne il segno e dare loro un connotato liberatorio: erano le gabbie dei nostri desideri, le cui porte sono dunque sempre aperte. 
Sul podio centrale del Panopticon, dove la domenica si celebra la Santa Messa, Bianconi aveva posizionato una grande scultura realizzata per l’occasione: una gabbia le cui pareti sono state aperte quasi a formare un fiore e, simbolicamente, le ali, altro simbolo dell’arte di Bianconi. Alla performance ha partecipato la compagnia del CETEC Dentro/Fuori San Vittore, di cui fanno parte alcune detenute. Con loro Bianconi ha intonato un motivo incalzante, ossessivo e insieme utopico, ripetendo centinaia di volte le parole “Fantastic Planet” seguendo uno spartito stabilito dall’artista. “Fantastic Planet”, perché, come l’artista spiega, è figlio dell’immaginazione di ciascuno. E l’immaginazione è un fattore intrinsecamente libero, non “carcerabile”. 

Quella a San Vittore è stata una performance profondamente vissuta dall’artista perché – diversamente da quanto accaduto in precedenza – non era da solo. Al suo fianco 10 detenute, attrici speciali che hanno canato e ripetuto con lui, in modo quasi ossessivo, il claim “Fantastic Planet”, perché ogni persona può sempre immaginare il suo mondo fantastico. 

Se la gabbia è il luogo di un desiderio da liberare, la freccia diventa il simbolo di questo desiderio che prende il volo. Per questo la performance si è conclusa con il canto di una filastrocca scritta da Bianconi sul motivo di una popolare canzone per bambini e intitolata proprio La Freccia. La filastrocca è stata prima cantata dall’artista, da solo, poi ripetuta insieme alle detenute.

«Sono entusiasta di fare questa esperienza, San Vittore è un luogo particolare, delicato e la mia performance vuole affermare il messaggio che per tutti c’è una possibilità, una prospettiva, un varco attraverso il quale liberare i desideri» ha affermato Andrea Bianconi.

«L’arte portata dentro le mura di un carcere può essere esperienza di grande valore, se, attraverso la bellezza e l’imprevedibilità delle proposte, riesce a stimolare percorsi positivi di consapevolezza e di cambiamento». Queste le parole di Giacinto Siciliano, direttore del carcere di San Vittore, che racchiudono il senso profondo della performance alla quale, non a caso, Andrea Bianconi ha voluto dare il titolo quasi programmatico di Come costruire una direzione.

Il progetto includeva anche una mostra di 50 disegni esposti per un mese nel lungo corridoio che porta alla rotonda del Panopticon, aventi come motivo dominante proprio la freccia. 
La freccia, nella grammatica di Bianconi, è una sorta di felice ossessione, che dà forma all’insopprimibile bisogno di desiderare. La freccia è energia liberante, ma è anche direzione: quindi indica un percorso possibile, che è unico e irripetibile per ciascuno, un segno positivo portato dentro un ambiente segnato per sua natura da dinamiche opposte. Ma come spiega Bianconi «l’arte ha in sé sempre un’apertura al futuro anche quando veicola messaggi drammatici. Per quello che mi concerne, il titolo della mostra dà un’indicazione chiara, che sento istintivamente mia: tendo a guardare al bene e non al male. Per me l’arte è un fatto di coraggio che stimola altro coraggio nelle persone».

Rassegna Stampa
web:
“La Repubblica”
“La Stampa”

