Al di là di qualche variazione millimetrica di questo schema, il sabato con il Gio inizia sempre così. A lui piace questo schema e anche a me piace che si ripeta, perché è parte della familiarità guadagnata giorno dopo giorno, da due anni a questa parte.
Giovanni Malacrida è un ragazzo di 22 anni nello spettro dell’autismo. Me lo hanno presentato un giorno Luigi Ballerini, Elena Galeotto e Giuseppe Frangi, mostrandomi i suoi lavori e suggerendomi di ideare un percorso artistico ad hoc per lui.
Io non ho alcuna esperienza nel campo di quelle che ho scoperto essere definite le “neurodivergenze”, ma i lavori del Malacrida mi sono piaciuti.
Erano per lo più piccoli bozzetti, collage e tempere. Raffiguravano personaggi reali e non, ed erano pieni di scritte, alcune di marcato carattere politico, altre rubate a canzoni rock anni ‘70.
A ripensarci, proprio questo abbinamento tra la parola e l’immagine è la cosa che più mi ha colpito e convinto a lavorare con Gio’. Sì, perché Giovanni è capace di inserire una citazione come «Vivere la propria vita come un monumento alla propria anima» di Ayn Rand, in un quadro che ritrae lo statuario corpo di una body-builder americana. È un collasso tra i due elementi, tra il senso dei due elementi, ma Giovanni li unisce, sfidandosi a far collassare la lettura unica, costringendosi (e costringendoci) a muovere l’occhio su un nuovo insieme più vigoroso di prima, perché evidenzia gli opposti.
Mi sono chiesto più volte se questi ritratti di Gio’ non siano testimoni più veritieri, per lui e per noi, di un tempo così stronzo e ipocrita come questo presente, dove dire una cosa vera diventa un atto folle, mentre per ogni menzogna si fa un monumento.
Giovanni mi sorprende dopo pochi mesi di lezione. Mi presenta una serie di disegni su alcune figure della tradizione russa ortodossa: gli “Stolti in Cristo”.
Mi racconta, mentre sfoglia i bozzetti: «Sono personaggi realmente esistiti che, per emulare Cristo in maniera totale, hanno scelto vite estreme: povertà assoluta, vita eremitica, risultando per la società comune come dei pazzi. Da qui la definizione di “Stolti in Cristo”».
Abbiamo lavorato per un anno intero, livellando la tecnica pittorica di Giovanni, che nella pratica è migliorata notevolmente quadro dopo quadro. Queste figure si sono “stampate” su tavole di legno con i tratti marcatamente pop che contraddistinguono il linguaggio che Giovanni adora: quello dei Simpson, dei fumetti di Pazienza, dei video interminabili di YouTuber (che vede e che conosce quasi come suoi parenti),che inevitabilmente sono diventati santi anche loro nella grammatica di Giovanni. Siamo arrivati così a 12 quadri in un anno. Ed è un grande risultato, perché rappresentano un primo corpo omogeneo del suo lavoro artistico. Gli ho proposto di mostrarli e di non aver paura di far vedere l’esito di tutto questo lavoro, ma non era molto dell’idea. Per convincerlo, un sabato ho disposto i quadri ordinatamente in fila, poi, così senza pensarci, ho iniziato a canticchiare “Oh When the Saints… Go Marching In”. Giò mi ha sorriso, guardandomi come se fossi un po’ pazzo, poi si è messo a canticchiare anche lui. Adesso è Giovanni che non vede l’ora di mostrare i suoi santi. Chissà se, visitando la mostra che aprirà nel mio studio sabato 23 maggio, non venga naturale canticchiare anche a voi.
Matteo Negri