Cartacea

APPOCUNDRIA / UNA INTRODUZIONE
Marta Cereda

La traduzione di saudade è, spesso, evitata: un termine che deriva dalla cultura lusitana, prima galiziana e portoghese e poi brasiliana, che indica una forma di malinconia, un sentimento affine alla nostalgia. Una definizione incerta, che ha cercato qualche equivalenza nella lingua tedesca (sehnsucht) per poi approdare a un dialetto italiano. Saudade è il napoletano appocundria, che racchiude in parte quel senso di profonda malinconia dell’anima che il termine portoghese evoca. 
Appocundria è un’indagine sulla definizione e sensazione di saudade vissuta da una serie di artisti emigrati in Italia dal proprio paese d’origine per ragioni personali, politiche, economiche, sociali, familiari. 
Non tutti e non necessariamente affrontano nella propria ricerca la propria vicenda autobiografica: Appocundria non vuole essere facile retorica, ma un’occasione di riflessione che parte da una storia personale, ma che ha vocazione universale. 
Nella ricerca degli artisti coinvolti, infatti, questo sentimento che travalica tempi e spazi, emerge in modi differenti. In molti casi, per esempio, la nuova vita si intreccia alle notizie che provengono dalla propria patria, con un meccanismo di costante sdoppiamento che porta alla costruzione di una nuova identità; in altri l’attenzione è concentrata sulla consapevolezza dell’impossibilità del ritorno, per caso o per scelta, e sulla crescente distanza, sullo scarto geografico, culturale, linguistico; per altri ancora la ricerca in archivi propri e altrui diventa strumento di conservazione e recupero della memoria. 
L’idea di Appocundria si lega inevitabilmente alla nozione di casa e alla necessità o alla scelta di costruire in un paese lontano da quello dove si è nati la propria casa. In che modo si porta con sé la propria casa? Si può ricostruire in un paese straniero? Cosa si porta, cosa si lascia? In che modo si crea una nuova memoria, che modifica anche il passato? Come ripresentare questa dimensione in un contesto espositivo, che a sua volta è stato casa di altre persone? 
Il progetto si sviluppa infatti dalla consapevolezza dell’imprescindibile connotazione di Casa Testori come abitazione. Le parole di Giovanni Testori e il suo rapporto con questo spazio sono dunque il primo esempio di appocundria
Però, io ti assicuro che quello che mi ha sempre aiutato a vivere, e, anche di più, ad accettare la vita anche nella sua maledizione, è sempre stato il ritorno a casa. Si fanno queste puntate verso l’esterno – che possono anche essere violente, distruttive – ma poi il ritorno a casa dà all’esperienza stessa di quell’uscita un calore indicibile. Perché ritornare non vuol dire affatto dimenticare, non vuol dire scrollarsi di dosso la violenza e la distruzione.
Proprio per questo, il percorso espositivo prevede una contaminazione costante, una fluidità di movimento, un ritmo di andata e ritorno, con il ripresentarsi del lavoro dello stesso artista in momenti e spazi diversi. 
Appocundria, a partire dalla funzione originaria di Casa Testori, coglie l’occasione per fare riferimento e interrogarsi sugli attuali fenomeni migratori. Non è un caso, allora, che la mostra sia stata allestita proprio in momenti di grandi incognite legate all’applicazione di Brexit e che la data dell’inaugurazione, 30 marzo 2019, abbia coinciso con quello che avrebbe dovuto essere il giorno successivo all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. 
Un progetto suddiviso in tre capitoli, perché, accanto alla mostra principale ospitata nelle stanze della villa di Novate Milanese, Appocundria ha avuto due appendici fuori casa, anzi, in altre case: un appartamento in piazzale Selinunte, a Milano, e le vetrine delle associazioni del quartiere; gli spazi dell’Abbazia di Mirasole, ora destinata a housing sociale. 

LA MOSTRA

Realizzata per i 10 anni di Casa Testori, la mostra presenta 24 artisti da 22 nazioni che parlano di identità, di memoria, della costruzione di nuove case e nuove vite.
A raccontare la propria appocundria sono una serie di artisti emigrati in Italia dal proprio Paese d’origine, per scelte differenti, per motivi di studio o di lavoro, per ragioni personali, politiche, economiche, sociali, familiari. 22 le nazioni di provenienza, a testimonianza dell’ampiezza della portata culturale e della sua valenza sociale: Felipe Aguila, Cláudia Alexandrino, Margaux Bricler, T-yong Chung, Oscar Contreras Rojas, Enej Gala, Adi Haxhiaj, Délio Jasse, Mohamed Keita, Iva Lulashi, Saba Masoumian, Stefan Milosavljević, Alek O., Maki Ochoa, Barbara Prenka, Agne Raceviciute, Olga Schigal, Caterina Erica Shanta, Hsing–Chun Shih, Agnese Skuijna, Natalia Trejbalova, Gosia Turzeniecka, Nicolas Vamvouklis, Aleksander Velišček.

GLI EVENTI

Senegal/Sicily – People of San Berillo
Giovanni Hänninen/Alberto Amoretti

Un cortometraggio e una mostra fotografica di Giovanni Hänninen / Alberto Amoretti, ospitati in un appartamento ALER in Piazzale Selinunte a Milano e nelle vetrine delle associazioni del quartiere, per riflettere sull’esperienza di casa vissuta in Europa e Africa, in collaborazione con Josef and Anni Albers Foundation

Qui dormivano i monaci
Ambra Castagnetti e Lori Lako

Tra maggio e giugno 2019 si è svolta una residenza d’artista presso l’Abbazia di Mirasole (Opera), realizzata grazie all’ospitalità di Fondazione Progetto Arca Onlus e Progetto Mirasole Impresa Sociale e alla collaborazione di Adrian Paci. Le artiste hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con chi oggi vive questi luoghi e di realizzare un progetto che è stato presentato al pubblico domenica 2 giugno 2019

Acquista il catalogo della mostra

Alek O., nata in Argentina

Ve ne siete accorti? Li avete visti? Se foste scalzi, li sentireste sotto di voi. Con le setole dure, su cui centinaia di suole si sono strofinate, migliaia di piedi hanno atteso. Forse aspettando che qualcuno aprisse la porta, forse cercando le chiavi nella borsa. Siete oltre la soglia, non siete più la fuori, ma siete su un’altra soglia. In sospeso, senza sapere cosa ci sarà oltre. In un interno, con uno slittamento che è il primo spaesamento, come quando si entra in un luogo in cui c’è qualcosa fuori posto. Qualcosa che non è più se stesso, ma di sé conserva quasi ogni cosa: forma, colore. Un’altra funzione, certo. Racconta la propria storia, in un altro luogo. Adesso, custodisce anche un poco le vostre impronte, questo vostro passaggio.

 

Felipe Aguila, nato in Cile 

Filum è un tentativo di tornare alle proprie origini, cercando di analizzare la distanza rispetto al presente. Nel film, tramite una doppia inquadratura, Felipe Aguila confronta se stesso con suo padre, per verificare se e come il tempo, la distanza, le abitudini differenti abbiano modificato la sua identità o se permanga un filo invisibile, a prescindere dai continenti diversi e dagli spazi attraversati. Mi sono reso conto che il modo in cui penso è cambiato non solo in senso linguistico, ma che anche il senso di appartenenza a una cultura è diventato più debole. Molti anni fa le mie abitudini erano simili a quelle di mio padre: il modo di mangiare, di concepire il tempo o il modo di pianificare la vita. Vorrei misurare la distanza che c’è tra me, oggi, e ciò che ero anni fa, prendendo come riferimento una persona che rappresenta le mie radici e che non è cambiata così tanto in questi anni. 

Oscar Contreras Rojas, nato in Messico

Una fusione tra tradizioni differenti, ma accomunate dalla stessa idea di trasformazione: il Popol Vuh (“Libro della comunità”) e Le metamorfosi di Ovidio sono il punto di partenza dell’opera di Oscar Contreras Rojas. 
Sia nella raccolta di miti e leggende dei vari gruppi etnici che abitarono la terra Quiché, uno dei regni Maya in Guatemala, sia nel poema epico latino il fulcro del racconto è, infatti, la metamorfosi, la possibilità di cambiare, di evolvere. Così, le piccole sculture della serie Mutant sono un assemblaggio di materiali differenti, in parte oggetti ritrovati in parte ricostruiti artificialmente, mentre il grande quadro a parete, che riassume la fluidità e la leggerezza pittorica caratteristiche dell’artista, evoca un paesaggio indistinto, con un accenno di figure che vanno costruendosi.

 

Enej Gala, nato in Slovenia

Il salone viene animato dalle sculture di Enej Gala: esili anche quando mastodontici oggetti che, così trasformati, assumono carattere animalesco, paiono paguridi o insetti dalle lunghe zampe. Riparando la propria funzionalità riflettono sull’appartenenza al quotidiano. Sono tazze, occhiali, cucchiai, sbattiuova, sedie, forchette, coltelli, prese elettriche, teiere, cacciaviti, ombrelli, bicchieri, ripopolano gli spazi di una casa senza arredi ormai da molti anni, ricordano la vita vissuta, mancata o diversa dalle aspettative. Sono un estratto dalla serie dei suoi oggetti riparati, elementi che accompagnano la vita di ogni giorno, che abitano ogni casa e che l’artista trasforma e trasfigura, attraverso una ostinata riparazione, ma conservando un senso di profonda fragilità e instabilità, anche dei loro ruoli. 

Maki Ochoa, nata in Venezuela

Prima le fotografie, solo tre, scelte da un archivio di luoghi e tempi che non corrispondono al momento dello scatto. Ognuna è accompagnata da una didascalia, che apparentemente inganna lo spettatore, ma in realtà rivela le intenzioni dell’artista, consentendo di accedere alla sua memoria. Non importa dove e quando siano state realizzate, ognuna di queste immagini ritrae Caracas, la città di origine di Maki Ochoa. Oltre la parete, dopo questa introduzione, l’artista ci porta nel Venezuela dei suoi ricordi, tra clacson, foglie di mango, pappagalli – alter ego che rimandano a sovrapposizioni e rimozioni linguistiche e mnemoniche. Con una interferenza onirica, siamo all’aperto e siamo nella veranda di Quinta Elizabeth, la casa della nonna dell’artista.

 

Margaux Bricler, nata in Francia

L’installazione di Margaux Bricler è l’evocazione di un letto singolo, di dimensioni consuete fuorché per l’altezza che richiama la struttura dell’Ermafrodito dormiente, nella versione conservata al Musée du Louvre di Parigi, di cui Gian Lorenzo Bernini scolpì il materasso con sorprendente ricchezza di dettagli (1620). Un riferimento lontano, che nel lavoro di Margaux Bricler è soltanto accennato: il corpo è assente, richiamato soltanto da un drappeggio di lattice alabastrino. Della presenza dell’artista c’è solo il ricordo: il letto è sfatto; la stanza, dal biancore esasperato dalle piastrelle, è vuota. La storia dell’arte, attraverso una serie di riferimenti iconografici, diviene espediente per suggerire transitorietà, tra la terra come elemento di origine e di destinazione e la struttura lignea: desco, giaciglio o sepolcro?

Mohamed Keita, nato in Costa d’Avorio

Tra le fotografie di Mohamed Keita, J’habite Termini è un autoritratto. Il fotografo immortala il suo bagaglio, all’arrivo in Italia. Queste valigie potrebbero essere un volto e un busto, si sostituiscono alle sue membra, senza nessuna retorica, senza contrasti esasperati. Un primo piano su uno sfondo poco definito, un luogo di passaggio, uno spazio anonimo, dove i volti si confondono, si cammina di fretta e non ci si ferma. Due borse e un cartone raccontano la partenza dalla Costa d’Avorio, un lungo viaggio, durato oltre tre anni, e un arrivo a Roma. Tutta la terra è fatta per l’uomo ma il posto in cui sei nato sempre ti mancherà. Abbandonarlo è come rinascere, perché del posto in cui vai non sai nulla di ciò che troverai.

 

Agne Raceviciute, nata in Lituania

Il video Genovaite Raceviciene in Juodkrante Neringa racconta la storia di un luogo e di un viaggio. Uno spazio senza colore, le cui caratteristiche paesaggistiche determinano e si fondono con l’identità di chi quei luoghi percorre. Siamo in una penisola legata a mitologie e leggende, in una lingua di terra tra mare e laguna, tra sabbia e bosco, dove le dune diventano progressivamente una foresta nordica. Seguiamo una figura, in un mantello romboidale che ne cela le sembianze e ne amplifica i movimenti, sicuri come quelli di un animale nel suo habitat, mimetizzata tra tronchi e pietre, che segue un percorso con una meta precisa, una strada che parla di origini e di discendenze. Seguiamo due figure, una nonna e una nipote, ripercorrere uno spazio che è ripercorrere una vita.

Oscar Contreras Rojas, nato in Messico

Il lavoro di Oscar Contreras Rojas, già presentato all’inizio del percorso, ritorna per approfondire con il mezzo espressivo pittorico che l’artista padroneggia con maestria l’idea di una fluidità paesaggistica che spesso diviene fluidità identitaria. Il grande paravento che Oscar Contreras Rojas ha dipinto rappresenta due paesaggi di due terre lontane, Messico e Italia, che convivono nella figura, nell’esperienza e nei ricordi del pittore. Sono due facce di una stessa medaglia, che non si possono vedere contemporaneamente e che impongono, anche nello spettatore, un movimento per essere scoperti. Completa il progetto una quadreria tascabile, una raccolta portatile di dipinti di piccole dimensioni, promemoria di paesaggi forse vissuti, forse immaginati.

 

Stefan Milosavljević, nato in Serbia

Il primo riferimento di Butterfly On Fire, in dialogo con l’installazione permanente di Massimo Kaufmann sulle pareti della stanza, è ai giochi per bambini, recinti pieni di palline colorate in cui i più piccoli amano immergersi mentre gli adulti sono impegnati in grandi centri commerciali. Butterfly On Fire è un albero genealogico, cronologico e concettuale, il cui titolo richiama il noto effetto farfalla, espressione utilizzata nella teoria del caos a indicare come piccoli cambiamenti nelle condizioni iniziali determinino grandi variazioni nel lungo periodo. Il disegno racconta una storia personale e collettiva costellata di violenze, un racconto da scoprire tra i frammenti di spugna colorata che occupano la stanza e che impediscono di avere una visione d’insieme e di conoscere tutti i passaggi della narrazione. Un percorso che impone delle scelte, propone alternative, ma conduce sempre al medesimo risultato.

Caterina Erica Shanta, nata in Germania

L’installazione di Caterina Erica Shanta si compone di un film e di un libro, elementi speculari in cui l’artista fonde la microstoria, nella definizione di Carlo Ginzburg, della sua famiglia alla Storia, dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 alla Seconda Guerra del Golfo, partendo dalle fotografie del suo archivio privato. Le opere fanno vacillare la capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra appartenenza e sradicamento, tra un’immagine e un ricordo. è troppo vicino per mettere a fuoco è, infatti, un documentario autobiografico che racconta la vita dell’artista attraverso l’obiettivo fotografico del padre e del patrigno, entrambi militari tra Italia e missioni all’estero. E altre storie familiari simili, invece, nasce attraverso un ragionamento in assenza: ho raccolto in questo volume tutte quelle immagini che non ho avuto modo di riconoscere come parte della mia storia personale e familiare. Sono immagini senza proprietario o autore, ossia immagini orfane che resistono alla catalogazione ed esulano da qualunque archiviazione.

Iva Lulashi, nata in Albania

I ricordi di Iva Lulashi della sua terra d’origine, l’Albania, sono filtrati. Innanzitutto attraverso i racconti dei genitori, le chiacchiere con la madre, alcuni dipinti realizzati da suo padre, qualche fotografia. Informazioni indirette, provenienti da fonti certamente attendibili. Poi, dai filmati d’epoca, caricati online da sconosciuti e visti ora dall’artista tramite YouTube, che raccontano una storia collettiva condizionata dalla censura, dalle limitazioni della dittatura, dal controllo del potere. Una storia che Iva Lulashi fruisce esclusivamente tramite le immagini, eliminando l’audio, per zittire in qualche modo la retorica della propaganda. L’artista traduce queste narrazioni nella lingua che conosce, quella della pittura, che rende i confini incerti, le identità fuori fuoco, che fa dello sfocato non una scelta stilistica, ma concettuale. Dipinge su tela, oppure sovrappone questa sua appropriazione della memoria di una nazione a ricordi altrui: piccoli oggetti, piattini, vassoi in legno. Filo conduttore, la rimozione politica dell’erotismo di una nazione, che l’artista invece sottolinea, senza il dettaglio o il realismo della pornografia, ma con la carnalità e la sensualità dell’allusione.

Natalia Trejbalova, nata in Slovacchia

Natalia Trejbalova, nella sua prima visita a Casa Testori, è rimasta colpita dalle nicchie, dai movimenti dei muri di questi ambienti. La sua attenzione si è focalizzata su una di queste cavità, uno dei camini che immediatamente connotano uno spazio come abitazione. Un focolare che è in disuso da anni e che, proprio per questo, le ha ricordato quello della sua casa natale, che non ospitava un fuoco bensì i suoi animali domestici. Una perdita di funzione che crea una nuova destinazione d’uso, un destino differente. Un camino che, seppur così radicato in un ambiente interno, rappresenta in realtà un invisibile collegamento con l’esterno, con l’altrove, punto di ingresso e via di fuga in fiabe e romanzi. Diventa un teatrino, scenografia di un paesaggio alternativo, diventa mezzo di trasporto per vedere un altro paesaggio. In costruzione e in decostruzione, composto di piante reali e di fiori artificiali, souvenir di una realtà instabile che – in realtà – non esiste.

 
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